giovedì 30 dicembre 2010

Come scroccai cibo e altre bevande in nome dello scambio d'opinioni (bilogia degli incontri, parte 2)

Sto bugigattolo qui, è lecito chiedersi che senso abbia.

Diciamo che volevo vedere chi ci arrivava, quassù. Mi piaceva l'idea che uno capitasse per caso e decidesse di tornare, nonostante la lunghezza degli interventi e alcuni passaggi spiegati un po' così.

Avessi saputo subito che dopo tre anni avrei avuto tre collegamenti al giorno, forse avrei smesso.

Ora invece non ho intenzione di farlo, perché da quei tre collegamenti ho guadagnato tantissimo. Al di là dei semplici rapporti umani, parlo di roba concreta: diverse birre fra Amsterdam e Utrecht, spaghetti allo scoglio sul lungadige di Trento e una cioccolata calda in un McDonald's di Milano, nonché diversi biscottini natalizi veramente deliziosi (ma i cantucci erano un po' duri). Come un frate francescano, che riceve in natura un compenso per la sua attività spirituale.

Insomma, anche senza attivare le inserzioni pubblicitarie, aprire un bugigattolo elettronico porta soldi, vantaggi e forse perfino i favori delle divinità di fiducia.

Lui è stato il primo che ho incontrato. Ho preso un treno per Utrecht un giorno che deve essere stato in un’altra dimensione, perché ricordo che era talmente caldo che siamo finiti in un parco. Si parlava dell'Olanda, degli olandesi, della vita in posti dove le nazionali di calcio hanno un colore diverso dal nostro. S’è corso dietro ad anatre mancando la presa sempre all'ultimo secondo. Poi più avanti s’è bevuta dell'altra birra e parlato di scrivere, leggere e delle cose che stanno care a noi giovani. Abbiamo girato un filmino tuttora inedito e organizzato uscite con amici che hanno poi lasciato il paese e con ragazze che invece hanno lasciato noi.

E questa è una storia storica, che va avanti da un pezzo. Le altre due persone che ho conosciuto via bugigattolo, invece, le ho incontrate durante queste vacanze invernali.

A Trento sono stato a casa di Claudia. Claudia è arrivata sul bugigattolo perché in comune avevamo un partner tedesco di cui parlare. Abbiamo scambiato lunghe email sul Trentino e sulla Germania, ma anche su parecchie altre cose, perché lei è una che va nel profondo in quello che fa. S'è magnato bene come sembra logico attendersi da una che scrive qui e ci si è intrattenuti anche con Anna, la sua bambina dalla R crucca, ansiosa in attesa per la recita scolastica. Data la generosità di quest’ultima, al bottino va aggiunta una caramella mou e il 16 dicembre del calendario dell'avvento della Milka.

Aria invece si era offerta di ospitarmi a casa sua la sera in cui rientravo in Italia, ma la cosa non ha funzionato, perché l'aereo era troppo in ritardo e le strade intasate per la gioia dei tiggì. Però poi ci siamo messi d’impegno, anche in nome del nostro fitto e-pistolario di corrispondenza via Gmail, e siamo riusciti a trovarci al ritorno, il 26 dicembre, in una Milano molto poco da bere, dove l’unico posto aperto era il McDò.

Il bello è che in tutti e tre i casi, quando ci si è trovati, s’è parlato da subito con scioltezza, come se ci si conoscesse già da un pezzo. Probabilmente, chi parla della falsità dei rapporti creati via internet dovrebbe prendere qualche corso d’aggiornamento.

Chi invece si sentisse solo e insicuro del suo aspetto esteriore, sappia che buttar giù parole in forma pubblica è un’ottima alternativa ad MSN, nonché un modo per pompare il numero dei contatti su Facebook e forse addirittura, con un po’ di culo, di risparmiare la retta di Meetic. Ma questo lo lascio alla volontà del singolo. A dire il vero a me piaceva l’idea di segnarmi da qualche parte le cose che penso, per tenere il conto.

martedì 28 dicembre 2010

Come scroccai bevande in nome dell'amicizia (bilogia degli incontri, parte 1)

La ragione per tornare a casa il meno possibile è che quando lo faccio incontro tutti i miei amici. È meglio aspettare, tenere in fresca l'occasione, così quando succede è festa grande. Tanto per gli interstizi c'è Facebook.
Poi quando finalmente è tempo, posso rimbalzare da un bar all'altro a bere birre, sprizzi e spume con gli amici del liceo e i compagni di canne passate (molto passate), tutti con la battutina sul fatto che abito ad Amsterdam e io che cerco di spiegargli che la legalità smacchia di piacere anche gli sporchi più impossibili.

Purtroppo c'è sempre chi non si riesce ad incontrare e stavolta è toccato alla Fabry, colei che fra innumerevoli malpagati meriti in campo artistico vanta (?) quello di avermi introdotto prima acusticamente e poi fisicamente ai Sonic Youth. La sera del 25 era a due chilometri da casa mia, ma non sono riuscito a raggiungerla perché 1) i chilometri erano in linea d'aria e quando c'è una valle di mezzo non è veramente la stessa cosa e 2) venivo dal far la spola fra i due versanti della famiglia, operazione ostacolata peraltro da quattrocento euro in uva liquefatta, per fortuna spesi da mio cugino. Lo spirito è: pazienza, ci si rivede fra qualche mese. Nel frattempo mi piaceranno diversi dei tuoi link, e vediamo di battere due righe sul riquadro bianco di Gmail.

Invece come di consuetudine ho incrociato il Daniele, che dopo il liceo ha acquisito il privilegio di essere definito per nome e non per cognome, avanzando in una posizione di prominenza fra i diversi danieli della mia rubrica telefonica. Non ha Facebook, non ci sentiamo per email, e anche per questo ci si trova con costanza dal vivo. Stavolta mi ha premiato con un prezioso resoconto su come si è fatto fregare a Pechino. Volontariamente, per vedere l'effetto che fa, sperimentando con azioni e reazioni. E ci ho pure guadagnato una copia di Howl del vecchio Allen, che ha comprato per me e solo me - lacrimuccia - alla City Lights di San Francesco. Capirai che scambiato con una cioccolata calda e una cedrata ho fatto un affarone.

E poi ho incontrato lui, compagno di ricreazione liceale nonché di un importante Bildungsroman, ora assurto al ruolo di dolo-mito di tutti i giovani figli di Dioniso e di genitori chiamati Pero e Bepina. Con lui è anche un po' come bere una tazza con un cantante che ti piace e parlare delle sue canzoni, o un'altra con un Hundertwasser vivo e chiedergli delle sue pitture. Abbiamo tracciato parallelismi su come ci siamo trovati morose del posto più cagone d'Italia (lui) e d'Europa (io) e i due brulé li ha pagati lui, mi pare.

E poi ci sono gli amici che ti arrivano preinstallati, come la scheda da dieci euro nei telefonini, o Windows sul computer nuovo. Frequentavate lo stesso locale, l'asilo delle canossiane, fin dai tempi in cui lo stile in voga era tutina e ciuccio. Il Walter lavora in banca, il Simone fa il commerciale estero e il Franz è il tecnico informatico di una scuola superiore ed è quello che guadagna meglio. Si parla di calcio (nell'ordine Milan, Inter, Juve), donne (zero, Bielorussia, paese a fianco) e lavoro. Si fa la conta di morti, malati, impalmati e impregnate, chi è sparito dalla scena perché ha trovato la morosa, chi costruisce casa e chi versa in condizioni critiche per colpa degli spiriti. Stavolta pago io, tranne col Franz, che si sente generoso.

mercoledì 22 dicembre 2010

Masse umane in circostanze critiche

Ci sono elementi di psicologia, statistica, sociologia, perfino letteratura nello studio di masse umane in circostanze critiche.

