“Mai” non si può dire mai. Lo dimostra il fatto che “mai” si può dire. Si può dire ad esempio che nessuno sia mai vissuto millanni. Il fatto che “mai” si possa dire dimostra che non si può mai dire “mai”.
In pratica nulla ha mai valore universale, nulla non accade mai. E perché questo sia vero è necessario che il “mai” non abbia valore universale, che non si verifichi che esso non accada mai.
E tu mi puoi dire che non è vero che nessuno sia mai vissuto millanni. Gesù per esempio, o Gimmorrisson o Carcobein, volendo trovare il pelo nell’uovo, vivono in chi li ricorda. E questo dimostra che è vero che il “mai” è relativo e non si può dire mai, ma anche che non è vero che non si può mai dire “mai”.
C’è questa scena nel libro che leggo.
Sono in guerra, lei va all’obitorio a trovare l’anziano padrone di casa morto di un colpo in testa. E va bene così, è il quadrarsi del cerchio della vita. Poi di fianco a lui vede un bambino, blu come quelli delle chiese. E per lui invece soffre davvero. La sera suo marito torna a casa, anche lui è stato all’obitorio. Sulla soglia calpesta una lumaca, gli dispiace, dice che ormai, in guerra, gli dispiace per tutto.
Poi lei gli chiede se ha visto il bambino. “Quale bambino?” fa lui e si compiace di cazzate, della sigaretta che ha messo nel taschino dell’anziano padrone di casa, per il suo ultimo viaggio. Si sente romantico.
E uno capisce che “tutto” non si dice mai, proprio come “mai”, che non è mai corretto.
Poco prima pensavo che la storia di K mi ha reso immune. Immune a diverse cose, salvo, sterile, ibernato, protetto da tutto.
È stato là, leggendo ste paio di pagine di sto libro che mi piaciucchia sì e no, che ho capito che non si può mai dire “tutto” o “mai”. E non è che mi sia dispiaciuto, di non essere protetto.
sabato 21 novembre 2009
lunedì 16 novembre 2009
Colori
Oggi mi sono sentito moderno. In bicicletta, di ritorno da Ouderkerk, il mio momento di contemplazione.
Mi hanno attratto le strisce di luce dei lampioni riflessi sull’Amstel. Giallo arancio su blu notturno, ho pensato al simbolo della IP.
Poi la pista ciclabile color vino, separata dal prato ancora verde da due cordoli bianchi sottili. Come la maglia della Fluminense.
I colori, ormai, hanno tutti una marca.
Mi hanno attratto le strisce di luce dei lampioni riflessi sull’Amstel. Giallo arancio su blu notturno, ho pensato al simbolo della IP.
Poi la pista ciclabile color vino, separata dal prato ancora verde da due cordoli bianchi sottili. Come la maglia della Fluminense.
I colori, ormai, hanno tutti una marca.
domenica 15 novembre 2009
Stimoli
Ad Amsterdam gli stimoli sono tutti di tipo visivo.
Cinema d’essai, musei, gallerie d’arte del Jordaan, le mostre del FOAM e quelle case dalla linea curata, con finestroni che si prendono tutto lo spazio possibile per non perdersi le belle cose che succedono all’esterno. Le cattedrali di mattoni e i barconi abitabili col praticello sul tetto, le insegne Art Decò dei buurtcafè e i parchi di aceri e olmi.
Stimoli solo visivi, sarà anche per questo che qui sono tutti fotografi.
Odori non se ne sentono. Non nei mercati postcoloniali, né sui binari della stazione. Neanche l’acqua dei canali ha odore, nonostante basti vederne il colore in fotografia per suscitare l’istinto di tapparsi il naso.
I rumori sono pochi ed è comunque consigliabile evitarli. La lingua olandese non piace neanche a chi la parla, vittima di R troppo croccanti e lunghe S scivolose. La musica che si sente in giro poi è fatta per essere ballata, preferibilmente in stato di estasi indotta, mai per essere ascoltata.
Amsterdam è una città bella.
Pensandoci bene ci sarebbe un altro senso che qui non viene completamente schifato, il gusto. Centro e sobborghi sono pieni di ristoranti e mangerie, fuoco dell’espressività delle decine di etnie e nazionalità del mia personale Venezia del Nord.
