Quando mi è giunta comunicazione che stavo per essere piantato, mi attendevo qualcosa di diverso per il periodo a venire. Ho pensato “minchia, ora per un paio di mesi mi ciuccio la depressione con i suoi begli annessi e connessi”.
Invece no. Non è che la cosa sia allegra. La depressione c’è. Magari “depressione” non è un termine esatto, meglio malinconia, la stessa cosa che ti fa ascoltare, che ne so, “Impressioni di settembre” e invece di buttarti giù ti senti meglio.
Ci si sente soli, ma è più una cosa tipo “soli contro il mondo”, quasi eroica, ahimè l’odiata parola. Una cosa stile “belli e maledetti”, non fosse che qualche capello perso e un’infanzia spensierata mi impediscono di essere entrambi.
Ma la cosa migliore è che ti puoi ritrovare in qualsiasi canzone triste e malinconica. “Impressioni di settembre”, si diceva. Ebbene, è successo di settembre (ma qui è solo culo).
Diciamo De André, che per l’occasione è diventato un ascolto ossessivo, “Verranno a chiederci del nostro amore” e “La canzone dell’amore perduto”. Ascoltate nel contesto giusto hanno una potenza di fuoco più che triplicata.
E così ora, che cerco di tenermi attivo, pedalo fra i 60 e i 90 minuti al giorno, da casa al lavoro, dal lavoro al centro e poi di nuovo a casa, e la parte migliore non è quella in cui conosci le tipe, che tanto quando cominci a sperarci tirano sempre fuori il ragazzo, che dai, ammettiamolo, se hai almeno 25 anni, un po’ di cervello e un aspetto decente lo devi avere per forza, il ragazzo, però potevi dirmelo anche prima. La parte più bella non è quella, ma quando torni di notte e ti ascolti la plailista sulla protesi musicale in sella alla bici nuova, che è costata un matrimonio, ma fila che vengono quasi le lacrime.
Ecco, forse sono diventato un solitario. E per l’occasione vado di là a schiaffare sulla plailista “The Loner”.
mercoledì 28 ottobre 2009
martedì 20 ottobre 2009
Babiblù
Quando le foglie s’ingiallano, capita spesso che le cose cambino.Cambia che fuori diiventa freddo e tu mi dici “ma è ovvio” e io ti dico “ti pare poco?”, cambia completamente la disposizione mentale, il palinsesto RAI, i primi allenatori sulle panche delle provinciali, il fatto che la morosa mi ha mollato dopo cinque anni e passa, ma soprattutto cambia la musica.
Ieri sera ho piantato la protesi musicale nel calcolatore, ci tengo a specificare un PC, perché i Mac sono robe da fighetti dell’alternativo, da gente che compra la roba da bigiotteria perché fa la sua porca figura, ho fatto tavola ragia della musica che ascoltavo st’estate e ho messo la roba autunnale.
Fuori l’allegria, dentro malinconia, accordi in minore, testi importanti. E sono sempre i soliti nomi, con una squadra che di anno in anno si consolida.
C’è il vecchio Bobbo, che forse stavolta magari aggiungo un altro paio di dischi ai soliti tre, che non è che lo ammiri poi più di tanto, però capita che in qualsiasi cosa decida di fare ci sia dentro un pezzo di lui, così ho deciso che quest’anno smetterò di dire che non è che mi esalti e anche se lo trovo sopravvalutato, lo celebrerò come merita.
C’è Neil Young, pronunciato Nigliang, che sarà ignorante quanto vuoi, però quando lo ascolti, con quella voce lamentosa da vecchietto in fila alle poste e quel chitarrista caprone che deve avere i segni delle dita sui tasti della chitarra, perché tocca sempre quelli, beh, quando lo ascolti, ti viene voglia di chiuderti in te stesso e bere un tè caldo, proprio come si fa in autunno. Metti Cowgirl in the Sand, un titolo che più ignorante è difficile, mettici che va avanti dieci minuti, con sta chitarra che uno in pratica muove due dita, che suona lei da sola come se facesse mammaomammaomammacheccetoccafapeccampà. Mettici che lui c’ha sta voce, con dietro le foglie che cadono, gialle, arancio, marroni cachi come le giacche degli olandesi. Fa eroico, il sentimento tipico delle 7 di sera in bicicletta sulla via dal ritorno dal bugigattolo cavanervi, dopo aver ammaestrato miracolosamente le esigenze di clienti, manodopera, capo, manager e operation manager.