Anche per questo, il fatto che gli aerei che prendo siano sempre in ritardo non mi dispiace più di tanto.

In circostanze inattese, gli sconosciuti diventano persone. Sono albi da colorare con pennarelli che ti danno in mano loro stessi. Come entrare in una libreria e leggere qualche pagina da ogni libro.

Metti un giorno, sotto la neve, in stazione Centraal, scoprire come arrivare all’aeroporto. Una coppia di italiani impauriti, felici di essere aiutati da un paisà che chieda per loro informazioni in inglese. In cambio ci guadagno storie su come gli italiani vanno in ferie, come si spostano, cosa vedono, cosa trovano e cosa cercavano. A volte impari qualcosa, stavolta va bene lo stesso, almeno hai conferma di cose che già pensavi. E questa è la statistica.

Si comincia sempre chiedendo informazioni. “Scusate, ci han detto che se il nostro volo è cancellato, basta che ci mettiamo in coda al gate di un altro volo. È vero?”

Chiaramente non è vero, ma scopri che dicendo così, allo sportello hanno accorciato di molto le file. Ora tutti quelli che hanno sentito questa versione si scambiano informazioni. E poi, quando si constata che l’unica cosa da fare è aspettare e sperare, le informazioni diventano storie, letteratura orale. Uno che prima era un compunto signore con i vestiti appena stropicciati diventa un ingegnere che viene da tre settimane in Cazachistan. Mi racconta della vita degli ingegneri in Cazachistan, cosa c’è da fare ad Almaty e di come sia sempre meglio là che nei paesi arabi, dove non si può bere, non le donne sono vietate e soprattutto il cibo fa schifo. In cambio gli racconto un paio di storie uzbeche, così magari ci può andare anche lui fra due settimane, a fare un giro.

E mentre ci schiacciamo per passare al gate, una ragazza davanti a me, accento romano alla bocca, passaporto peruviano in mano, ci informa che i venti cinesi che spingono da dietro non hanno il biglietto, ma insistono per passare, ed è per quello che non riusciamo a salire sull’aereo. “Come lo sai?” “Lo ha detto la hostess là davanti”. Per un attimo tutti ci credono, spingono i cinesi con spallate che accigliano di sorpresa e incomprensione diversi occhi a mandorla. Poi si scopre che lo hanno, il biglietto: lo tengono in mano, piegato bene, insieme al passaporto giapponese. Dopo poco, l’ostilità di tutti verso i cinesi si placa e la romana de Lima viene zittita dal silenzio.

C’è un ragazzo con un sorriso simpatico che invita al dialogo. Lavora alla FIAT. “Ma allora non è vero che in Italia i giovani non hanno speranza?” Torna dalla Cina, dove i torinesi stanno costruendo una macchina a basso costo, da vendere solo là e in America latina. Si parla di italiani e stranieri, modi di lavorare nel mondo. Lui ci mette Italia e Cina, io Olanda e Irlanda.

Poi, quando ci comunicano che il carrello è gelato e devono trovare un modo per sciogliere il ghiaccio, entrano in scena i tecnici. Ci sono quelli del “Non è possibile in un paese civile”, che per una volta non è l’Italia, i fatalisti (“Meglio che congeli qui che in volo”), gli scettici (“Ma in volo l’aereo non gelerebbe comunque?”) Mi impressiona come in Italia oggidì ci siano così tanti esperti.

Dopo il volo e una notte che dura tre ore, sul pavimento in radica plastificata di un bar della Malpensa, salgo in treno e incontro un gruppo formatosi in un’altra situazione imprevista, dopo che un treno delle ferrovie austriache, prenotato in anticipo, si è fermato ed è ripartito senza aprire le porte.

Due circostanze d’emergenza si attraggono ed entro a far parte di questo gruppo già affiatato. C’è un ragazzo che ha l’aria del promettente neolaureato, ma fa l’operaio (morale: “non giudicare le persone dall’esteriorità, parte n”), due ragazze che ci raccontano del matrimonio di una di loro (spunto: “evitare il matrimonio”), un distinto signore dalla capigliatura a nuvola, che solo all’altezza di Rovereto scopriremo essere greco (esperienza: “c’è chi parla le lingue meglio di te”), accorgendoci che quello che per ore avevamo presunto essere un manager giusto un po’ scapigliato, è solamente diretto al matrimonio del cugino e si sente in imbarazzo nel vestito delle feste (“non giudicare le persone dall’esteriorità, parte n+1”).

Alla fine la protesi musicale nuova rimane silente in una tasca del giaccone, e il segnalibro dentro Eggers non si sposta di una pagina. Per loro ci sarà tempo al ritorno, sperando per una volta in un viaggio piacevolmente noioso.

giovedì 16 dicembre 2010

Out on the weekend

Qui al grigio capita a volte di diventare meteoropatici per terrore del meteo. Così, preventivamente, si soffre il grigio pensando a quanto lo si soffrirà quando sarà ancora più grigio.
A volte si esce quasi di senno, anche e a maggior ragione se si è gente pratica, che cerca di prevenire i problemi prima che si manifestino. D'altra parte, tent'anni di pubblicità che dice che prevenire è meglio di curare non possono non aver avuto effetto.
Così una persona pratica come Lilù può decidere di combattere la depressione invernale concedendosi qualche giretto qua e là nel fine settimana.
Le idee sono diverse: Edimburgo va vista nei crepuscoli autinnali e Vienna con la neve e il brulé, poi la Scandinavia al freddo, ma prima che diventi troppo freddo. Tutte cose da fare subito e siccome Lilù non concede vie di mezzo, decide di farle non solo subito, ma anche tutte. A me la cosa non dispiace e mi aggrego subito, imbavagliando la coscienza per non pensarci neanche per un secondo.
Così da qualche settimana si parte. Il venerdì l'aereo è un'ottima scusa per lasciare il lavoro dopo solo 8 ore e mezza e prendere l'autobus 300, che in venti minuti porta dai mulini delle campagne di Chiesavecchia sull'Amstel ad uno dei più grandi aeroporti d'Europa. Si fa il check-in, si parte e si torna la domenica notte o, quando se ne ha il coraggio, il lunedì mattina, direttamente dall'aeroporto all'ufficio.
In cambio si ottiene una finestra lunga due giorni sulla vita di una città. Si scopre come viaggiare dall'aeroporto al centro, come funzionano i mezzi pubblici, quale piazza è considerata il Centro, dove sono i negozi, i musei, i palazzi. Si prova la birra locale.
In due giorni ci si fa un'idea di massima, si può dire "ci sono stato" e colorare il quadratino sull'apposita applicazione di Facebook.
In due giorni hai un quadro con un tema cromatico, come una - ma solo una, massimo due - delle cattedrali di Rouen di Monet, o delle Marylin di Warhol, per rendere l'idea.
Ad Edimburgo abbiamo preso più acqua di una formica sotto uno stenditoio. E la lavatrice deve essere stata piena di golf neri, a giudicare dal colore del cielo. Edimburgo me la ricordo a china, con ombreggiature a carboncino, tirate dal vento. Invece a Vienna c'era una neve che rendeva i contorni appena schizzati da una matita a mina HB. E Bruges è un acquerello ancora umido.
Solo a Valencia abbiamo trovato il sole giallo primario della tempera di un ragazzino delle medie, ma era maggio. E questo rende l'idea di quanto poco bene facciano questi fine settimana invernali a chi è meteoropatico.
Domenica, nel treno di ritorno dall'aeroporto, Lilù me lo ha confessato: forse i fine settimana in trasferta conviene farli d'estate. E io non ho potuto non pensare al nostro capodanno, già programmato nel cuore bianco della Svezia, con la notte che cala alle due e mezza e temperature da pubblicità della vodka.

martedì 14 dicembre 2010

Il post su Berlusconi

Mi sono trattenuto per anni, ma forse è giunta l'ora di scriverlo, il post su Berlusconi.


