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mercoledì 26 novembre 2008

Scheletri nell'armadio

È il momento delle confessioni. Dal punto di vista musicale non credo di avere grandi scheletri nell'armadio, a meno che non mi vogliate rinfaccaire l’ossessione per i Queen di un ragazzino di 12 anni.
La mia personale croce è il fatto che se ho superato la mia seconda ossessione, quella per i Beatles (che ora tra parentesi non riesco più a metabolizzare), lo devo soprattutto al duo di critici di Repubblica Ernesto Assante e Gino Castaldo, che per me è praticamente indivisibile. Infatti avrò cura di menzionarli sempre insieme, non sapendo distinguere le gesta dell’uno dagli atti dell’altro.

Magari definendoli come scheletri nell’armadio ho calcato leggermente la mano sul valore del duo. Non si può negare che abbiano letto il loro bravo sussidiario. Non per niente la mia storia ha inizio con la loro Storia del rock americano in 12 CD, pubblicata da Repubblica verso la metà degli anni Novanta e gentilmente sbobinata (siamo in era pre-masterizzazione) dal caro Daniele (ricorderete il già menzionato amico riservato che andrebbe nominato per cognome, ma ci tiene alla privatezza).
Devo ammettere che la portata dell’opus è piuttosto ambiziosa e mentre ai tempi mi lamentavo dell’esclusione di intoccabili del calibro del vecchio Jimi, ora sono grato di aver avuto modo di ascoltare gente come Count Five, Fugs, Dead Boys, Violent Femmes, Wall of Voodoo e Morphine, giusto per buttarvi là qualche nome che fa ganzo.



I 12 CD li ho affrontati in lenta successione, quasi cronologica. Sono partito dal rock californiano (Beach Boys sì, ma anche Spirit e Iron Butterfly), amato il disco sui cantanti folk (senza Bob Dylan!), passando per i due CD sugli anni Sessanta e le avanguardie di Gnuiorche, per terminare con anni Ottanta e Novanta.

I dischi sugli anni Sessanta sono capolavori: niente hippismo mieloso, ma prevalenza del lato oscuro, con Zappa, Box Tops, Count Five, Canned Heat, Quicksilver Messenger System.
Quello sulle avanguardie poi mi ha aiutato a realizzare che non è di virtuosismo che vive la musica, ma di filosofia e atti degli apostoli.

Il duo conosce bene la storia ed è bravo a recitarla. Non so se è per merito o a causa loro che tendenzialmente, più della musica e del suo ritmo, apprezzo le persone che ci stanno dietro e quello che mi vogliono dire. Ma occhio all’avverbio “tendenzialmente”, che suona male e se non avesse la sua importanza non lo avrei mai scritto.

Assante e Castaldo sono guide perfette per uno che vuole conoscere la storia della musica. Ricordo sempre con piacere quando leggevo su Musica di Repubblica le loro recensioni sui tesori nascosti, album in conflitto con le masse come The Modern Dance dei Pere Ubu.
Poi Musica è stato sepolto, probabilmente anche a causa loro.

I nostri eroi infatti non hanno la minima competenza per quanto riguarda la musica moderna. Ci hanno provato, ma non ce l’hanno mai fatta. Li ricordo indicare i Mower o gli Oi Va Voi come la salvezza del rock moderno. C’era un periodo nel quale le due righe del “Raccomandato se vi piace” (esercizio pericolosissimo!) in fondo ad ogni recensione di qualsiasi cosa di vagamente elettronico indicava sti cazzo di Oi Va Voi. E poi si sono dati al mainstream, James Blunt, Alicia Keys e là Musica ha chiuso, compianto da nessuno, anche perché a quel momento erano tutti stufi di sentirsi ripetere i soliti nomi. Oltre ai fenomeni temporaleschi come Oi Va Voi e James Blunt ricorrevano infatti fin troppo spesso i nomi di Springsteen, Prince e Stevie Wonder. Rispetto per i signori, ma spesso pareva che nel mestiere tutto facesse capo ad un membro di tale colorita trimurti.