Poi metti stasera, c’era quella canzone di Tom Waits, quella che dà il titolo a Rain Dogs e c’era sta fisarmonica che sapeva di fumo nella pioggia, fumo dei falò di San Niccolò, di copertoni e refrattari, fumo di città, con l’acqua che amplifica le note acri e sta chitarra che gli diceva chiaramente di star zitto e smetterla di fare l’eroe romantico, che lui ogni tanto sta cosa ce l’ha e ha bisogno che qualcuno gli dica di calare le ali. Come fa Benigni in Giù di Legge, ora che ci penso.
Poi un po’ di gezz, ma solo a casa, non sulla protesi, perché in bicicletta per il Duca non c’è la pazienza, anche se chissà, forse Coltrane potrei magari anche provarlo, un giorno. Ma forse no, la vedo dura con i battiti al secondo. Al massimo quando ho già preso l’onda, la pedalata lenta ma potente del rapporto più duro può reggere il tempo del batterista di A Love Supreme.
E poi mi conosco, verso novembre, quando le foglie non ci sono, e la stagione dei colori lascia il posto a quella nera, in quei momenti scuri mim andranno le chitarre cicaleggianti e il neon impolverato di Marquee Moon dei Television e più tardi, verso Natale, passerò al rosso e al nero del Nick Cave di mezzo. Il punto critico qui è gennaio, periodo grigio, con la luce che esce, ma non ha niente da illuminare. Questo è il periodo in cui ho comprato tutti i dischi dei quali mi sono pentito. Rock progressivo, esperimenti tedeschi, elettronica, certa classica.
Talmente triste che a fine febbraio smetto di ascoltare musica per il mio bene. In attesa che la primavera mi riporti i Ramones.
Comunque, se mi cercate sono qui.
sabato 10 ottobre 2009
Baracco che mi vince il Nobel
Obama non ha ancora fatto molto, a parte essere eletto, ma sa apparire, è un grande oratore. La gente vota i grandi oratori perché ha voglia di sognare.
Ecco, io mi sarei rotto i coglioni, di sognare.
Ecco, io mi sarei rotto i coglioni, di sognare.
martedì 22 settembre 2009
Sarei tornato
Con la febbre.
Comunque per un pezzo mi trovate più che altro qui.
Brutta l'idea di tenere due bugigattoli allo stesso tempo, lo so, ma metti caso che in mezzo mi viene da scrivere altro.
Comunque per un pezzo mi trovate più che altro qui.
Brutta l'idea di tenere due bugigattoli allo stesso tempo, lo so, ma metti caso che in mezzo mi viene da scrivere altro.
sabato 12 settembre 2009
Soluzione del quiz del 18 marzo 2013
Io avrei detto il salmone, perché non è che pianifichi così la tua morte. O l'echidna, perché onestamente, che te ne fai di quattro bocche da fuoco? O il gatto, perché la natura tende a difendere le sue creature dalle pratiche dolorose.
E invece no. Alla fine la spunta lui:
E invece no. Alla fine la spunta lui:
giovedì 27 agosto 2009
Dicono che il diciannove settembre torno
Che domani si parta, non mi pare neanche strano.
Il biglietto l’ho comprato il 6 gennaio, 234 giorni fa. Nel frattempo ho vissuto sempre come se partissi il giorno dopo, metabolizzando l’idea stessa di andare.
La borsa l’ho preparata in un attimo: mentalmente lo avevo già fatto centinaia di volte.
Così come avevo già visto, dentro di me o in libri scritti da altri, Mosca, Kazan, Caterinburgo, Perm, Omsk, Irkutsk, Ulan Ude, Ulan Bator, Pechino.
Ma dopo?
È come se andassi a morire. Non che abbia intenzione di farlo. Ma con tutto il tempo che ho passato a pensare alle mie tre settimane in treno, mai ho pensato alla vita che verrà dopo.
Tutto è rimasto sospeso.
Non ho pensato al primo jet lag della mia vita da recuperare, al fatto che Tomas rimane anche la domenica e già il giorno dopo arriva mia prozia dalla Svizzera e chissà povera K, lei che sarebbe anche contenta di avermi per sé, che si lavora che senza ferie chissà quando rivedrò l’Italia.
Forse da qualche parte nella steppa una fisionomia mi farà pensare a quel coglione di Erik, ma intanto il mondo finisce.