Svolgimento

Agli italiani piacciono i politici che fanno casino. Se uno non fa casino, gli italiani dicono che è un'ameba, che fa addormentare. Dicono che non sa parlare. Come se fosse sinonimo di non sa fare.

Agli italiani piace Berlusconi perché ne combina un sacco e una sporta. Se agli italiani piace Berlusconi, teniamoci Berlusconi. Come posso io da solo esser sicuro che gli italiani non abbiano ragione?*



*Questo intervento non tiene conto dell'eventualità che Berlusconi possa essere al potere per motivi terzi rispetto al piacere agli italiani.

domenica 12 dicembre 2010

Angioletti dell'inferno


Stefan è incazzato nero.

Smonto dalla bicicletta nell’angolo d’ombra davanti alla porta del deposito e in una torsione di spina dorsale ho addosso lui: alto, coda di cavallo appena ingrigita e giubbotto nero di pelle.

“Non hai pagato”, dichiara col suo accento da dobermann.

“No, aspetta, ti spiego”, gli rispondo.

“Non si fa”. A scuola devono avergli insegnato che ci sono solo cose che si fanno e cose che non si fanno. Il resto è roba per gente che abita dove si va in ferie.

“Pago ora”.

“Entra”, non in conseguenza di quanto da me detto, ma come ordine inderogabile.

È proprio nel Ciclopirata, il suo negozio di biciclette, che ho scoperto tutto su Stefan. La sua vita è in esposizione. Che sia tedesco lo capisci da come parla olandese, che con quell'accento ci vuole un po’ a capire quale delle due lingue stia parlando. Precisamente di Bochum, lo dice la targa tedesca con scritto BO appesa al muro. È un motociclista: la targa è quadrata, spezzata su due righe, ma queste informazioni si capiscono anche dalla giacca di pelle con "Hell's Angels - Germany" distesa in una cornice sopra la cassa. È un duro, Stefan, uno di quei tedeschi patti chiari e amicizia lunga, che credono nella lealtà prima di tutto, nel rispetto della persona e dei (loro) codici etici.

Non pagare l’affitto del deposito per la tua bicicletta a lungo raggio non è proprio sleale, non viola apertamente i codici etici, ma scalfisce leggermente la rispettabilità della persona. L'unico modo di mondarsi da tale colpa è sottostare al suo discorso incazzoso, senza replicare.

Io replico. Replico in olandese, perché Stefan non mi concede di parlargli tedesco: anche se ha capito da mesi che sarebbe più facile anche per me, non c'è nulla di più tedesco del ripudiare la propria lingua. Replico che lavoro a Chiesavecchia sull’Amstel, parto la mattina alle 8 e torno la sera alle 8 e a quelle ore il negozio è sempre chiuso, e il fine settimana scorso ero via.

Ribatte nel suo olandese con accento tedesco al mio olandese con termini tedeschi. È incazzato, ma si sente che lo fa solo per la reputazione. Sotto sotto preferirebbe chiudere qui e andare a casa a guardarsi un film di Russ Meyer. Allora mi intenerisco e rinforzo le scuse.

"Lavori da Ron Blauw?” mi fa dopo un paio di scuse. Deduco che parli del più famoso ristorante della regione di Amsterdam, l’unico punto di fama del borgo di Chiesavecchia. “No, guarda, magari: in uno studio di traduzioni americano. Ci fanno fare un culo così”. Una smorfia di connivenza fra le basette appuntite e so che siamo amici.

Non so perché, ma i cattivi buoni mi fanno una grande simpatia. Striscio il bancomat, premo 3 – 7 – 2 – 6, ho la coscienza a posto e un nuovo amico pronto a difendermi in caso di rissa.

Danke Stefan. Tschüss!


Che dici, che il codice del bancomat sia vero?
Si
No
Sono uno di quelli che rispondono "non so" ai sondaggi
  
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mercoledì 8 dicembre 2010

Il film più banale del mondo

Ieri ho visto il film più banale del mondo e ne sono felice, perché quando vedi un film così banale, sai di aver scoperto la banalità allo stato puro e vuoi correre in strada e raccontarlo a tutti. Come quando si è innamorati.

E ho addosso una voglia matta di parlarne, di descrivere tutte queste scene così banali che ti sembra impossibile che nessuno, durante le riprese, durante il montaggio, abbia notato quanto sono banali.
C'è una storia di fantascienza, ma anche no. C'è una storia d'amore, anzi, ne ho contate almeno tre per il protagonista, più quella dei suoi genitori che divorziano e quella della madre con l'amante. Uno dovrebbe riguardarlo, sto film, con un'agenda per segnarsi quante volte i personaggi dicono "I love you".
È un film per ragazze adolescenti, si capisce a questo punto qui:

Lui: "I love you"
Let: "Forever?"
Lui: [Pausa] "Forever"

Il Forever viene ripetuto ad un ritmo da Smemoranda.
Urge a questo punto stabilire l'età esatta delle adolescenti alle quali il film si rivolge. La risposta arriva nel tempo di dire "t'amo". In pratica il tipo e una delle tipe si lasciano per cause di forza maggiore quando hanno 15 anni e si ritrovano nel futuro. Lei gli dice che lo aspettava da vent' anni, lui pure. Forever. In vent'anni nessuno dei due aveva tratto piacere dalle carni di alcun altro. Le quindicenni sono quindi evidentemente il target (che dire obiettivo fa scialbo), con la palese intenzione di confermare che l'I love you forever scritto sui loro diari è possibile, probabile, e non la cazzata che in fondo sanno essere. E io che pensavo che a quindici anni le ragazze avessero già superato la fase I-love-you-forever per quella Che-Guevara-è-troppo-un-mito.

E poi è giusto strizzare l’occhio anche all’adolescente maschio, che guarda il film con la ragazza forever alla quale fra una settimana non sentirà neanche il bisogno di palpare il culo. Un modo sicuro per strizzarlo, sto occhio, è la fantascienza: scenari futuribili ricostruiti seguendo i più consolidati canoni di centodieci anni di cinema. Ibernazione, immortalità, stanzoni bianchi e gente con delle placche ossee sulla fronte. E nel futuro ci si darà ai piaceri artificiali e si dimenticerà co’è l'amore. E poi ci sono un sacco di teorie da fumetto Marvel: scopri che anche una farfalla che sbatte le ali può portare una montagna di sfighe, che il fumo di una sigaretta è un segno che l'universo si espande, ma che c'è anche una teoria che dice che un giorno si restringerà, c'è un sogno dentro un sogno, il fatto che se ci credi si avvererà, la difficoltà di fare scelte con tanto di illustrazione delle conseguenze di entrambe le opzioni possibili, uno che fa testa o croce per decidere il futuro: Start Trek, Sliding Doors, 3MSC.

C'è una coppia che litiga sempre, e poi fanno la pace, una volta per tutte. Finalmente hanno trovato la chiave della mutua comprensione. Sono in macchina e si baciano e in quella l'autobotte davanti a loro esplode. Questo è il punto in cui scoppio a ridere. Il punto in cui sorrido, mi rassereno e vorrei uscire in strada a gridare in olandese che ho visto il film più banale del mondo forever.

martedì 30 novembre 2010

Del suggere i momenti

Dieci anni fa ero all'università. Avevo i capelli lunghi. Avevo i capelli. Un paio di volte l'anno si andava a Cesena a vedere qualche concerto. Era un evento. Per prepararsi si compravano i CD o ce li si masterizzava, che con i collegamenti internet che c'erano si faceva prima così che a scaricarli da Napster. Si studiavano i CD per un paio di settimane e poi si andava preparati, cercando di piazzarsi in posti che fossero vicini al palco, ma lontani dal pogo. Oppure alle falde del pogo, ma in posizione da sentirci bene.
Qui invece di concerti ce n'è uno al giorno e c'è gente che ci va come dire vado dal lattaio. Io come dal lattaio no, ma più spesso che dal barbiere. E cerco di fare come all'università, di aumentare l'attesa, crearmi un'atmosfera, ma il più delle volte non è proprio lo stesso, l'effetto Paese dei balocchi si è consumato.

