Pedalo verso casa sulla mia Batavus Torino verde scarabeo, fra folaghe, aironi e cultori dello jogging e mi rendo conto che sono in Olanda da quasi tre mesi e non ho ancora parlato di biciclette. Non è vero, ma quasi, tre righe non rendono giustizia ai fiets e ai loro fietser.
La bici è per l’olandese quello che il SUV è per un italiano, o quasi, perché qui sembra che chi ama tirarsela non abbia vita facile. Diciamo che la bici rappresenta un tipo di orgoglio privo di ostentazione.
In Olanda la bicicletta non è un attrezzo sportivo, ma un mezzo di trasporto. Pochi pedalano con lo scopo di fare esercizio, i più lo fanno per pura praticità.
Anch’io. Il percorso verso il mio ufficio ad Ouderkerk aan de Amstel dura 35 minuti, ma scorre che è un piacere. Il primo tratto è in città, ma scorre tranquillo, il traffico non è un problema in un centro abitato dove più della metà degli abitanti non è motorizzato. La seconda parte procede lungo l’Amstel, che, almeno in questo tratto, non è una birra ma un fiume che costeggia le case dei ricchi di una certa età, gente che tiene le capre nel giardino di una villetta che farebbe invidia a molti. Questo tratto fra canneti e canali è di una bellezza studiata e curata. I piccoli ormeggi per le barche a remi e i gazebo esagonali di legno nei giardini sono concepiti per fare invidia ai giornalisti di Gardenia, così come la villa dello scultore, disposta in gironi squadrati, divisi da fossati, e seminata di statue sparse fra pioppi e aironi.
Nell’ultimo tratto la strada si restringe, ma rimangono comunque le due carreggiate per i ciclisti, costringendo gli automobilisti a tratti al senso alternato e dividendo la strada a metà fra motorizzati e non.
Ma la bicicletta non è certo il mezzo più comodo quando si deve trasportare qualcosa. A questo si rimedia con l’ingegno personale (ho visto gente usare una mano per dirigere la bicicletta e l’altra per trascinarsi dietro un trolley) o quello commerciale: da questa necessità nascono i bakfiets, dotati di un cassone di legno per trasportare oggetti o bambini. Proprio oggi, tornando dal lavoro, ho potuto ammirare le gesta di una signora, peraltro dotata di fisico tuttaltro che olimpico, che eroicamente tentava di trasportare ben due bambini sul bakfiets.
Una certa diffusione hanno anche il tandem e soprattutto la bicicletta a sdraio. Non capirò mai come chi pedala supino possa fermarsi e ripartire ai semafori, ma credo che il mezzo sia piuttosto veloce, a giudicare dalla velocità alla quale i ciclisti a sdraio mi sfrecciano davanti.
O forse sono io che non ho il fisico, superato ogni mattina da ragazze con tacchi a spillo e tailleur e uomini d’affari pettinati con valigetta in una mano e manubrio nell’altra. In effetti le gambe degli olandesi sembrano essere non poco muscolose.
Pazienza, il giorno in cui le mie gambe aumenteranno di volume a forza di correre la mia piccola quotidiana Amstel Gold Race, potrò dichiararmi perfettamente integrato.
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lunedì 11 agosto 2008
mercoledì 6 agosto 2008
Wonder-vla!
Il vla è l’alimento base dei tossici, perché contiene molto calcio e costa poco.
Esiste messaggio promozionale più convincente di questo apparso in un’intervista sull’alimntazione dei drogati? Avevo già sentito parlare del prodigioso vla, ma non avevo mai provato l'impulso di assaggiare questa temibile crema di coloranti. Ma l'edizione dedicata all’alimentazione dei drogati di Amsterdam Weekly mi ha convinto. Chi meglio di un tossico sa come ottenere il massimo nutrimento con la minima spesa?