Non ci ho mai fatto caso, perso sempre nel mio mondo visivo, ma comincio a realizzarlo ora che frequento gente che parla spesso e volentieri di cibo.
E poi ho deciso che la prossima riceverà credito aggiuntivo se saprà cucinare bene.
Mi sa che sto diventando adulto.
Cinema d’essai, musei, gallerie d’arte del Jordaan, le mostre del FOAM e quelle case dalla linea curata, con finestroni che si prendono tutto lo spazio possibile per non perdersi le belle cose che succedono all’esterno. Le cattedrali di mattoni e i barconi abitabili col praticello sul tetto, le insegne Art Decò dei buurtcafè e i parchi di aceri e olmi.
Stimoli solo visivi, sarà anche per questo che qui sono tutti fotografi.
Odori non se ne sentono. Non nei mercati postcoloniali, né sui binari della stazione. Neanche l’acqua dei canali ha odore, nonostante basti vederne il colore in fotografia per suscitare l’istinto di tapparsi il naso.
I rumori sono pochi ed è comunque consigliabile evitarli. La lingua olandese non piace neanche a chi la parla, vittima di R troppo croccanti e lunghe S scivolose. La musica che si sente in giro poi è fatta per essere ballata, preferibilmente in stato di estasi indotta, mai per essere ascoltata.
Amsterdam è una città bella.
Pensandoci bene ci sarebbe un altro senso che qui non viene completamente schifato, il gusto. Centro e sobborghi sono pieni di ristoranti e mangerie, fuoco dell’espressività delle decine di etnie e nazionalità del mia personale Venezia del Nord.
Non ci ho mai fatto caso, perso sempre nel mio mondo visivo, ma comincio a realizzarlo ora che frequento gente che parla spesso e volentieri di cibo.
E poi ho deciso che la prossima riceverà credito aggiuntivo se saprà cucinare bene.
Mi sa che sto diventando adulto.
lunedì 9 novembre 2009
Noi, i ragazzi del muretto di Berlino
Il Muro di Berlino non è che sia caduto così, una mattina senti un rumore, ti giri e patratrac. No, prima si è incrinato per settimane, roba che non serviva essere il tipo della perizia abitativa col martelletto per dire che sarebbe venuto giù.
Infatti non c’è voluto l’esplosivo, ma il cucchiaino del te. È questo che mi ricordo io, che avevo appena compiuto 9 anni, quelli che scavavano col cucchiaino. E chiedevo a mia mamma quanto ci sarebbe voluto a forza di cucchiaiate ad abbatterlo, sto muro. E mia mamma non sapeva rispondere, ma la pratica ha dimostrato che una settimana poteva anche bastare.
Io avevo appunto 9 anni e la cosa mi aveva colpito, ma era un pezzo che le cose avevano cominciato a colpirmi. Credo che tutto fosse iniziato in Romania, con Ceausescu, ste storie con il figlio che aveva fatto strappare (anzi, per un novenne "aveva strappato") le unghie della Comaneci ad una ad una perché lei non gli voleva bene. Le bandiere con il buco dove prima c'era la sua brava aquila socialista. C'erano ste parole scivolose che giravano, "perestroica","glasnost", la più scivolosa di tutte era “Solidarnosc”, sta scritta rossa fatta a mano, simpatica, come i titoli delle storie a fumetti, con sto Walesa che a volte chiamavano anche Vauenscia che gli volevano bene un po’ tutti. Io ci ho messo un po’ a separare il concetto di Walesa da quello di Wojtila. Forse è successo solo quando ho scoperto che il primo aveva i baffoni pelosi e si vestiva meglio.
E c’era stato Tienanmen. Sti ragazzi che "ma sono scemi?" tentavano di fermare i carri armati a forza di braccia. Io provavo a fare lo stesso con la Passat rossa nuova, ma non ce la facevo. Figurarsi i carri armati, è una battaglia persa. Così non mi ero stupito che loro, la loro battaglia, l’avessero persa.
L’unica battaglia persa, perché tutti gli altri avevano vinto.