Ora immagino che i due scrivano su Icselle, il patinato per noiggiovani della casa di Repubblica, che ho sfogliato due volte, per poi fuggire inorridito di fronte a tali e tante esplosioni di acne.
Uno tiene un blog sul sito di Repubblica, credo Assante, ci sono capitato un paio di volte, in una delle quali ricordo si parlava di due band che avrebbero salvato il rock nel corso dell’anno a venire (era gennaio e i nomi non li ricordo). I commenti erano tanti e tutti piuttosto volgari nei confronti dell'autore o di altri partecipanti rei di non capire un cazzo di musica.

Gli amici si sa, a volte imboccano il bivio sbagliato, altre volte si schiantano nello spartitraffico, non sapendo da che parte andare. Altre ancora, se sono fortunati, si fermano in mezzo alla strada a consultare la cartina, come i turisti all’entrata della superstrada di Moncovo.
A me il duo piace ricordarlo così, ben conscio della strada fatta, ma in attesa di capire dove andare.

domenica 9 novembre 2008

Nel quale mi muovo agevolmente nel mondo della musica live

Recensire un concerto secondo criteri oggettivi non è solo impossibile, ma è anche un’enorme cazzata. Cazzata perché cazzata è non solo il tentativo di giudicare obiettivamente una cosa non logica come la musica, ma anche e forse ancor di più il fatto stesso di provare a farlo.

Si può dire “hanno suonato bene”. Ma pensandoci bene, quanto influisce veramente la qualità dell’esecuzione in un concerto? Per i virtuosisti magari anche tanto, ma per me, e mi permetto di metterci anche la maggior parte di voi, o miei uno lettori, nisba.
Dico che ci metto anche voi perché ho trovato un forum con interventi su un concerto che ho visto recentemente, e una vasta disquisizione sull’acustica ha portato alla sola conclusione che tutti avevano un’opinione diversa. Ne deduco quindi di non essere l’unico a non averne un’idea.

Gli ostacoli all’obiettività sono tanti e benvenuti. Il luogo, la gradazione alcolica del sangue, la stanchezza, la compagnia, la familiarità con i dischi dell’artista. Un concerto di musica classica, se visto in uno stadio, con dieci amici e parecchia birra in corpo, non può che far schifo.

Quante ovvietà, no? Perdonatemi. Mi serve solo per parlare del concerto di venerdì permettendomi di non esprimere un parere che non ho e che non mi interessa avere. O meglio, il mio parere ce l’ho, decisamente positivo, ma mi rendo conto che riflette più la situazione che la prestazione.

La verità è che se non fosse venuto Tomas mi sarei divertito la metà. Tomas è un amico dell'Erasmus, l’Erasmus è finita quasi sei anni fa, ma Tomas e io ci incontriamo ancora più di una volta all’anno, ovunque l’uno o l’altro si trovi al momento. Ci siamo ivisti a Colonia e io sono andato a trovarlo a casa sua in Svezia, mentre lui è venuto a trovarmi dove ho studiato, poi in Toscana, ad Amburgo, a Dublino e ora ad Amsterdam.

Un ottimo amico: uno che sa usare il cervello, ma non si prende mai troppo sul serio. Una dote che spesso a me manca. Uno col quale posso passare una giornata a parlare, oltre che un uomo dalle mille storie. Tanto più stavolta, dopo che è stato sulle prime pagine dei giornali svedesi dopo aver recitato nel ruolo maschile in una storia di mobbing, sesso e sindacati. Roba che in Italia ne basta la metà per essere rispettato, riverito ed invitato in qualche isola piena di brutta gente.

Quando Tomas mi ha detto che sarebbe venuto a trovarmi ai primi di novembre, gli ho risposto che per quel fine settimana avevo già i biglietti per un concerto di un gruppo electropop brasiliano e lui, appassionato di Rufus Wainwright e Billy Bragg, nonché ottimo musicista, ma sempre aperto alle novità, soprattutto quando suonano strano, ha accettato senza pensarci un secondo.

E poi è venuta anche Aurélie, la mia nuova collega francese, che non ce la faceva più a restare da sola nella casa offertale per il primo mese dalla ditta, nella bucolica Ouderkerk aan den Amstel.

E per una volta conoscevo bene le canzoni. I due album dei CSS sono stati per un paio di settimane la colonna sonora perfetta per andare a lavorare in bici. Tant’è che mentre suonavano mi veniva in mente il tratto preciso del tragitto nel quale quella canzone passava, visto che, mettendo sempre l’album quando parto da casa e percorrendo ogni volta lo stesso tragitto, i pezzi successivi iniziano bene o male allo stesso punto.