Così sono corso al supermercato sotto il mio ufficio e mi sono procurato la mia dose, offerta in un cartone come quello del latte, ma giallo intenso, in modo da riflettere a) il gusto di vaniglia e b) l’artificialità del prodotto.
Il tradizionale amore a prima vista, con tanto di angioletti giallo canarino e cuoricini più densi dello yogurt, mi ha pervaso nel profondo dei neuroricettori.
Cremoso, colorato, dolce, sono al giorno d’oggi i tre requisiti fondamentali del gusto, e il fluido giallo li soddisfa maestosamente tutti.
Poi con il tempo ho provato tutti li altri gusti, cioccolato e caramello, per poi passare alle varianti miste, con vaniglia E cioccolato.
Ma la vera prerogativa del vla bigusto è che è anche bicolore, nel senso che i due gusti sono separati perfettamente all’interno del cartone. E il vla mantiene le promesse, risolve grazie a chissà quale processo chimico la frustrazione provocata da decenni di dentifricio bicolore, che nella pubblicità rimane rigidamente suddiviso, mentre nella realtà i colori si fondono, provocando l’irritazione di chi lo ha comprato esclusivamente per ammirare la magia dei colori separati. Non solo nel vla bicolore gli elementi non si fondono, ma la separazione avviene esattamente dove indicato sulla confezione, per metà gialla e per metà nera e soprattutto si mantiene fino alla fine dell’esperienza gustativa.
Il mio prossimo obiettivo (ma prima devo prendere coraggio) è provare il vla vaniglia e fragola, divisi da una sottile linea di cioccolato. Confesso di provare un certo timore reverenziale nei confronti della commistione di fragola e cioccolato (non per niente ci hanno girato un film), ma se la sottile linea nera resistesse fino alla fine della confezione sarebbe un evento di portata rivoluzionaria, in grado di farmi ricredere sull’inevitabilità della differenza fra prodotto pubblicizzato e prodotto effettivo. Potrei entrare in un fast food pensando che dopotutto il mio hamburger potrebbe davvero assomigliare a quello fotografato sul menu, senza ricorrere a parole pesanti come “utopia” e “mistificazione”.
Ma forse tornerei subito con piedi e culo per terra. Forse non tutti i prodotti artificiali sono genuini come il vla.
Esiste messaggio promozionale più convincente di questo apparso in un’intervista sull’alimntazione dei drogati? Avevo già sentito parlare del prodigioso vla, ma non avevo mai provato l'impulso di assaggiare questa temibile crema di coloranti. Ma l'edizione dedicata all’alimentazione dei drogati di Amsterdam Weekly mi ha convinto. Chi meglio di un tossico sa come ottenere il massimo nutrimento con la minima spesa?
Il tradizionale amore a prima vista, con tanto di angioletti giallo canarino e cuoricini più densi dello yogurt, mi ha pervaso nel profondo dei neuroricettori.
Cremoso, colorato, dolce, sono al giorno d’oggi i tre requisiti fondamentali del gusto, e il fluido giallo li soddisfa maestosamente tutti.
Poi con il tempo ho provato tutti li altri gusti, cioccolato e caramello, per poi passare alle varianti miste, con vaniglia E cioccolato.
Ma la vera prerogativa del vla bigusto è che è anche bicolore, nel senso che i due gusti sono separati perfettamente all’interno del cartone. E il vla mantiene le promesse, risolve grazie a chissà quale processo chimico la frustrazione provocata da decenni di dentifricio bicolore, che nella pubblicità rimane rigidamente suddiviso, mentre nella realtà i colori si fondono, provocando l’irritazione di chi lo ha comprato esclusivamente per ammirare la magia dei colori separati. Non solo nel vla bicolore gli elementi non si fondono, ma la separazione avviene esattamente dove indicato sulla confezione, per metà gialla e per metà nera e soprattutto si mantiene fino alla fine dell’esperienza gustativa.