La settimana scorsa sono stato ad un concerto, non importa di chi. Ad una piazza di distanza dallo stadio, dove gli orgogliosi lancieri locali contemporaneamente ne stavano prendendo 4 dai cristoronaldati reali di Madrid.
A parte per il fatto puramente statistico che è stato il punto di maggiore prossimità a Mourinho della mia intera esistenza, neanche questo importa. Importa che, mentre un promettente gruppo americano faceva del rumore organizzato e ritmico per attrarre l'attenzione sul palco, entrambi i partiti della coppia davanti a me controllavano Facebook sull'iTelefono, con cadenza regolare e in un contesto rischiarato da un baluginio di schermi a risoluzione elevata. E le canzoni lente erano vuote, come sottofondo di dibattiti accesi e protratti e delle gesta teatriche di chi si divincolava fra corpi contorti in danze per l'importante impresa di procurarsi della birra.

E poi c'era sta tipa bionda e diafana, in un vestito biancofiorito, con rose rosse nella foggia che mia nonna Lina sceglierebbe per le tende. La bionda aveva passato la prima metà del concerto a scambiare sillabe con valenza semantica locale con l'amica mora, a volume riconoscibile, senza mai premurarsi di rivolgere il capo al palco. Poi ad un certo punto, esauriti i temi di dibattito, aveva guardato il palco e forse accorgendosi che il cantante era bono (ma con la b minuscola) era stata presa dal sacro fuoco che anima le genti che assistono a rituali legati al ritmo e si era trasformata nella fan principale della band. A fine concerto, da come esultava, si sarebbe detto che era la presidentessa del fan club, la ragazza del tennico del suono o una tifosa del Real Madrid.

Però mi sa che anche lei non c'entra. Per farla breve c'entrano quelli che vanno ai concerti in scioltezza, spesso e con naturalezza. Quelli che secondo me lo fanno quasi per dovere, o semplicemente non si interessano di suggere ogni secondo e perdersi nella musica come hippy giulivi.

E perché come i voli diretti hanno reso meno poetica Catmandù, così, potendo scegliere fra tre concerti al giorno, va a finire che tutta l'idea di evento speciale va a remengo. Come festeggiare un Natale al mese, un matrimonio all'anno e una festa di laurea ogni paio di mesi. Come tifare per una squadra che vince tutte le domeniche e anche i mercoledì. Quasi (solo quasi) come tenere per il Real Madrid. È che se è troppo facile non c'è più soddisfazione.

venerdì 26 novembre 2010

Qui potrebbero piovere giraffe

"Facciamo che è una giraffa", faccio io. Così zampetta zampetta e diventa una giraffa, che i topi quassù dove un tempo c'erano le paludi sono quasi banali. Che poi non si sa neanche se è davvero un topo, perché per come graffia il cartongesso, di notte, direi che sembra più un gatto. Anzi, l'ipotesi del gatto era quella finora in auge.

Ipotesi 1: Uccello.
Sintomi: leggero rumore simile a battito d'ali sopra i pannelli di cartongesso del soffitto.
Scenario: un merlo avrebbe nidificato in una crepa fra il materiale isolante e il pavimento dell'anziano rasta dalla voce da thriller del piano di sopra.

Ipotesi 2: Topo.
Sintomi: zampettio rapido. Il battito d'ali diventa riconducibile a movimenti generici in spazi ristretti.
Scenario: un roditore di dimensioni ridotte (escluso quindi il capibara) si sarebbe infiltrato sopra il pannello di cartongesso, insediandosi con comodità e tepore fra il materiale isolante e il pavimento dell'anziano rasta dalla voce da thriller.

Ipotesi 3: Gatto.
Sintomi: zampettio felpato ma pesante, rumore sempre più insistente di graffi volti ad aprirsi un varco in prossimità della parte superiore del letto.
Scenario: L'anziano rasta, udendo i rumori del topo di I2, avrebbe sollevato una mattonella, ponendo un gatto nell'incavo fra i due piani, destinato a rimanere in loco per prevenire il rischio di futuro ripopolamento rodente. Il felino, in assenza di cibo, starebbe tentando di aprirsi un varco verso l'appartamento più vicino. Il nostro.

Ipotesi 4: Giraffa.
Sintomi: graffi di intensità tale da farli sembrare prodotti da zoccoli. L'ampiezza della diffusione del segnale lascia presagire un animale di estensione corporea elevata, ma peso più limitato di quello di un pachiderma. Epicentro sopra i cuscini del letto.
Scenario: i vicini del piano terra, dopo che le piante di marigianna nel loro giardino hanno perso ogni principio attivo di trasgressione, si dono dati al contrabbando di animali esotici e la giraffa sotto il letto non ci stava. L'ipotesi sarebbe teoricamente applicabile anche per il megaterio, ma è in realtà da escludere, in quanto l'animale risulta estinto.

Intanto la giraffa graffia in silenzio. La notte passa con una spada di Damocle pelosa sopra la testa. E la mattina si ringraziano gli dei per le piccole cose, una doccia calda e un soffitto intatto. Fa bene alla vita. E stasera arriva Lorra Lorra a porre rimedio. Ma chissà cosa pò fare una minuta ragazza bulgara contro un'invasione di animali africani.