E la birra era buona. Tomas ci teneva a provare quelle belghe per una volta che era libero dagli stretti vincoli antialcolici scandinavi.

Quindi l’atmosfera era quella giusta. La sala grande del Melkweg era illuminata stile abat-jour di una luce azzurrognola, rilassante e quasi marina. Il gruppo ha suonato solo un’oretta, ma è stata un’ora piacevole, come può essere solo un’ora di musica semplice e ben ritmata, quando si conoscono tutte le canzoni.

Una delle cose che mi piacciono della musica è che anche se uno fa un errore mentre suona, come ne hanno fatti tanti i CSS, l’esibizione non risulta per nulla compromessa. In una gara di pattinaggio artistico basta uno svarione per compromettere la prestazione. In un concerto no. Niente tensione. L’importante è il risultato complessivo. Mi fanno ridere quelli che odiano il calcio e poi giudicano un concerto secondo i criteri puramente sportivi della prestazione. La musica è soggettiva. Puoi aver fatto tre gol per me e magari zero per il mio vicino.

Cosa ricorderò di questo concerto? Che alla fine Aurélie ha perso l’ultimo bus e abbiamo fatto le cinque per farle compagnia, come ai buoni vecchi tempi. Che Tomas e io abbiamo promesso di rivederci sulla Transiberiana. E una delle caratteristiche di Tomas è che ama trasformare in realtà le idee più strane.

domenica 2 novembre 2008

We're a happy family, we're a happy family, we're a happy family, me & my mum and daddy


Cosa fareste se vostro figlio fosse una rock star? Intendo una di quelle vere, quelle tipo sesso, droga e rock’n’roll. Sareste più felici per il vostro pargolo che si realizza o preoccupati per la sua aspettativa di vita?

Non è una domanda facile. I genitori sono stati eliminati dalla biografia del rock. O meglio, c’è la mamma di Elvis, per la quale il figlio ha inciso il primo singolo, la mother Mary di Paul McCartney, quella che dice words of wisdom tipo “let it be”. Ma gli altri?

Che ruolo ingrato, il genitore della rock star. Uno si fa mille grattacapi per le sorti del figlio eroinomane per poi venir completamente epurato dalla sua vita.
O almeno così sembra.
Leggendo il qui già pluricitato "Please Kill Me: The Uncensored Oral History of Punk" ci si accorge che non solo i genitori hanno un ruolo importante nella vita dei figli famosi, ma la loro importanza è maggiore di quanto si possa credere.

Prima di leggere cotanto tomo ero convinto che tutti i musicisti provenissero da realtà degradate, povertà e genitori assenti. Gente che ha dovuto imparare presto a fare tutto per conto suo. In realtà così non è. Vi siete mai chiesti dove un musicista che non lavora perché ripudia la società abbia trovato i soldi per comprare la Fender o la batteria?
La risposta è: dai genitori. La verità è che molti dei musicisti sulla scena gnuiorchese erano bambini viziati (occhio: molti, non tutti). Gente che la famiglia alle spalle non solo l'aveva eccome, ma che non disdegnava di farsi lavare le mutande o partecipare al pranzo domenicale.

Maureen Tucker ricorda come la madre continuasse a sostenerla finanziariamente mentre lei rifiutava di lavorare per suonare la batteria nei Velvet Underground. Così racconta come durante la riunione del gruppo nel 1993 abbia finalmente deciso di portare la madre (e i cinque figli) in tournée in Europa, per ringraziarla del suo supporto.

Ma non tutti sono così riconoscenti. Diversi patemi d'animo deve aver sofferto la signora Asheton di Ann Arbor, madre di Ron e Scotty degli Stooges, che ricordano la maleducazione del vecchio Iggy, che quando gli capitava in casa era solito aprire il frigo e servirsi liberamente, aprendo cartoni di latte e bevendo direttamente dalla bottiglia, o assaggiando ditate di torte appena sfornate.

E cosa avrà detto la madre di Jerry Nolan dei New York Dolls quando il figlio le ha chiesto di far alloggiare l’intero gruppo a casa sua durante una tournée in Florida? Cosa avrà pensato quando Jerrino, luce dei suoi occhi, ha cominciato a sparire nel cesso con quel capellone che si faceva chiamare Johnny Thunders, per poi tornare in stato visibilmente alterato?