Ma forse tornerei subito con piedi e culo per terra. Forse non tutti i prodotti artificiali sono genuini come il vla.
lunedì 4 agosto 2008
L'invecchiamento di un giovane idealista
Le nuove generazioni, signora mia, non sanno più quali sono i veri valori.
Quanto ci hanno rotto i coglioni, il vecchietto o la vecchietta di turno che sputano sentenze al ritmo al quale ci si aspetterebbe che un loro coetaneo sputasse catarro?
Eppure, a meno di trent’anni sto cominciando ad imitarli. Anzi, mi sembra di non essere neanche il solo.
Il fatto è che, ci direbbe il vecchietto piangimerenda, ai miei tempi l’estate ci mandavano a la-vo-ra-re, altro che mare e discoteca. E ai genitori e ai maestri si portava rispetto. Che poi, signora mia, non è neanche colpa loro, cosa vuole, questa società, priva di valori, dove si insegue solo la fama e il denaro.
Cazzo, mica scemo l’ottuagenario. Come si fa a non dargli ragione? D’altra parte è inutile rognare, bisognerebbe impegnarsi in prima persona. Così, da un po’ di tempo mi sto sforzando ad essere un bravo boy-scout, per dimostrare che l’onestà esiste ancora e per cercare di contagiare la gente con un po' di fiducia negli sconsciuti.
Patetico direte voi. Sarà l’influsso del veltronismo, ma io faccio finta di non sentirvi e vado avanti come un bravo lupetto buonista. Devo ammettere però che il fatto di venerdì scorso oltre che dal mio buonismo, nasce anche da tanto sano odio per quel bigliettaio della stazione di Amsterdam.
Una cosa alla volta. Avevo promesso da un po' che lo scorso fine settimana sarei andato a trovare la mia ragazza per un ritrovo di famiglia (e a questo punto la figura da bravo boy scout è completa), così vado in stazione per fare il biglietto. Per una volta non c’è fila e arrivo subito da un bigliettaio giovane, fino a quel momento intento a sfruttare la mancanza di clienti per portarsi avanti col lavoro che altrimenti avrebbe dovuto fare fuori orario. Gli chiedo il mio bravo biglietto per Varsseveld, partendo da Amsterdam Bijlmer e con ritorno ad Amsterdam Zuid. Specifico che il biglietto è per il week end e l’amico senza sprecare il suo tempo in inutili convenevoli e con poco garbo mi schiaffa in mano un biglietto di andata da Bijlmer a Zuid via Varsseveld. Strano, ma arguto, penso io, credendo che il giovine sappia il fatto suo. Poi al momento della partenza mi assale il dubbio, così mi informo e scopro che il biglietto vale per una sola giornata e non per tutto il week end. In pratica lo posso usare solo per l’andata, o solo per il ritorno, visto che starò via tre giorni.
Mi incazzo nero col deficiente, ormai distante da me anni luce, e stabilisco che non mi avranno. Se proprio devono fregarmi i miei bravi dodiceuro, voglio almeno che quei soldi li risparmi qualcun'altro. Decido che appena arrivato a destinazione regalerò il biglietto a chiunque lo voglia.
Così arrivo a Varsseveld, paese di frontiera, alta percentuale di bovini pro capita e profumo di liquami. Pare impossibile che un uomo di mondo come Guus Hiddink sia stato partorito qui.
La mia ragazza ha trovato la strada bloccata, quindi ho tutto il tempo per eseguire l’operazione sbolognamento biglietto. Mi piazzo davanti alla macchinetta per i biglietti (non credevate mica che a Varsseveld ci fosse una biglietteria, vero?) e attendo le prede del mio altruismo. I primi ad arrivare sono un gruppo di truzzetti attorno ai vent’anni. Con freddezza mi dicono che il biglietto non gli serve, perché vanno a Rotterdam. Non un solo grazie, anzi, per il resto dell'operazione mi rimangono a guardare come se fossi un deficiente.