giovedì 18 novembre 2010

Thingspotting in Marocco

Nel titolo c'era un espresso che andava a Marrachesh, ma poi nel film non ricordo treni né caffè. Invece nel mio viaggio il treno per Marrachesc c'è stato davvero, con partenza da Casablanca, comodo, pulito e rossiccio, perfettamente intonato al colore di tutto, là fuori. Terra, case, gente. Solo l'erba dei campi fa un contrasto che ravviva il paesaggio che scorre in pellicola dal finestrino del Marrakech Express.
Chissà perché alla fine, quando viaggio io, i treni ci sono sempre. E ogni volta che esco dall'Europa ci sono anche cammelli e deserti. I primi per caso, o in quanto unici mezzi di trasporto adatti al contesto, i secondi non so, ma comincio a credere che un motivo ci sia.
Me ne accorgo nel Sahara, che detto così fa anche un certo effetto. Ai piedi di una duna di cencinquanta metri almeno mi rendo conto che la solitudine, a volte, è gloriosa. O l'intimità, più che la solitudine, perché sentirsi soli con pochi amici è ancora meglio che essere soli da soli. E me ne accorgo proprio perché manca, la solitudine, in quel deserto là.
Perché dietro la duna ci sono altri accampamenti. Perché alle mie spalle si acquartierano i tedeschi, e a sinistra gli australiani, e va di bonghi tutta la notte, e le piste sono delimitate dalle tracce dei quad. Ma non è Rimini: il deserto è sempre deserto, e l'impressione di essere nel deserto resta, nonostante i tedeschi che si alzano presto, gli australiani che di notte sella spassano sulla cresta dell'onda della duna più grande, nonostante i dodici gatti zompanti, assunti per mangiare gli scorpioni. E l'idea stessa di abbordare le tipe dell'accampamento vicino. Nel Sahara. Che almeno è zona secca, nel senso che non ci puoi bere gli alcolici.
È strano, viaggiare da solo con nove accompagnatori turistici. Perché ti aspetteresti chissà cosa, e invece fanno lo stesso che fanno gli altri, gli accompagnatori turistici. Solo scattano meno fotografie, perché sono abituati a vedere cose. Se la prendono con più calma, perché hanno già visto così tante cose che non sarà una più o una meno a fare la differenza. Ma è meglio così. Hanno capito che se uno corre da un punto all'altro fa il pieno di immagini, ma non raccoglie sensazioni. Ci vuole del tempo, per le sensazioni. Da spendere anche nei bar, a scoprire che il mondo finirà nel 2013, lo dimostra il fatto che la gente usi le carte di credito. O almeno è così per gli islamici, e forse neanche tutti. Pare sia scritto nel Corano.
E gli accompagnatori turistici non sono sempre e per forza organizzati. A volte anche a loro capita di farsi offrire l'ascics e poi col sorriso fumato pagare 13,4146 euro per un chebab. Un'altra cosa che non sapevo sugli accompagnatori turistici, anche quelli responsabili, equi e anche solidali, è che non per forza paese che vai, usanza che trovi. Bere alcol va bene anche se sei in un paese islamico (ma non nel deserto). Non che la cosa mi dispiaccia, perché il vino marocchino è invero altamente bevibile.
In Marocco si mangia bene. A Casablanca però c'è una pizzeria ogni dieci metri. Probabilmente sono pizzerie in cui si mangia bene, ma non tasto con mano, perché in Africa non ci vai mica a mangiare come da Gennariello al Vomero. E poi comunque finisce che un giorno una pizza ce la sfornano, compresa nel prezzo del pranzo già pagato, ed è una focaccia piena di erbe gialle e carne. E non è male. E quando si convince l'autista a farci mangiare in un posto non gestito dai suoi amici, si finisce ad un carrello tipo gelato, con un fornello con un bidone di latta nel quale bolle una testa intera di mucca, completa di corna. Noi prendiamo un chebab di salsicce di cammello ed è buono, ma ad ogni boccone penso alla testa di mucca. Per me ora i cammelli sanno di testa di mucca.
Poi c'è sto vecchietto che si arrampica sulle palme come se fossero scale a chiocciola e porta giù ste specie di tampax marroni, flaccidi e appiccicaticci, che per caso sono anche i migliori datteri che ci siano.
E ci sono anche altre cose, immagini vaporose di massaggiatori che piegano in due turisti australiani negli hammam, minareti bianconeri che sembrano campanili toscani, ma piantati su montagne rosse, con nidiate di cicogne sul tetto.
Troppe cose, ci sono, più cose che in mesi interi di lavoro proattivo.

venerdì 5 novembre 2010

Il bello e il brutto

Il periodo più bello è quando esci e gli alberi hanno la testa riccia, bionda o malpelo come gente che suona in gruppi hard rock del 71.
Il periodo meno bello è quello dell'alopecia clorofilliana. Troppo vento, troppa pioggia e troppo tempo spargono i capelli sulla ciclabile. E poi rimangono solo coralli marci svegetati per sei mesi. La clorofilla resta solo nelle ciunghe gustolungo.

La cosa brutta dell'efficienza è che quando la gente ci si abitua, poi pretende che tu sia efficiente sempre. Arriva un momento della vita lavorativa in cui tutto è sempre più urgente, con un bagget sempre più tirato, perché l'ultima volta ce l'hai fatta e non vedo perché non ce la potresti fare ancora. Allora meglio che tu, quando uno ti chiede per favore di fargli uno sconticino per una volta, tu gli dica subito di no, così la prossima volta non te lo chiede più. E se va da un altro lo ringrazi, che non hai mica tempo da perdere, tu, a differenza di un ipotetico altro.

Se questo non si chiama essere proattivi!

Il bello è che il capo ti dice che lo sa che è così, però se non ti adatti è meglio che tu te ne vada. E poi due giorni dopo ti spiega che non vuole che tu te ne vada, però ti devi adattare. E spiazza che tu con cautela gli spieghi che in fondo è proprio andartene che vorresti.

È brutto che un lavoro da 45 ore di riflessi pronti in settimana sia considerato un lusso. Dovrebbe essere una scarpa rotta che ti tieni addosso il tempo di girare due negozi e trovarne una migliore.

Ma è un bene che le cose abbiano valore solo in base al contesto. Come nel contesto in cui l'avvocato Mazzatondoli di Pove di Sacco, Padova, oggi non si sente meglio di quanto si senta il contadino Abdellahim Mokhtari di Tissisat, Sudan, io, fra sette giorni, accampato in una gola dell'Atlante marocchino, relativizzerò a pieni polmoni l'effetto del ritardo nella consegna di un progetto sulla condizione psichica di un acchiappaclienti di stanza a Toronto, Ontario.

Capirò - e qui viene il bello - che Torontontario, se lo pronunci tutto d'un fiato, è anche divertente dirlo.

sabato 30 ottobre 2010

Crederci

Presente quei blogghi dove la gente parla degli ultimi film usciti al cinema? Non qui, qui siamo indietro di anni.
Per esempio ieri ho visto The Beach: c'è Di Caprio che vuole fare il turista alternativo e cerca una spiaggia che sia etica, equa e solidale e dove vadano solo le persone eque e solidali, non gli americani con la maglietta con la bandiera americana. La spiaggia la trova, però la storia non è facile, perché anche gli equi e solidali non sono mica tutti buona gente e poi se uno sta male non gli va che si faccia curare.
Alla fine [occhio che ora scrivo come finisce] c'è la regina degli equosolidali che quasi uccide uno per tenere unita la comunità equosolidale. La lezione per me è che se credi troppo un una cosa, va a finire male.

Ogni singola volta che la vedo, la regina, mi viene in mente la mia caporeparto. E non credo sia un caso.
E pensare che non le assomiglia per niente. Tilda Swinton è magra e bianca come solo nelle isole tropicali quando passi le giornate a suggere pollini rari all'ombra di capanne di bambù, mentre la mia caporeparto è carnosa, ma senza mollezze, poco timida di seno, carenata dietro e ha un'espressione dai tratti a china. Cos'hanno in comune? L'impegno di chi ci crede.

E così ho come l'impressione che come l'equosolidale che quasi uccide uno, anche la mia capo stia perdendo di vista l'orizzonte della realtà. È che se tu sei convinta, e alle cose ci credi a priori, non ti fai domande su quello che fai e va a finire che porti avanti gli errori come quello che ha investito un cane e lo trascina sull'asfalto credendo di esserselo lasciato dietro.
Invece uno che ha dubbi si mette in questione, si fa domande, prova e riprova per altre vie. Alla fine magari non arriva all'obiettivo, ma è meglio di chi arriva troppo avanti per poi rendersi conto di aver perso la via del ritorno.

Insomma, non voglio mica dire che essere insicuri sia meglio che non esserlo, solo che vale la pena di cercare una via di mezzo. Anche nel cercare vie di mezzo, ed è questo che ci frega.

venerdì 22 ottobre 2010

Il senno

Sono in ufficio e aspetto i file. I file non arrivano. Li aspettavo sto pomeriggio alle 2 e non sono arrivati. Dicevano: arrivano alle sei. Alle sei non sono arrivati.
Allora porto giù la bici, la imbarco sulla zattera di legno che hanno messo da quando hanno chiuso il ponte per lavori. Due uomini la spingono da un versante all'altro del fiume con due manici di legno rimovibili, che fanno presa e scorrono lungo un cavo di metallo teso fra i due versanti del fiume.
È una scena da National Geographic, col cielo color vaniglia, rosa e azzurro, che sembra una luce di neon. Arrivo a casa e mi collego al computer dell'ufficio, e i file non sono ancora arrivati. Organizzo la serata, fra email che mi dicono che i file arriveranno presto.
I file non arrivano e comincio a pensare, per ingannare il tempo, io che col tempo vorrei essere sempre onesto, perché se hai bisogno di ingannarlo, il tempo, allora forse è meglio che ti iscrivi in palestra, ti compri il cofanetto di Lost o ti colleghi a Meetic.
E poi penso che non sono l'unico, il venerdì sera, alle 10, a lavorare. E forse è ancora peggio, perché il lavoro dovrebbe essere un mezzo, mica un fine.
E se vuoi puoi farne anche un fine, se ci credi, come la mia direttrice, che non a caso, è diventata direttrice. Io invece no, di essere direttore, porca bestemmia, non me ne sbatte una mazza. Per me, il lavoro, è decisamente un mezzo.
Lo faccio per soldi, voglio li sordi, per uscire, stasera, incontrare i miei amici, comprare birra belga, berla, senza pensare al domani.
Con il senno di poi, il senno di domani mattina, forse è meglio lavorare.

giovedì 21 ottobre 2010

Ancora stereotipi

Se c'è uno stereotipo che non è uno stereotipo è che gli italiani siano disorganizzati. E mi ci metto.