E sembrava ovvio che avessero vinto, perché avevano ragione loro. Non eravamo ottimisti, non eravamo idealisti. Finiamola con sti discorsi nostalgici sugli anni ’80. Diciamo piuttosto che davamo molte cose per scontate.
Per colpa di questi eventi, questi cambiamenti, ho presunto per anni che la giustizia alla fine trionfasse davvero.
Ho sempre pensato che chi ha avuto un’infanzia troppo facile poi ci si rintani e rinunci ad evolvere, rimanendo indietro un po’ come il figo delle medie, che è ancora fermo alle medie, o quello al liceo, che ora è sempre intento a organizzare cene di classe.
Così chi ha passato troppo tempo al sole poi sente dieci volte tanto le randellate sulla pelle scottata. Rimarremo indietro, noi che gli ideali li davamo per scontati e cerchiamo, per rinverdire i fasti, Berlino a Genova, Baghdad, Kabul, Teheran, L’Avana, Gaza. Avanzeranno i giovani d'oggi, per sfuggire al cecchinaggio del nostro sputtanamento, si fermeranno di nuovo i loro figli e proseguiranno i nipoti.
Anche il tempo, come la vita, non andrebbe preso sul serio.
Infatti non c’è voluto l’esplosivo, ma il cucchiaino del te. È questo che mi ricordo io, che avevo appena compiuto 9 anni, quelli che scavavano col cucchiaino. E chiedevo a mia mamma quanto ci sarebbe voluto a forza di cucchiaiate ad abbatterlo, sto muro. E mia mamma non sapeva rispondere, ma la pratica ha dimostrato che una settimana poteva anche bastare.
Io avevo appunto 9 anni e la cosa mi aveva colpito, ma era un pezzo che le cose avevano cominciato a colpirmi. Credo che tutto fosse iniziato in Romania, con Ceausescu, ste storie con il figlio che aveva fatto strappare (anzi, per un novenne "aveva strappato") le unghie della Comaneci ad una ad una perché lei non gli voleva bene. Le bandiere con il buco dove prima c'era la sua brava aquila socialista. C'erano ste parole scivolose che giravano, "perestroica","glasnost", la più scivolosa di tutte era “Solidarnosc”, sta scritta rossa fatta a mano, simpatica, come i titoli delle storie a fumetti, con sto Walesa che a volte chiamavano anche Vauenscia che gli volevano bene un po’ tutti. Io ci ho messo un po’ a separare il concetto di Walesa da quello di Wojtila. Forse è successo solo quando ho scoperto che il primo aveva i baffoni pelosi e si vestiva meglio.
E c’era stato Tienanmen. Sti ragazzi che "ma sono scemi?" tentavano di fermare i carri armati a forza di braccia. Io provavo a fare lo stesso con la Passat rossa nuova, ma non ce la facevo. Figurarsi i carri armati, è una battaglia persa. Così non mi ero stupito che loro, la loro battaglia, l’avessero persa.
L’unica battaglia persa, perché tutti gli altri avevano vinto.
E sembrava ovvio che avessero vinto, perché avevano ragione loro. Non eravamo ottimisti, non eravamo idealisti. Finiamola con sti discorsi nostalgici sugli anni ’80. Diciamo piuttosto che davamo molte cose per scontate.
Per colpa di questi eventi, questi cambiamenti, ho presunto per anni che la giustizia alla fine trionfasse davvero.
Ho sempre pensato che chi ha avuto un’infanzia troppo facile poi ci si rintani e rinunci ad evolvere, rimanendo indietro un po’ come il figo delle medie, che è ancora fermo alle medie, o quello al liceo, che ora è sempre intento a organizzare cene di classe.
Così chi ha passato troppo tempo al sole poi sente dieci volte tanto le randellate sulla pelle scottata. Rimarremo indietro, noi che gli ideali li davamo per scontati e cerchiamo, per rinverdire i fasti, Berlino a Genova, Baghdad, Kabul, Teheran, L’Avana, Gaza. Avanzeranno i giovani d'oggi, per sfuggire al cecchinaggio del nostro sputtanamento, si fermeranno di nuovo i loro figli e proseguiranno i nipoti.