Probabilmente è vero che uno per diventare famoso deve avere un grande ego, ma come si può trattare così la propria mamma? Quella che ti ha comprato la chitarra perché una volta hai preso un bel voto e non ti ha mai rinfacciato di essertela cavata con poco?

È rinfrancante scoprire che almeno la brava Moe Tucker ha ripagato la sua mamma portandola a cena a Praga con Lou, i ragazzi e Vaclav Havel, l’uomo della rivoluzione di velluto. Ma gli altri? Anni di tour in giro per il mondo e neanche una cartolina. Neanche il modellino della Torre Eiffel.

Meditate fratres, e quando sarà il vostro turno, pensate alla famiglia.

mercoledì 15 ottobre 2008

I Sonic Youth a Bolzano?


Quando sei nato in un paese minuscolo in una valle alpina, il fatto che il tuo gruppo musicale preferito decida di suonare in prossimità di casa, per giunta nel giorno del tuo compleanno, non può che sembrare un segno del destino.
Non ci credevo quando ho scoperto che qualcuno aveva portato a Bolzano una mostra su artisti legati ai gloriosi Sonic Youth. Che poi il tutto sarebbe stato coronato con un concerto della band, nel giorno che avrebbe sancito per me l'impossibilità di morire a 27 anni come la maggior parte delle rock star, pareva quasi troppo.
Così dopo neanche troppi giorni di ponderazione ho comprato i biglietti aerei per una settimana a casa.

Un concerto dei Sonic Youth significa trent'anni di discografia fra gruppo e mille progetti collaterali e prima del concerto un ripasso è necessario per chiunque. Nelle settimane precedenti riascolto i primi dischi e l'ultimo, accentuando l'attesa.
Ma non sembro essere il solo ad essere impaziente come un bimbo prima di Natale (o come Pietro Maso in attesa di essere scarcerato). Nei giorni precedenti al concerto si avviano discorsi con altri appassionati su tutti i canali dell'internètt.
Così quando salgo sull'aereo per tornare a casa mi pare di partire io stesso per una tournée.

Quella di tornare a casa per il concerto si rivela una saggia decisione. Sembrava che in Trentino e Alto Adige tutti si fossero convertiti al verbo di Kim Gordon, Thurston Moore e Lee Ranaldo (accompagnati da una fitta ridda di batteristi). Perfino i miei genitori si sono preoccupati di risalire all'identità di questo misterioso gruppo, che poi così male non poteva essere, visto che gli hanno dedicato una mostra d'arte al Museion di Bolzano. Mia madre ha subito identificato la band come "chei da la majéta" (quelli della maglietta), memore di mille lavatrici.
E la mia amica Fabry, benedetta sia fra le donne, che lavora per i colleghi trentini di Museion, è riuscita addirittura ad imbucarmi nella conferenza stampa in corrispondenza dell'inaugurazione della mostra.

L'inaugurazione avviene il giorno prima del concerto. Sulla Skoda bianca di David, il moroso della Fabry, c'è anche l'"inviato" di Rumore (virgolette rese necessarie dalla gratuità della prestazione), che ha prenotato un'intervista con Thurston Moore, suscitando l'invidia di tutti noi e il seguente imboscamento della Fabry, sottoposta per questo alla gogna davanti ai suoi datori di "lavoro".
Dal finestrone della sala conferenze di Museion lo sguardo attraversa l'alta Val d'Adige fino all'Austria, quando appaiono un cinquantenne allampanato, uno stagionato viveur dai capelli pepe e sale, una rispettabile signora e uno spaesato turista americano.
L'impatto con i propri idoli è spesso traumatico, ma la senilità sonica ne esce comunque quantomeno dignitosamente.
Meno dignitosamente ne esce invece il giornalista della tv nazionale austriaca, che appena si accorge che la conferenza viene tradotta solamente in italiano, la interrompe per dichiarare che non è necessaria alcuna traduzione, dall'alto della rispettabilità conferitagli dai suoi baffetti da tredicenne. Avevo già avuto modo di notare come gli austriaci si sentano sempre in dovere di confermare lo stereotipo. Benedetta l'organizzatrice francese della mostra, all'oscuro del prurito linguistico che impregna il Suttirolo.