Si organizza un ritrovo fra vecchi erasmus. Si sparano salve di email incrociate. Date, luoghi. Io dico che io a Roma ci volo comodo e a tutti va bene Roma. Poi gira un calendario: ognuno indica i fine settimana in cui è disponibile. Dopo due mesi è fatta, tenetevi libero il primo fine settimana di novembre.

Poi a tre settimane dall'incontro arriva la Marghe. La Marghe era un po' la madrina dell'Erasmus. Era quella che teneva banco nella sala principale della mensa dell'università di Colonia e che a fine pasto proclamava con convinzione: "Leute, ich mache wie Baglioni" (Gente, mo' faccio 'home Baglioni*).

Il mio professore di linguistica italiana II diceva che seguendo le isoglosse della parlata toscana, Prato era il punto di massima purezza. La Marghe, mentre esternava la sua intenzione di dedicarsi a costumi tipici del Claudione nazionale, ne forniva la prova. Anche quando parlava tedesco.

La Marghe - ad aggiungo che è un peccato che l'accento pratese non si legga per email - scrive che le dispace, ma codesto fine settimana proprio un po' venì, perché sarà ad una fiera a Rimini, fogata di lavoro. E poi - bum - aggiunge: visto che alcuni di voi sono di Rimini, non è che ci si trova là? Seguono email con tanti sì e un paio di no. Così ci si trova a ridiscutere tutto. Alla fine l'incontro non si fa.

Io nel frattempo ero già sicuro di non andarci, ma vista da fuori ho pensato che quassù, chiedere di spostare le date di un incontro già organizzato, non si farebbe.

E poi ci si lamenta che in Italia i politici non combinano mai niente.



* mi levo da 'hoglioni

martedì 12 ottobre 2010

Il logorio della vita moderna (bilogia della roba buona, parte 1)

“Ouderwets lekker”, dice la confezione: “buono come una volta”. Cos’è? Una salama? Formaggi caserecci?

No, placchette di liquirizia. Sottili, dicono che una volta i ragazzini delle elementari olandesi se le avvolgessero al dito per far credere alle maestre che si succhiassero il dito, invece delle caramelle, che quando sei un bambino l'igiene orale è tutto. Alla maestra Marisa dava più fastidio il dito in bocca delle caramelle, ma non è questo il discorso. È più che altro che tu al concetto di Buono come una volta ci associ qualcosa di nutriente, genuino, sano, bilanciato, equilibrato, casereccio, artigianale, fatto in casa. Invece no.

Ecco, ti vedo, là davanti. Alzati, dillo. L’hai detto: “Eh, ma questi qui sono nordici, non hanno il senso del gusto che c’abbiamo noi che ci hanno civilizzati prima”, come se fosse merito tuo se i Nostri conquistavano l’Europa mentre quassù c’erano ancora gli Snorky.

Siediti, bestia.

Lo sai che le cose, quando invecchiano, acquistano valore. Tra vent’anni anche tu, bestia, aprirai un sacchetto di patatine Pai, trovate in un negozio di roba vintage e praticamente cartonate di stagionatura ed esclamerai “Ah, le cose buone di una volta!” Ti sembrerà l’apice del mangiar sano, quel pacchetto di patatine, e non solo perché fra vent’anni i pomodori li venderanno nei tubetti del dentifricio.

È che le cose invecchiano, anche tu invecchi e tendi ad idealizzare ciò che ti ricorda i tempi andati. Le patatine Pai non ti hanno ucciso di grassi insaturi, ma solo avviato alla gioia che puoi ottenere masticando ed ingoiando. Le patatine Pai sono il Bene. Le Pringles, che ti ficcavi in bocca più avanti, da adulto responsabile, con già a carico una moglie fuggita dall’amante con figli, casa e suv, quelle non ti suscitano gli stessi ricordi. Sono arrivate dopo, quando la mattina non ti alzavi per scoprire il mondo, ma per fare straordinari. E per di più sono americane: le Pringles sono il Male, il logorio dei tempi moderni.

E non vale mica solo per il cibo. Ho sentito gente della mia età decantare ad alta voce le lodi dei cartoni giapponesi che passavano in tivvù quando eravamo piccoli, contro la volgarità di Pochemon e porcate moderne. Chi è nato qualche anno prima di me sicuramente sosterrà la superiorità del dolce Remì su Mila e Sciro, fino ad arrivare a chi è convinto che Carosello sia l’unica forma d’arte dell’intrattenimento giovanile. Carosello: uno spettacolo fatto interamente di pubblicità. E poi saremmo noi, quelli a cui la tivvù fa il lavaggio del cervello.

E poi c’è la generazione dopo la mia, che su Facebook decanta i pregi dei suoi cartoni, quelli che per la gente della mia età sono già corrotti come i tempi moderni. I tempi cambiano, e senza un po’ di elasticità mentale, cambiano solo in peggio.

martedì 5 ottobre 2010

Del dormire in treno fra troppi confini

Alla faccia del pluralismo linguistico. Prendi il Thalys, che sarebbe questo treno supertecnologico e supercostoso che va da Amsterdam a Parigi in tre ore e venti e il viaggio comincia con una voce registrata. Dice, Benvenuti sul Thalys da Amsterdam a Parigi. Abbiamo vagoni di prima e seconda classe e una carrozza ristorante. In olandese. Poi in francese, perché c’è chi non capisce l’olandese. Poi in inglese, perché c’è chi non capisce nessuna delle lingue del tracciato. Poi in tedesco, perché in Belgio c’è anche la minoranza tedesca e per quanto pochi siano, e lontani dal tracciato ferroviario, le minoranze più deboli non si possono mica offendere. Specialmente se pagano, vorrai mica che vadano in macchina? Quando il messaggio quadrilingue è terminato, è ora di annunciare la prima fermata. In quattro lingue, perché Amsterdam Schiphol si pronuncia Sxhiphol in olandese, Scipò in francese, Skipoll in inglese e Scipol in tedesco.

Ci si ferma e si riparte pieni di valigie rigide con l'etichetta biancoverde dell'aeroporto da cui sono partite ed è il momento di spiegare a chi ancora non lo sapesse che si va verso Parigi. In quattro lingue. Notare che a questo punto chi avesse preso il treno sbagliato non potrebbe comunque scendere prima di Rotterdam.

Pochi secondi di pausa e le stesse quattro lingue ci invitano a fare attenzione ai ladri. Immagino che il messaggio sia piuttosto efficace per scoraggiare i poveri ladri, a meno che al mondo non sia rimasto ancora qualche malvivente che parla solo Tagalog, Urdu, Xhosa o Mocheno.

Visto che rendere servizi utili sta così a cuore alla società Thalys, proporrei di avvisare della presenza di bagni, elencare il menu della carrozza ristorante con prezzi e offerte speciali, farci sapere il nome e lo stato civile dei controllori e descrivere quello che possiamo vedere dal finestrino per i non vedenti. Anzi, per questa categoria ancora ignorata suggerirei di ripetere ogni messaggio facendo vibrare le poltroncine in codice Morse.