Finisce che il contratto alla fine l’ho beccato, che ho cominciato a chiamare questo posto “casa”, mentre i miei, la loro, hanno quasi finito di rinnovarla. Intanto mio padre aspetta la raccolta felice, perché è arrivato il trattore nuovo. Finisce il giorno prima del derby e chissà se Ronaldinho dura. Finisce che il suo presidente, di Ronaldinho, è ancora anche il mio, almeno per diritto di nascita, che ad Amsterdàm i mezzi pubblici chissà se esplodono davvero, il giorno dopo l’introduzione del nuovo sistema di pagamento, quello che, dicono, uno sgarra quando vuole. Finisce che la bicicletta è riparata provvisoriamente e a Bas non glielo ho ancora detto che non ho deciso se comprare la Gazelle nuova, perché da qui a un mese ci sono più di diecimila chilometri e chissà quanto ci vuole
Finisce soprattutto che alla fine ho beccato gli svassi. E invece di mettervi i video mongoli dei CSI, che saprebbe di scontato, ve ne metto la prova, a voi, che degli svassi non ve ne frega una mazza. Buon viaggio a tutti voi. Fra tre settimane ho un volo da Pechino.

E alzate la mano solo se vi interessano gli svassi.
Il biglietto l’ho comprato il 6 gennaio, 234 giorni fa. Nel frattempo ho vissuto sempre come se partissi il giorno dopo, metabolizzando l’idea stessa di andare.
La borsa l’ho preparata in un attimo: mentalmente lo avevo già fatto centinaia di volte.
Così come avevo già visto, dentro di me o in libri scritti da altri, Mosca, Kazan, Caterinburgo, Perm, Omsk, Irkutsk, Ulan Ude, Ulan Bator, Pechino.
Ma dopo?
È come se andassi a morire. Non che abbia intenzione di farlo. Ma con tutto il tempo che ho passato a pensare alle mie tre settimane in treno, mai ho pensato alla vita che verrà dopo.
Tutto è rimasto sospeso.
Non ho pensato al primo jet lag della mia vita da recuperare, al fatto che Tomas rimane anche la domenica e già il giorno dopo arriva mia prozia dalla Svizzera e chissà povera K, lei che sarebbe anche contenta di avermi per sé, che si lavora che senza ferie chissà quando rivedrò l’Italia.
Forse da qualche parte nella steppa una fisionomia mi farà pensare a quel coglione di Erik, ma intanto il mondo finisce.
Finisce che il contratto alla fine l’ho beccato, che ho cominciato a chiamare questo posto “casa”, mentre i miei, la loro, hanno quasi finito di rinnovarla. Intanto mio padre aspetta la raccolta felice, perché è arrivato il trattore nuovo. Finisce il giorno prima del derby e chissà se Ronaldinho dura. Finisce che il suo presidente, di Ronaldinho, è ancora anche il mio, almeno per diritto di nascita, che ad Amsterdàm i mezzi pubblici chissà se esplodono davvero, il giorno dopo l’introduzione del nuovo sistema di pagamento, quello che, dicono, uno sgarra quando vuole. Finisce che la bicicletta è riparata provvisoriamente e a Bas non glielo ho ancora detto che non ho deciso se comprare la Gazelle nuova, perché da qui a un mese ci sono più di diecimila chilometri e chissà quanto ci vuole
Finisce soprattutto che alla fine ho beccato gli svassi. E invece di mettervi i video mongoli dei CSI, che saprebbe di scontato, ve ne metto la prova, a voi, che degli svassi non ve ne frega una mazza. Buon viaggio a tutti voi. Fra tre settimane ho un volo da Pechino.
E alzate la mano solo se vi interessano gli svassi.
martedì 25 agosto 2009
Altre ventotto virgolette e parliamo di vergogna
Invece la parola che mi piace meno è “vergogna”.
“Vergogna” suona scivoloso e sapido, come una limaccia inzaccherata nel fango. La V che taglia l’aria come una lama, “rgo” e “gna” come due pernacchie con la faccia di Moggi e Schifani.
Solo “sgombro” suonerebbe peggio, non fosse per la S sibilante che impedisce di prendere sul serio la G gutturale e lo "mbr" che troviamo anche in "imbranato", buttando in burletta cotanta tracotante boria.
“Vergogna” però è una parola molto più importante. La più importante d’Italia, si direbbe, la più usata, la più descrittiva.
Da quassù in basso, l’Italia la seguo dai forum. L’alternativa sarebbe guardare il TG1 via satellite, quindi credo che mi capirete. Uno che l’Italia la vede da internet si accorge subito dell’onnipresenza del termine incriminato. Non ci credi, pensi sia un caso, ma ogni volta te lo trovi davanti di nuovo: “devi vergognarti”, “devono vergognarsi”.