Tra l'altro lo stesso giornalista pone a Thurston la domanda più stupida possibile, la cui risposta si rivela invece molto interessante.
"Vat zu yu zink of the current art situazio?" Mr Moore risponde che non ne ha idea, perché lui di arte non se ne intende e tutti gli artisti esposti sono stati scelti per amicizia o incontro casuale. Il che conferma quello che noi tutti sappiamo, che quelli famosi non sono per forza gli artisti migliori, ma quelli che per un motivo o l'altro hanno ricevuto maggiore esposizione. Solitamente si tratta di artisti appartenenti a scene, che traggono beneficio da stimoli e fama di chi gli sta vicino.
Sulla fama non mi pronuncio, ma quella degli stimoli offerti dalla scena locale sembra essere una tematica rilevante nella carriera dei Sonic Youth. Dal punto di vista musicale, quella di New York è una fucina di scene, che spesso si contaminano e uniscono nella scena più grande e longeva al mondo, partendo dal primo jazz, passando per la Factory, il free jazz, il punk e la no wave, sporcandosi di arte di ogni genere. Una scena sempre attenta alle avanguardie e alla sperimentazione.
Moore ricorda come nel 1977 tutti gli artisti gnuiorchesi ascoltassero solo la disco, per poi giungere inevitabilmente a contatto con l'allora vivissima scena punk/no wave.
Ricorda anche come si fosse meravigliato ascoltando per la prima volta un artista non musicale discutere di no wave invece che di ballare Disco Inferno. Si trattava di Dan Graham, un placido vecchietto con la barba bianca e un giubbotto milletasche che, anche lui presente, si diletta a parlarci di Teenage Jesus and the Jerks.

Finita la conferenza stampa, mentre aspettiamo che gli altri finiscano di intervistare Thurston Moore, David e io facciamo un giro nella mostra, ancora in via di allestimento.
Riduco al minimo i commenti, non essendo io un esperto. Comunque c'è tanta pop art, ovviamente (dieci anni prima dei Sonic Youth la scena di New York era quella di Andy Warhol), tanti colori, ma anche sangue, pistole, violenza, che sembrano essere inevitabili in qualsiasi manifestazione di americanità. Fotografie originali di supereroi beat (Lee ne è un cultore) e fumetti, installazioni in via di costruzione e una yurta con strumenti per consentire ai visitatori di metterci del loro. O per sottolineare ancora una volta che al posto dei Sonic Youth, potrebbe esserci qualcuno di noi.

Intanto Steve Shelley si aggira ancora per ore timido e sperduto fra il negozio della mostra e il bar sul retro, con un paio di cd in mano. Fa tanta tenerezza, è proprio uno di noi.

Ma mi sa che per oggi ho scritto anche troppo, quindi direi che del concerto ne parliamo alla prossima occasione. Un blog senza lettori può permettersi di aspettare, no?

venerdì 26 settembre 2008

We dig repetion

La musica, per fortuna, non è una questione di cervello, ma di cuore o di panza. La si ascolta per motivi diversi, ballare, star meglio, svegliarsi, star peggio o addormentarsi. Sospetto che gli unici che non hanno capito un cazzo siano i maniaci della tennica, gli sportivi del rock’n’roll, quelli che se alle Olimpiadi mettessero l’assolo libero si fionderebbero, cronometro alla mano, a vedere quante note al secondo ci ficca lo Gnigni Malmsteen di turno.
Cazzate, insomma. Per fare qualcosa di bello non serve essere bravi, bisogna saperci fare e basta.

È provato nei migliori laboratuar che qualsiasi variante con accordi di Mi, La e Re non può che suonare bene. Aggiungiamoci un Do e un Si e abbiamo l’intero repertorio degli Stones. Basta alzare il volume e nascono le hit. Quello che conta è spesso il contorno, la voce, la distorsione, il testo, ma anche l’atteggiamento e i vestiti. The singer, not the song, cantavano per l'appunto gli Stones, e direi che abbiamo anche capito perché.
Poi però ci sono anche quelli che oltre a suonare due accordi di numero, li suonano pure maluccio. Suonano canzoni da discount, con strumenti da discount e voce da distilleria. Eppure spesso queste canzoni sono memorabili, della serie che vale più una Louie Louie di mille Stairway to Heaven. Lo sapeva bene Frank Zappa, che ne era ossessionato e l’ha usata per dissacrare l’organo della Royal Albert Hall (non trovo la sua versione e allora vi metto quella dei Sonics).
Ah, a proposito di Led Zeppelin, lo sapevate che tutte le loro canzoni più famose sono in Mi La Re? Black Dog, Heartbreaker, Whole Lotta Love, e sì, anche Stairway to Heaven. Ma qui i semplici accordi vengono smembrati e il discorso cambia. Noi no, noi vogliamo solo quelli che i loro tre accordi non stanno là ad infiocchettarli più di tanto. Eccone alcuni.