E perché non pensare anche alle nutrite minoranze italiane e congolesi del Belgio, o ai magrebini di Parigi? Per favore, qualcuno tenga i ferrovieri di quassù lontani dalle statistiche sull’immigrazione.

giovedì 30 settembre 2010

Quel tipo là, che vende i giornaletti dei senzatetto

Sono i silenziosi che ti fregano dal basso, che ti colpiscono senza il botto e ti si installano in mente senza il chiasso della dialettica.

Prendi quel tipo là, alla porta dell’Albert Heijn vicino a RAI. Sta là, ogni giorno, a qualsiasi ora mi trovi a passare davanti al supermercato sulla via del ritorno dal lavoro. Sta là, lui, in piedi, silenzioso, a vendere le riviste dei senzatetto.

Quel tipo là ha una faccia da faccia. Mascella perfettamente quadrata, naso grosso, barba di uno, due o tre giorni a seconda del giorno (ma non per scelta), mento sporgente. Una testa piegata in avanti, non si sa se per sporgere oltre un corpo di stazza importante o se premuta e costretta sotto una selva oscura di capelli lunghi, neri e ricci, presi al lazo da un elastico.

Se ne sta là, sulla soglia del supermercato, con le riviste dei senzatetto bene in vista, in posizione verticale, premute contro il petto poderoso, come un pope che dà aria e fama ad un’icona antica, o Mao col suo librino rosso. Mi ha anche salutato, quella volta che mi sono fermato a comprare carni scelte per il fine settimana. Io per un attimo ho pensato che forse, come io notavo lui tutti i giorni, anche lui aveva notato me. Forse aveva notato anche che lo osservavo, per quei cinque secondi in cui passavo davanti all’Albert Heijn prima di imboccare la Scheldestraat.

Lo osservavo, ma non è che ci voglia tanta osservazione per quel tipo là, silenzioso. Certe cose le capisci al volo. Per esempio sembra chiaro che gli piaccia il metal. Presente come ai metallari glielo leggi in faccia, che gli piace il metal? Saranno i capelli lunghi, saranno i vestiti neri, per me però è la faccia. E non solo. Legge Tolkien. Secondo me ha proprio la faccia da uno che legge Tolkien, e qui non ci sono capelli lunghi o vestiti neri. L’unico indizio potrebbe essere che i metallari di solito leggono Tolkien. Ma secondo me lui anche Terry Pratchett. Glielo leggi in faccia, anche quello.

E quando torna a casa, quel tipo là, secondo me guarda un sacco di televisione, da Star Trek a Lost. Presente, dicevo, come a certa gente, certe cose gliele leggi addosso?

Un giorno lo vedo con la testa piena di sangue, cinque secondi e poi via, lungo la Scheldestraat a pensare che potrebbe essere anche uno psicopatico dedito all’automutilazione. Poi torno a sfrecciargli davanti il giorno dopo, gli punto gli occhi in testa e mi accorgo che è colore. Si è fatto la tinta, il tipo, rossa, ma che sembra piuttosto una ricrescita, rossa, perché il colore è una macchia che ha sul capo, non estesa a coprire l'intero patrimonio boschivo della chioma.

Chissà cosa pensava, con la macchia rosso sangue. Ma deve essersene pentito, perché è durata solo una settimana.

Io però non posso fare a meno di osservarlo, ogni volta che gli passo davanti, lui con il giubbotto nero e il culo molto più grande delle gambe. Il mento e la testa quadrata. Ah, e forse non ho detto che sorride beato. Sempre. Con un sorriso sereno come chi ha avuto un esaurimento nervoso, ma ora è in cura e tutto è passato. Non so perché, ma fin dall’inizio ho questa teoria, che sia uno sensibile, con dei rodimenti interiori di una certa portata, che si sente bene quando può stare là, davanti alla porta dall’Albert Heijn, a vendere i giornaletti dei senzatetto per i senzatetto, o forse per se stesso.

Ci vorrei parlare un giorno coon sto tipo, ma che gli chiedo, a lui che è anche taciturno?

“Senti, ti volevo parlare”

“Perché?”

“Eh, perché hai la testa quadrata e un culo al limite del fumetto”

E allora magari lui chissà, per una volta potrebbe prendere le riviste, arrotolarle, e con l’energia di uno timido, che si tiene, si tiene, ma quando si incazza si incazza, frantumarmele sul setto nasale fra le occhiate incuriosite di centinaia di altri passanti abituali, che da mesi lo avevano notato, ma non avevano mai osato parlargli.

venerdì 24 settembre 2010

Rompicapi

Siamo qui stasera riuniti per ricomporre un puzzle.

Un puzzle con il Taj Mahal. Mille pezzi, però piccoli, quindi il tutto non occupa più di un quarto del tavolino ripiegabile bianco del salotto. Difficile. Immagina il Taj Mahal al crepuscolo, arancione di raggi rifranti, con tutta una luce giallognola dietro e il riflesso nell’acqua. Che riflesso non è, perché l’acqua non conduce molta luce e al crepuscolo è già quasi nera. Arancione sovrapposto a nero fa al massimo nero seppia. Però scuro.

Siamo qui riuniti noi due, il mio Es, quello che ogni tanto se ne viene fuori con una delle sue, una sparata, e Me, quello che ha il compito di mediare, anche riparare.

Il puzzle è là da un mese. La parte facile era stata già completata: la crosta, poi le tessere al limite fra l’acqua e il cielo, e infine l’edificio pieno di finestre e fregi, a cui mancava solo una tessera centrale, irreperibile. Rimanevano solo una salva di tessere tutte nere o tutte arancioni.

Poi però lo scorso fine settimana aspettavo due amici e avevo bisogno del tavolo. Allora ho provato a spostarlo, il puzzle, trasferirlo sulla copertina aperta del vinile di Julien Clerc che avevo trovato per strada il giorno della regina e avevo portato a Lilù perché in quanto francese le apparteneva di diritto. O comunque apparteneva più a lei che alla strada.

L’operazione era stata lasciata a metà, perfetto accordo fra Me e l’Es, e comunque non mi serviva più liberare un pezzo di tavolo, perché i miei amici, che tra di loro sono sposati e volevano festeggiare il secondo anniversario di matrimonio ad Amsterdam, alla fine non sono venuti.

La mattina del giorno in cui sarebbero dovuti partire, mi telefona Lui e sento la sua voce, il suo italiano con accento austriaco sbilanciato fra il riso e il pianto. Pare che Lei, trasferitasi dall’Austria al Belgio cinque giorni prima, per unirsi al marito che era già là da due mesi, avesse appena scoperto che Lui la tradiva praticamente da quando era arrivato. E ci tiene a raccontarmelo, Lui, quasi se ne vanta, eroico Lui, che vorrei dirgli qualcosa, ma è di turno Es e gli dice solo che non ha voglia di giudicarlo.

Ma più che altro è Lilù che torna e trova il puzzle sfatto. Le dico che da una parte mi sarebbe piaciuto rifarglielo, dall’altra volevo lasciarle il piacere. Alla fine è stato l’Es a prendere l'iniziativa, la strada più semplice, la nullafacenza. Però questo non glielo dico, perché è già furente.

Allora stasera per punizione mi tocca rifarle il puzzle, mentre lei se la spassa in piscina, o più che altro nel dopopiscina, al bar con le amiche.