“Vergogna” ha la peculiare caratteristica di trovare applicazione solo per gli altri. Anche quando è il soggetto a vergognarsi, lo fa solo per gesti di persone dalle quali si dissocia, di solito esponenti della fazione politica avversa. È un gesto retorico, dove si aggravano i misfatti dell’avversario ingigantendoli, ponendolo come simbolo della nazione, o meglio, di quello che non va nella nazione. In pratica, questi “mi vergogno” suonano come dei colossali “vergognati”. Sul sito del Corriere hanno pubblicato la lettera di un ragazzino che si vergognava dell’unità d’Italia.
Figliolo, dico io, non ti crucciare, credo che Garibaldi si sarebbe mosso anche senza di te.
La vergogna in conto terzi è la prova che aveva ragione Montanelli, o Biagi, o comunque quel tale di quei tempi là che diceva che il nostro è un paese di moralisti senza morale.
Io dico che la morale c’è, ma è l’autoindulgenza che ci frega: le cose immorali in Italia si fanno dopo aver trovato una scusa che consenta di farle, pulendole dall’immoralità.
Fra le scuse, la più tipica è “C’è gente che fa di peggio”, che è universalmente applicabile e consente quindi di evitare la vergogna in qualsiasi caso.
Forse anche per questo l’italiano è filosofo, perché deve imparare a relativizzare.
Un po’ di vergogna l’italiano la prova solo quando vede che all’estero qualcosa funziona meglio che entralpe. In questo caso il compaesano reagisce inizialmente dando la colpa alla nostra mentalità, per poi rendersi conto che l’italica inefficienza non è una cosa cattiva, ma un’espressione di creatività, di arte di vivere, in netta contrapposizione con la vita grigia di quei noiosissimi nordeuropei inflessibili.
E forse su questo c’ha ragione: senza vergogna si vive meglio.
“Vergogna” suona scivoloso e sapido, come una limaccia inzaccherata nel fango. La V che taglia l’aria come una lama, “rgo” e “gna” come due pernacchie con la faccia di Moggi e Schifani.
Solo “sgombro” suonerebbe peggio, non fosse per la S sibilante che impedisce di prendere sul serio la G gutturale e lo "mbr" che troviamo anche in "imbranato", buttando in burletta cotanta tracotante boria.
“Vergogna” però è una parola molto più importante. La più importante d’Italia, si direbbe, la più usata, la più descrittiva.
Da quassù in basso, l’Italia la seguo dai forum. L’alternativa sarebbe guardare il TG1 via satellite, quindi credo che mi capirete. Uno che l’Italia la vede da internet si accorge subito dell’onnipresenza del termine incriminato. Non ci credi, pensi sia un caso, ma ogni volta te lo trovi davanti di nuovo: “devi vergognarti”, “devono vergognarsi”.
“Vergogna” ha la peculiare caratteristica di trovare applicazione solo per gli altri. Anche quando è il soggetto a vergognarsi, lo fa solo per gesti di persone dalle quali si dissocia, di solito esponenti della fazione politica avversa. È un gesto retorico, dove si aggravano i misfatti dell’avversario ingigantendoli, ponendolo come simbolo della nazione, o meglio, di quello che non va nella nazione. In pratica, questi “mi vergogno” suonano come dei colossali “vergognati”. Sul sito del Corriere hanno pubblicato la lettera di un ragazzino che si vergognava dell’unità d’Italia.
Figliolo, dico io, non ti crucciare, credo che Garibaldi si sarebbe mosso anche senza di te.
La vergogna in conto terzi è la prova che aveva ragione Montanelli, o Biagi, o comunque quel tale di quei tempi là che diceva che il nostro è un paese di moralisti senza morale.
Io dico che la morale c’è, ma è l’autoindulgenza che ci frega: le cose immorali in Italia si fanno dopo aver trovato una scusa che consenta di farle, pulendole dall’immoralità.
Fra le scuse, la più tipica è “C’è gente che fa di peggio”, che è universalmente applicabile e consente quindi di evitare la vergogna in qualsiasi caso.
Forse anche per questo l’italiano è filosofo, perché deve imparare a relativizzare.
Un po’ di vergogna l’italiano la prova solo quando vede che all’estero qualcosa funziona meglio che entralpe. In questo caso il compaesano reagisce inizialmente dando la colpa alla nostra mentalità, per poi rendersi conto che l’italica inefficienza non è una cosa cattiva, ma un’espressione di creatività, di arte di vivere, in netta contrapposizione con la vita grigia di quei noiosissimi nordeuropei inflessibili.
E forse su questo c’ha ragione: senza vergogna si vive meglio.
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