Louie Louie, o Wild Thing, che è poi la stessa cosa, ma con l'organo Hammond = 96 Tears



Chi la spunta fra Beatles e Rolling Stones? Per me mille volte i Kinks, che già quando gli altri si rincoglionivano di sottomarini gialli la buttavano giù dura



I Ramones non sapevano suonare, ma lo facevano da dio



Dopo aver salpato i mari, il vecchio Louie si dà all’elettronica



Quando hanno rinfacciato al giovane Neil che le sue canzoni erano tutte uguali, lui ha risposto che per forza, è tutto una canzone sola.



I Fall sono quelli che cantavano "We dig repetition in music and we're never gonna lose it". Questa però è un'altra.



E la roba semplice va di moda anche oggidì. Ecco un gruppetto che ora va per la maggiore quando gioca la nazionale. A differenza di Mameli, anche Camoranesi li canta. Ma questa è di qualche anno prima.



E se ancora non vi siete rotti i coglioni vi ringrazio e vi faccio sentire anche questo, questo, questo e quest'altro

giovedì 28 agosto 2008

I Tinariwen sono l'Africa meno Peter Gabriel


Da quando ho iniziato ad ascoltare dosi controllate di musica africana comincio a sospettare che un giorno anch’io diventerò uno di quegli adulti responsabili che ascoltano Peter Gabriel su impianti stereo pagati cifre a diversi nove.
Intanto però sabato, al concerto dei Tinariwen, ho potuto tirare un sospiro di sollievo.
I Tinariwen vengono dal Mali o giù di lì, o forse è meglio dire dal Sahara, sono Touareg e orgogliosi di esserlo, suonano il tishoumaren, la musica dei disoccupati, e stando ai giornali vantano un passato di guerriglia.
Ma niente seghe da world music. La descrizione migliore è una fotografia in un servizio di un supplemento domenicale dell’Observer di un paio di anni fa: una grande tenda nel deserto a proteggere dalla sabbia amplificatori Marshall e chitarre elettriche issati sulla schiena di cammelli.
I Tinariwen suonano la loro musica con i nostri strumenti. Rinunciano a piccole dosi tradizione, senza compromettere la genuinità.

Avevo sentito dire anche che sono un gruppo da gustare fresco, così sabato ho investito una ventina d’euro, lasciato la morosa a casa in compagnia del Machiavelli e mi sono chiuso nel Paradiso, solo in mezzo a centinaia di gruppi di persone.
Ho capito subito le ragioni che fanno del Paradiso uno dei templi europei della musica live: una scatola nera per pochi fortunati e un’atmosfera intima, rilassata e concentrata sul palco.
I Tinariwen hanno sfruttato al meglio queste caratteristiche, coinvolgendo il pubblico in un battito di mani continuo, che per un gruppo che disdegna le percussioni è la base del ritmo.
Lasciamole ai rasta del Caribe le percussioni, sembra sia il messaggio, ma il ritmo non manca, viene da un piccolo djembe sul palco e da coriste pagate per battere le mani quanto basta per dirigere il pubblico.
E il djembe, che molti conosceranno come "giambé" è anche l’unico strumento africano. Per il resto un basso che se John Entwistle è Ox, questo è uno zebù e un paio di chitarristi, per lo più elettrici, secondo uno schema decisamente americano, ma basato su melodie che dicono Africa.

Il cantante principale sembra un Santana sdentato con i capelli di Phil Lynott e si fa sentire con arpeggi e assoli cordiali e affettati. L’altro cantante suona occasionalmente l'acustica e non ci si accorgerebbe del suo stile orginale e pulito se non uscisse da solo per il secondo bis, suonando una specie di folk alla sabbia rossa in lingua tamasheq, forse la cosa più bella che abbia mai sentito suonare dal vivo su sei corde di metallo e due vocali.