Ma il biasimo delle nuove generazioni non fa che motivarmi. Scettici! Li convertirò all’altruismo. La seconda vittima è una signora sui quaranta, che, almeno lei, mi ringrazia, dicendomi "very nice of you" e mi spiega che va nell'altra direzione, quindi il biglietto non le serve.
Poi è l’ora dell’incontro che mi farà perdere la voglia di aiutare il prossimo. Arriva una ragazzetta che si colloca oltre la barriera generazionale, avendo la stessa età che avevo io circa quattro o cinque anni fa. Appena le propongo l'affare questa mi lancia un'occhiata di ghiaccio che manco la pubblicità della vodka e mi grida di no, come se la volessi violentare. Il tutto sotto gli occhi dei ragazzetti truzzi che ormai la storia di sto sfigato la useranno per attaccare bottone alle gnocche di Rotterdam.
Per fortuna nel frattempo arriva Katrin che preleva me e il mio sacco pieno di pive.
Certo, tre persone è un campione ben poco rappresentativo per uno studio sociologico di una certa portata, ma la passività dei truzzi e il partire dall’idea che ci sia sotto qualcosa della ragazzetta non possono che turbare uno scout sensibile e buonista come il sottoscritto.
Alla fine però credo che terrò duro. Magari la prossima volta sarò più esplicito e spiegherò alla tipa che non è mia intenzione riempirla di cazzo. D’altra parte il mio italico accento non ispira certo fiducia in questi nordici. Che sia stato quello a fregarmi? Magari se avessi parlato olandese avrebbe reagito in modo diverso? No, non credo, è più facile dare la colpa a questa sporca società.
giovedì 17 luglio 2008
La simpatica lingua olandese

La lingua olandese è molto divertente. Affascinante alla vista, vagamente comica ad ascoltarla.
Per uno che in Olanda non ci abita, sentire un po’ di olandese in giro è un privilegio raro. Il cinema e la musica non sono famosi a livello internazionale e tutti parlano inglese, rendendo anche in patria la padronanza della lingua inutile. O almeno così la pensa il mio collega Philippe, un francese che è un orsettone bonario un po' stempiato e che risulta comunque incomprensibile anche quando macchia di transalpinità il suo peraltro eccellente inglese.
Essendo l’olandese ad Amsterdam quasi come l’italiano in Alto Adige, almeno per quanto riguarda la diffusione dell'idioma, il primo contatto con la lingua avviene per via scritta. E a leggerlo, l’olandese appare decisamente intrigante. Per uno abituato alla parsimonia delle ventuno lettere italiche, un tale stillicidio di k, w, j ha l’esoticità di una grappa all'asperula degustata a Paramaribo e fa pensare che per parlare questa lingua sia necessario avere sempre un cracker fresco in bocca.
Se poi aggiungiamo il prodigioso effetto visuale delle doppie vocali, capiamo come l’assenza di accenti e dieresi altro non sia che una misura per preservare le nostre facoltà mentali.
È comunque inutile sforzarsi a leggere le fascinose parole olandesi, perché comunque vengono pronunciate in maniera completamente diversa da come sono scritte. Nei dittonghi le vocali devono aver giocato al gioco delle sedie musicali per secoli, facendo in modo che OEI si legga UI e che UI sia riproducibile al meglio mentre si sbadiglia. Nella pronuncia vige poi una politica di austerity, nella quale solo le U vengono pronunciate, oltre ovviamente alle R, che comunque suonano come le U.
In pratica la lingua è una successione disordinata di U e cracker che si sbriciolano. Se è vera la teoria che vuole che l'italiano suoni come musica leggera, l'inglese punk e il tedesco metal, allora l'olandese racchiude tutto lo sperimentalismo del noise (la teoria è mia, un giorno ne parliamo).
In attesa di cominciare a capire qualcosa, ecco un greatest hits delle parole più divertenti.