E poi come sarà che mentre sto reimbastendo il puzzle, i bordi come merletti di pizzo arrotondati, mi vengono in mente tante cose, e per una volta realizzo che non sono importanti?

domenica 19 settembre 2010

Con una punta d'invidia

Ogni tanto, un paio di settimane di solitudine ci stanno. Fa bene. Puoi chiederti un sacco di cose, leggere libri che non potresti leggere in presenza di una persona che ti interrompe, ascoltare roba tipo Leadbelly, i 13th Floor Elevator o i CCCP e guardare film nella tua lingua. Il problema sorge quando tu sei chiuso nei mattoni marroni della casa di via Tempodavermi e lui (il partner) se la spassa in maniche corte in uno di quei posti dove volevi sempre andare quando ti leggevi tutte quelle cose della Beat Generation. Piove, fa freddo, stai leggendo quel libro che vorresti finire presto e ti arriva un messaggio che dice “Ciao! Sto per andare a vedere l’alba sul Grand Canyon”.

Allora tu non è che augureresti nulla di male al tuo partner – non sia mai – però ti viene automatico pensare che la vita potrebbe essere meglio di così, come ora, a leggere quel libro che non vedi l’ora di rimettere il libreria nella categoria “Ci sono passato”. E qualsiasi cosa tu faccia non ti basta.

È normale? L’ho chiesto. M’han detto di sì.

giovedì 16 settembre 2010

Portacenere

Pedalare verso Oost, poco dopo le isole la strada è bloccata. Stanno rifacendo il manto stradale. Gli operai pescano il catrame da una bicicletta a tre ruote con un cassone davanti, trasformato un enorme portacenere, con quattro tubi dipinti a mo' di mozziconi. Davanti, scritto con il carattere del marchio della Marlboro, Asbakfiets, Bicicletta portacarichi, ma anche Bicicletta portacenere.

Cento metri dopo, la strada è bloccata di nuovo. La attraversa un corteo di gente e biciclette, vestiti di colori, con bandiere e sculture di cartapesta a forma di soli e lune. Stavolta mi fermo e chiedo il perché ad un uomo che sta parcheggiando una bicicletta piena di sacchi di patate.

Con tono goliardico risponde che è il Patatour, una processione organizzata dalla comunità rionale per inneggiare alle doti della patata. La patata si coltiva in tutto il mondo, è un cibo umile, ma nutriente. La patata è amica di tutti e non conosce divisioni sociali. La patata unisce.

Non so se ride più lui o io quando parto, per una volta benedetto dal sole in faccia. Pedalo e so perché amo questo posto.


*Cercando su internet scoprirò che quello degli operai era solo un gioco: l'Asbakfiets non contiene catrame, ma è l'iniziativa di un singolo per sensibilizzare la gente verso gli effetti del fumo.

sabato 11 settembre 2010

La Merica

Mi sa che prima o poi devo decidermi a fare un giro in America. Quella del Nord, gli Stati Uniti, o Unti, dal Signore delle religioni di maggior successo e da particelle d’olio bollente che schizzano dalle piastre dei Cibi Veloci d’America. Del Nord.

Non ci vado perché voglio, ma perché devo.

Devo perché mi sono reso conto di essere l’unico a non esserci mai stato. Devo perché Lilù è appena partita, un viaggio di due settimane con un camperone da Las Vegas, attraverso la Death Valley e il Grand Canyon fino in California, interamente sponsorizzato dal padre che ha appena venduto la casa.

Non per invidia, non più di tanto. Un po’ perché il fatto che lei ci sia già stata mi fa pensare che non ci potrò mai tornare con lei e l’impossibilità me lo fa sembrare più appetibile. Ma più che altro per l’America. Perché sentendola nominare i posti mi sono reso conto di conoscere qualsiasi nome, di saper già tutto da centinaia di film, libri, dipinti, fotografie, documentari, canzoni, storie di immigrati. Tutte le aziende per le quali ho lavorato sono americane. Così ogni volta mi metto a parlare dell’America come se fossi un esperto e puntualmente mi rendo conto di essere l’unico a non esserci ancora stato. E allora penso che forse, magari, non è che ne sappia poi tanto come credo di sta cazzo di America.

E forse prima di criticare una nazione sarebbe meglio conoscerla e io, l’America, ho una voglia infuocata di criticarla, ma anche di capirla, se me ne darà la possibilità. Ma soprattutto criticarla: sono europeo, dopotutto.

domenica 5 settembre 2010

Django

C’era bisogno di una serata in solitudine. Un sabato sera tranquillo, una tazza di tè, un bicchiere di vino se proprio serve, un disco di Django Reinhardt.

C’era bisogno di pensare alle mie cose, pianificare l’uscita di scena dal mondo del lavoro proattivo, scrivere una cosetta, guardare i film nelle lingue che lei non capisce e ascoltare la musica che non le piace. Che poi si finisca per scegliere Django, che piace anche a lei, è più per l’atmosfera da luci basse e malinconia costruttiva.

C’era bisogno di farsi un piatto di pasta e sdraiarsi sul divano a leggere, con la finestra quasi aperta.

Perché oggi il cielo ha scaldato e si sarebbe stati bene all’aperto. Anche se da fuori entrano ste botte techno. Saranno i vicini, i pochi biondi, perché per ascoltare la techno devi essere biondo e alto quasi due metri. Oppure anche basso, ma con la camicia a righe e le scarpe a punta. Insomma, puoi essere come sei, che non è che tutti gli autoctoni siano biondi, ma devi abitare qui da generazioni, non puoi essere turco, marocchino o caribico, neanche se sei nato qui. La techno è una musica da ballare da biondi.

Io dalla techno ci tengo a prendere le distanze. Ma se a te piace, vai tranquillo, amico biondo, che non sarò certo io a paragonare Django e Armin van Buuren.

E poi stasera fuori c’è odore di piante. Sai che faccio? Esco, faccio due passi, così annuso le piante e vedo dov’è la festa.

La festa mi frega, perché mi porta qua e là, e sembra sempre dietro l’angolo. Sto quasi per andare verso Westerpark, ma poi mi accorgo che il suono viene dalla direzione contraria, forse una festa di quartiere sulla Spaarndammerstraat. E giro angoli e angoli, credendo ogni volta di essere arrivato, per poi farmi spingere più avanti. Guardo le finestre, illuminate di luci basse e luci rosse e luci di design, bianco-lenzuolo. Qualcuno sta facendo delle capriole al primo piano di Aert van Nesstraat n. 3. Da fuori si vedono solo i piedi che spuntano un paio di volte, per pochi istanti, nell’inquadratura sovraesposta del finestrone.

Le strade sono piene di gente sola. Forse chi è in coppia è già a metà film e chi ha ospiti sta lavando i piatti, che quando si è in tanti va sempre a finire che si mangia troppo tardi. E io giro angoli, vedo gatti e finestre, poi comincio a pensare all’NSDM. E infatti arrivo in riva all’IJ e a quel punto la techno può venire solo dall’asilo o dall’NSDM. Considerando che l’NSDM è un locale di musica estrema, noto soprattutto per il volume, e che i bambini saranno biondi quanto vuoi, ma qui vanno a letto presto, direi che la scelta è facile. Io non ho mai saputo dove fosse di preciso l’NSDM, ma deve proprio essere quel gomitolo di luci fuse là, ad un quarto di miglio nautico sulla riva opposta.

C’è una strada che non avevo mai notato prima, percorre un istmo dell’IJ, all’ingresso ci sono due poliziotti in tenuta fosforescente. Escono giovani biondi. Una coppia vestita da Febbre del sabato sera, con tanto di parrucca, altri biondi in borghese, un cavaliere medievale in bicicletta. Poi nessuno, solo io e una coppia in stato d’ubriachezza intima, seduti sul muretto. L’istmo si interrompe in prossimità di uno schermo a led, con scritto “NSDM Werft – 18 minuten”.

Non sapevo che i traghetti per attraversare l’IJ fermassero anche qui, e appena mi scopro deluso per i 18 minuti di attesa mi rendo conto che c’è un’altra cosa che non sapevo: se c’era bisogno di una serata in solitudine, forse non era questa.