Torno a casa attraversando il Vondelpark di notte. Qualche barbecue ancora non si è arreso ai primi freddi. E la mia lampada riempie la stanza dei colori del deserto.

martedì 12 agosto 2008

Haldern: come sopravvivere ad un festival quando si è vecchi dentro


Sono passati tre anni dal mio ultimo festival musicale.
Nel frattempo ho trovato un lavoro e perso altri capelli, comincio ad indossare con una certa disinvoltura anche vestiti privi di nomi di gruppi musicali e ho addirittura qualche amico che apprezza Madonna più dei Sonic Youth.
Mi serviva una botta di vita, ma una adatta al "working professional" che sono diventato e non c’è voluto molto per capire che Haldern era l’occasione adatta. Tre giorni di musica, il tutto là dove i campi di cereali tedeschi corrono incontro all'Olanda, ma soprattutto a 10 km dalla casa di K, il che significa un materasso con le molle per la notte.

Haldern è un festival di dimensioni volutamente ridotte, un festival dell'intimità, dove chiunque si professi fan di un artista ha a possibiltà di ammirarlo in prima fila. I musicisti di solito sanno di partecipare ad un evento di culto e gradiscono la convocazione.
Pare che tre anni fa gli sport-rocker Sportfreunde Stiller si trovassero nella vicina Bochum per un concerto ed abbiano deciso di fare una capatina per cantare un paio di canzoni. Quest'anno l'ospite a sorpresa è stata la più nota crew hip-hop tedesca, un gruppo che avrebbe potuto partecipare come headliner, ma che ha preferito apparire in segreto in un tendone da trecento posti.
L'intero festival viene organizzato dalla gioventù locale. Gente che non ha idea di chi sia Iron & Wine, ma che ha chiaro in mente quello che vuole fare. In Italia sarebbe impossibile, qui funziona da 25 anni. Qui ci sono figli di allevatori di bestiame che hanno visto Patti Smith.
E tutti partecipano, anche gente che preferisce la disco più becera, ma che non si permette di giudicare male in base ai propri gusti musicali.

Al festival K e io arriviamo nel più multiculturale dei modi, cavalcando una Golf munita di maxi-adesivo della birra Bitburger sul retro, ascoltando sullo stereo gli italici CSI.
L'atmosfera è proprio quella di una festa di paese, K incontra parenti e amici e i palchi custodiscono l'irrinunciabile biergarten come il bue e l’asinello.
L'acqua ci sorprende, scrosciandoci in testa per dieci minuti, appena in tempo per scomparire, aprendo il palco principale per i Foals, un gruppo di ragazzetti inglesi che annunciano di essere più giovani del festival stesso, ma mescolano bene il post punk inglese con un basso da discomusic. Tra l'altro i ragazzini ci sanno fare non poco con i loro strumenti, pur senza cadere nel volgare vituosismo.
I Foals rubano decisamente la scena ai Flaming Lips, headliner della serata, che imbastiscono un'enorme festa di compleanno fatta di coriandoli, Teletubbies e tecnologia, ma faticano a nascondere il fatto che la loro musica è fatta soprattutto di tecnologia, concepita per lo studio e non per palchi all'aria aperta.

Il secondo giorno la pioggia arriva a dare il bis proprio al culmine della calura e grazie al suo tempismo rientra fra le migliori esibizioni della giornata, aprendo per Joan as a Policewoman, che sembra la Cortellesi mentre interpreta Pira Williams, ma ci regala una versione lenta e sussurrata di Fire che avrebbe resuscitato il vecchio Jimi.
I Kula Shaker, nel loro periodo di gloria, erano uno dei pochi gruppi moderni che riuscissi ad apprezzare, anche perché il loro sound guardava indietro di molti anni. Ci sono affezionato e per questo motivo credo siano stati i migliori sul palco, ma non pretendo di essere obiettivo. Comunque con 303 mi hanno fatto tornare fra i banchi della terza C. Purtroppo nessuno ha ancora messo il filmato su YouTube. Nel frattempo ascoltatevi Hush.