Anche il tempo, come la vita, non andrebbe preso sul serio.
mercoledì 28 ottobre 2009
Soloalbum
Quando mi è giunta comunicazione che stavo per essere piantato, mi attendevo qualcosa di diverso per il periodo a venire. Ho pensato “minchia, ora per un paio di mesi mi ciuccio la depressione con i suoi begli annessi e connessi”.
Invece no. Non è che la cosa sia allegra. La depressione c’è. Magari “depressione” non è un termine esatto, meglio malinconia, la stessa cosa che ti fa ascoltare, che ne so, “Impressioni di settembre” e invece di buttarti giù ti senti meglio.
Ci si sente soli, ma è più una cosa tipo “soli contro il mondo”, quasi eroica, ahimè l’odiata parola. Una cosa stile “belli e maledetti”, non fosse che qualche capello perso e un’infanzia spensierata mi impediscono di essere entrambi.
Ma la cosa migliore è che ti puoi ritrovare in qualsiasi canzone triste e malinconica. “Impressioni di settembre”, si diceva. Ebbene, è successo di settembre (ma qui è solo culo).
Diciamo De André, che per l’occasione è diventato un ascolto ossessivo, “Verranno a chiederci del nostro amore” e “La canzone dell’amore perduto”. Ascoltate nel contesto giusto hanno una potenza di fuoco più che triplicata.
E così ora, che cerco di tenermi attivo, pedalo fra i 60 e i 90 minuti al giorno, da casa al lavoro, dal lavoro al centro e poi di nuovo a casa, e la parte migliore non è quella in cui conosci le tipe, che tanto quando cominci a sperarci tirano sempre fuori il ragazzo, che dai, ammettiamolo, se hai almeno 25 anni, un po’ di cervello e un aspetto decente lo devi avere per forza, il ragazzo, però potevi dirmelo anche prima. La parte più bella non è quella, ma quando torni di notte e ti ascolti la plailista sulla protesi musicale in sella alla bici nuova, che è costata un matrimonio, ma fila che vengono quasi le lacrime.
Ecco, forse sono diventato un solitario. E per l’occasione vado di là a schiaffare sulla plailista “The Loner”.
Invece no. Non è che la cosa sia allegra. La depressione c’è. Magari “depressione” non è un termine esatto, meglio malinconia, la stessa cosa che ti fa ascoltare, che ne so, “Impressioni di settembre” e invece di buttarti giù ti senti meglio.
Ci si sente soli, ma è più una cosa tipo “soli contro il mondo”, quasi eroica, ahimè l’odiata parola. Una cosa stile “belli e maledetti”, non fosse che qualche capello perso e un’infanzia spensierata mi impediscono di essere entrambi.
Ma la cosa migliore è che ti puoi ritrovare in qualsiasi canzone triste e malinconica. “Impressioni di settembre”, si diceva. Ebbene, è successo di settembre (ma qui è solo culo).
Diciamo De André, che per l’occasione è diventato un ascolto ossessivo, “Verranno a chiederci del nostro amore” e “La canzone dell’amore perduto”. Ascoltate nel contesto giusto hanno una potenza di fuoco più che triplicata.
E così ora, che cerco di tenermi attivo, pedalo fra i 60 e i 90 minuti al giorno, da casa al lavoro, dal lavoro al centro e poi di nuovo a casa, e la parte migliore non è quella in cui conosci le tipe, che tanto quando cominci a sperarci tirano sempre fuori il ragazzo, che dai, ammettiamolo, se hai almeno 25 anni, un po’ di cervello e un aspetto decente lo devi avere per forza, il ragazzo, però potevi dirmelo anche prima. La parte più bella non è quella, ma quando torni di notte e ti ascolti la plailista sulla protesi musicale in sella alla bici nuova, che è costata un matrimonio, ma fila che vengono quasi le lacrime.
Ecco, forse sono diventato un solitario. E per l’occasione vado di là a schiaffare sulla plailista “The Loner”.
martedì 20 ottobre 2009
Babiblù
Quando le foglie s’ingiallano, capita spesso che le cose cambino.Cambia che fuori diiventa freddo e tu mi dici “ma è ovvio” e io ti dico “ti pare poco?”, cambia completamente la disposizione mentale, il palinsesto RAI, i primi allenatori sulle panche delle provinciali, il fatto che la morosa mi ha mollato dopo cinque anni e passa, ma soprattutto cambia la musica.