Te huur/Te koop (Affittasi/Vendesi)
Un po’ per tutti le prime parole. Sono tipiche della lingua olandese con le loro doppie vocali, anche se suonano milanese. Sono onnipresenti su cartelli affissi ovunque lungo la strada, tanto è vero che uno si mette quasi a pensare che sia facile trovare una casa in affitto, il povero illuso!
Let op! Drempels (Attenzione! Dossi artificiali)
Gli olandesi alla sicurezza stradale ci tengono, a quanto pare. In realtà pare male, perché per quanto ostracizzate siano le macchine, le bici si muovono nel traffico come lame di ghigliottina.
Non è male comunque vivere in una città senza traffico. L’olandese la BMW la tiene in garage, con la roulotte attaccata, pronta per scappare verso il Garda appena può. ma in città si respira aria pulita, insieme agli oppiacei.
Fiets (Bicicletta)
Eccola la parola magica. Bicicletta. Di ogni tipo, catorci assemblati, tandem, biciclette da guidare sdraiati. Non è un articolo sportivo, ma un mezzo di trasporto. Ogni strada è anche ciclabile. La strada secondaria lungo l’Amstel che va verso Ouderkerk è stretta, ma non rinuncia alla ciclabile su ambo i lati. In pratica metà strada è ciclabile, mentre le macchine si sfidano in un lungo senso alternato, regolato dai drempels che costringono a rallentare.
Kijken (Guardare)
Pronunciato “kaiken”. È l’unica parola che si distingue fra le U e i cracker. Viene pronunciata spessissimo (solitamente even kijken, che vuol dire “ora vediamo”), sempre con grande chiarezza. Non si capisce il motivo di cotanta chiarezza, ma così è. Forse agli olandesi piace vederci chiaro.
Boer (Contadino)
Cresciuto con il mito del calcio olandese, uno si accorge che Frankie de Boer altro non significa che Franco il Contadino. Comunque i contadini qui sembrano sapere il fatto loro, fra polder e dighe sono più ingegneri civili che agricoltori. E secondo me tengono pure li sordi. Dovrebbero fare un gemellaggio con i colleghi della Val di Non.
Vet poes (Gattaccio obeso)
Arriva anche il lieto fine, uno trova casa, di solito con un coinquilino, perché gli affitti costano vagonate di euro. Solitamente c’è anche un gatto, spesso anche due, non perché fa bello, ma perché le case olandesi sono misteriosamente piene di topi. I gatti sono spesso arancioni, forse per patriottismo. Il mio coinquilino ne ha due, uno nero con la pancia e le punte delle dita bianche e uno identico ma marrone/arancio/violaceo là dove il fratello è nero. I gatti non hanno nome, ma rispondono al richiamo vet poes, che si pronuncia fett puss, ma per qualcuno suona come “croccantini”. Ah, i miracoli delle lingue!
martedì 8 luglio 2008
l'aranciata esagerata

quando si parla di calcio, gli olandesi sono più fanatici degli italiani. questa è stata la mia prima impressione appena arrivato ad amsterdam, a fine maggio dumigliotto.
chiaramente una frase del genere non può essere piazzata là morbida e liscia come un assist del miglior pirlo, ma richiede la sua bella spiegazione.
sono arrivato alla vigilia dell’europeo e, per chi un mese fa si trovava su mercurio, oppure negli stati unti, la prima partita dell'olanda è stata proprio contro i nostri baldi govani dal completo cianotico.
un'oretta prima della partita sono uscito con la mia bella maglietta azzurra per andare ad una specie d'italica enoteca, dove il resto degli eredi di dante e ciceruacchio si sarebbe dovuto radunare.
appena varcata la porta di casa incrocio subito il vicino casinista, che alla vista di cotanto color cielo strabuzza gli occhi domandando incredulo: “italië?” io gli rispondo in interlingua “eh ja, eh, if no italië, no blue shirt”. lui lo trova divertente, io esco, salgo in bici e ci metto circa cinquanta metri a capire il perché.