Arriviamo al terzo giorno freschi come una rosa di plastica, mentre c’è chi si sdraia nel fango non ancora secco. Siamo dei rocker borghesi, e ce ne sbatte pure poco.
Il pomeriggio non ha troppo da offrire. Jamie Lidell ha un’ottima voce calda e soul, ma sa troppo da discoteca inglese e si vede che le ragazzine adoranti cercano solo un surrogato di Robbie Williams. Si sente quasi odore di vodka Red Bull.
Il cambio di pubblico fra Liddell e Iron & Wine è radicale e per un attimo il prato rimane quasi vuoto, così ci mettiamo in primissima fila, dove la stessa ragazza che avevamo incontrato allo stesso posto per il concerto dei Kula Shaker sta ancora flirtando con lo stesso sosia di Daniel Brühl della security. K le chiede cosa ne pensa dei concerti, lei che è sempre in prima fila. Pare che le abbiano fatto cagare tutti. Probabilmente Daniel Brühl è d’accordo con lei, perché passa tutto il concerto a fare cazzate con i colleghi. Ah, dimenticavo la musica, una buona esibizione.
I Gutter Twins sono nella tenda per gli iniziati, ci mettiamo in coda e, ascoltando la musica che esce dal tendone, guardiamo sul megaschermo esterno un’esibizione che sembra davvero piena di sentimento. Per fortuna alla fine tutti corrono a vedere gli headliner, il tendone si svuota e arriviamo a vedere in faccia Lanegan e Dulli mentre annunciano l’ultima canzone e i componenti della band, che sembrano venire tutti da Alaska, Montana e altri luoghi sperduti. Forse anche per i provinciali c’è un paradiso.
I Maximo Park sono commossi, non gli capita spesso di essere il gruppo della serata. Li vediamo giusto per fare qualcosa, ma non ce ne pentiamo. Vanno decisamente oltre ciò che ci si aspetta da un gruppetto per adolescenti britannici.

Torneremo.

domenica 20 gennaio 2008

polenta, spezzatino e rocchenroll


mi sembra evidente che la musica altro non sia che una metafora della polenta, e viceversa.
sette note e 7 ingredienti 7. spezzatino, crauti, salsiccia, funghi, scotechino, formaggio, capriolo. do re mi fa sol la si do. e a proposito di fa sol, ho dimenticato i fagioli, ma quelli sono un buon si diesis.
si possono aggiungere altri ingredienti, ma una polenta col tonno può risultare troppo etnica, mentre una taragna al pesto è troppo d'avanguardia per un palato nostrano.
per questo si finisce sempre per rimestare i soliti ingredienti, pur sapendo che volendo il campo d'azione sarebbe infinito.
ma non di soli ingredienti vive la polenta. come vostra nonna potrà confermare, la cottura, la farina, il paiuolo sono fattori tutt'altro che secondari. la polenta acquista così la sua personalità. la polenta facile, quella che comprate la farina al maxì, la schiaffate in padella e in 10 minuti è pronta, quella è una polenta commerciale, ricca di venature rimmenblùs, facile da produrre, di accesso immediato, ma alla fin fine povera di significato. è altresì possibile produrre una polenta progressive, ricca di intingoli, brodi e brodini, destinata ai palati più eccelsi, i quali però com'è risaputo, non è certo di polenta che si nutron. allora meglio la polenta di protesta, 3 ingredienti di sicuro impatto: un tonco-funghi-caprioli che è un la-mi-re proletario, affinato da una sonda di nostrano che ha l'aroma del fiato di un dylan d'annata dannata, il tutto rimestato in un paiolo di rame ammaccato sul fuoco di una malga con un pascolo che neanche a vustock. e le vacche tutte a professare il libero amore.
mi gusta la mosa punk, ricca di ingredienti semplici, working class, come crauti e scuotechini. una polenta incazzata, una brodaglia che sa accontentare i palati di chi ha passato 12 ore a lavorare in fabbrica, o a fumare pachistano.
a rovereto la polenta la tagliano con un filo che pare quello interdentale. a me la sinfonia non è mai entrata in circolo, ma le corde della viola di john cale la polenta la tagliano di sghimbescio, rendendo il piatto più appetibile ai palati più curiosi.
un tempo si diceva però che l'eccessivo consumo di oro giallo potesse condurre alla pellagra. meglio quindi di polenta abbondare, ma di nulla abusare. leggere ogni tanto un bel libro, accompagnato da un brasato leggero leggero e un amarone che è la morte sua, farsi una passeggiata, bere un cynar.