Ieri sera ho piantato la protesi musicale nel calcolatore, ci tengo a specificare un PC, perché i Mac sono robe da fighetti dell’alternativo, da gente che compra la roba da bigiotteria perché fa la sua porca figura, ho fatto tavola ragia della musica che ascoltavo st’estate e ho messo la roba autunnale.
Fuori l’allegria, dentro malinconia, accordi in minore, testi importanti. E sono sempre i soliti nomi, con una squadra che di anno in anno si consolida.
C’è il vecchio Bobbo, che forse stavolta magari aggiungo un altro paio di dischi ai soliti tre, che non è che lo ammiri poi più di tanto, però capita che in qualsiasi cosa decida di fare ci sia dentro un pezzo di lui, così ho deciso che quest’anno smetterò di dire che non è che mi esalti e anche se lo trovo sopravvalutato, lo celebrerò come merita.
C’è Neil Young, pronunciato Nigliang, che sarà ignorante quanto vuoi, però quando lo ascolti, con quella voce lamentosa da vecchietto in fila alle poste e quel chitarrista caprone che deve avere i segni delle dita sui tasti della chitarra, perché tocca sempre quelli, beh, quando lo ascolti, ti viene voglia di chiuderti in te stesso e bere un tè caldo, proprio come si fa in autunno. Metti Cowgirl in the Sand, un titolo che più ignorante è difficile, mettici che va avanti dieci minuti, con sta chitarra che uno in pratica muove due dita, che suona lei da sola come se facesse mammaomammaomammacheccetoccafapeccampà. Mettici che lui c’ha sta voce, con dietro le foglie che cadono, gialle, arancio, marroni cachi come le giacche degli olandesi. Fa eroico, il sentimento tipico delle 7 di sera in bicicletta sulla via dal ritorno dal bugigattolo cavanervi, dopo aver ammaestrato miracolosamente le esigenze di clienti, manodopera, capo, manager e operation manager.
Poi metti stasera, c’era quella canzone di Tom Waits, quella che dà il titolo a Rain Dogs e c’era sta fisarmonica che sapeva di fumo nella pioggia, fumo dei falò di San Niccolò, di copertoni e refrattari, fumo di città, con l’acqua che amplifica le note acri e sta chitarra che gli diceva chiaramente di star zitto e smetterla di fare l’eroe romantico, che lui ogni tanto sta cosa ce l’ha e ha bisogno che qualcuno gli dica di calare le ali. Come fa Benigni in Giù di Legge, ora che ci penso.
Poi un po’ di gezz, ma solo a casa, non sulla protesi, perché in bicicletta per il Duca non c’è la pazienza, anche se chissà, forse Coltrane potrei magari anche provarlo, un giorno. Ma forse no, la vedo dura con i battiti al secondo. Al massimo quando ho già preso l’onda, la pedalata lenta ma potente del rapporto più duro può reggere il tempo del batterista di A Love Supreme.
E poi mi conosco, verso novembre, quando le foglie non ci sono, e la stagione dei colori lascia il posto a quella nera, in quei momenti scuri mim andranno le chitarre cicaleggianti e il neon impolverato di Marquee Moon dei Television e più tardi, verso Natale, passerò al rosso e al nero del Nick Cave di mezzo. Il punto critico qui è gennaio, periodo grigio, con la luce che esce, ma non ha niente da illuminare. Questo è il periodo in cui ho comprato tutti i dischi dei quali mi sono pentito. Rock progressivo, esperimenti tedeschi, elettronica, certa classica.
Talmente triste che a fine febbraio smetto di ascoltare musica per il mio bene. In attesa che la primavera mi riporti i Ramones.
Comunque, se mi cercate sono qui.
sabato 10 ottobre 2009
Baracco che mi vince il Nobel
Obama non ha ancora fatto molto, a parte essere eletto, ma sa apparire, è un grande oratore. La gente vota i grandi oratori perché ha voglia di sognare.
Ecco, io mi sarei rotto i coglioni, di sognare.
Ecco, io mi sarei rotto i coglioni, di sognare.
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