in pratica tutti sono vestiti di arancione, tutte le vie della città sono imbandite che neanche al carnevale di ivrea, leoni e bandiere si alzano ovunque, il patriottismo dei paesi piccoli e innocenti, che possono ancora permettersi di issare la bandiera in giardino, è commovente.
anche i take-away etnici partecipano alla festa, esponendo la bandiera olandese accompagnata a quella di marocco, india, israele, turchia o suriname, a seconda per l'appunto dell'etnia del caso. e io resto la macchia azzurra, che sfila in bici sotto mille sguardi divertiti, cercando di non commettere infrazioni delle norme stradali per non confermare i loro stereotipi su di noi.
nell'occasione poi, i nostri eroi si rivelano più buzzurri che azzurri, visto che se ne fanno rifilare tre, dando personalmente il via alle danze qui in città.
a leidseplein la gente canta che we are the champions, dopo il quattrauno contro i francesi, dove anche il sottoscritto ha modo di partecipare con trasporto alla goduria generale, impazzano in tv le immagini dei salvatori della patria che sfilano su di un autobus tutto arancione, esibizione pericolosamente simile a quella degli italici ventitrè dopo il mondiale di due anni fa.
è chiaro che il tutto porta di molto sfiga, ma gli olandesi se ne fregano, festeggiano convinti che vinceranno qualsiasi cosa, che a distanza di vent’anni van basten li farà vincere di nuovo.
nei negozi ed in tivvù è gaggettomania. i supermercati albert heijn, dalla micologica caratteristica di crescere ovunque, regalano i ricercatissimi welpies, pupazzetti a forma di leone con lunghi capelli arancioni. da blokker, negozio di chincaglieria trash, si superano, proponendo le famigerate magliette con il muso d'un leone sul lato anteriore, che può essere alzato in caso di gol, mostrando la bocca della trista fiera aperta in un ruggito.
calcio, calcio, calcio, su tutti i giornali, ovunque in tv, per strada, in ufficio, nei tram, dove anche gli autisti sfoggiano la spaventosa divisa arancione della nike e partecipano alla festa scampanellando.
poi arrivano i quarti di finale, la russia è una formalità e come tutte le formalità apre le fauci tipo maglietta del blokker e se magna er lione d'un sol boccone.
gli olandesi bestemmiano il giusto, poi ripiegano il bandierone e vanno a casa ordinati. il giorno dopo l'aspetto delle strade cambia. basta arancione, è fuori moda, i giornali non parlano di calcio e l'intera competizione cade nel dimenticatoio. solo la finale è degna di un riquadro titolato viva españa, olé o qualche facile combinazione del genere.
non è codardia, è solo che in realtà agli olandesi del calcio gliene frega quanto a berlusconi dei conti pubblici dello stato. gli piace parlarne quando ne parlano tutti, ma in verità, in verità vi dico che non gliene frega una mazza.
per chi sta bene, per chi tiene li sordi come gli olandesi, il calcio è una moda, un'occasione per fare carnevale, un divertente diversivo per famiglie, perfino un gioco, orrore degli orrori!
per altri, invece, il calcio resta la ragione di vita che tutti noi conosciamo. in semifinale ci pensano i tanti turchi di amsterdam a ricordare a chi tiene la tivvù spenta che qualcuno là fuori sta ancora giocando. ogni gol segnato nel segno della mezzaluna viene scandito in una stereofonia di urla e trombettine in tutto il circondario e il giorno dopo la vittoria contro la croazia le cassiere dell'albert heijn del quartiere sono vestite con maglia rossa e velo. intanto per strada si moltiplicano i welpies spappolati, scalpi di capelli arancio su pappette di plastica. e qualcuno comincia a lamentarsi del casino che fanno i turchi mentre festeggiano. un po' di contegno, cribbio, mica siamo a gençlerbirliği! in fondo è solo un gioco!
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