martedì 17 dicembre 2013

Oh, guarda che scherzavo!



Si constatava che in famiglia, quando uno dice una cosa per scherzo, sotto sotto c’è sempre un po’ di verità.
O forse no. Forse è solo uno scherzo e poi ci sono quelli che pensano male.
L’unica cosa sicura è che in famiglia, per non essere fraintesi, per evitare il dubbio è meglio non dire le cose per scherzo.
Sarà per questo che nelle famiglie ideali, i ritrovi sono così noiosi.

domenica 1 dicembre 2013

Viaggio nell'Italia di 50 anni fa



Vi siete mai chiesti che fine ha fatto la Uno del nonno? In Argentina. È in Argentina, vi dico, insieme alla Duna sulla quale vi vergognavate di salire e a Fiat 127 che si muovono con lo scoppio del motore a scoppio. Forse è proprio per questo tipo di propulsione a reazione che sono state ribattezzate Fiat Spazio. In Argentina esistono modelli della Fiat che in Italia non si sono mai visti, fra i quali la Palio Weekend (non il modello italiano), con le protezioni laterali in plastica applicate con magnifiche viti a vista.

Nelle milonghe si balla il tango e si beve Cynar, Punt e Mes e soprattutto Fernet Branca, che i giovani si ostinano a mescolare con la Coca Cola, mentre io ho la malsana idea di ordinare solo. Ricevo un bicchiere che contiene almeno sei volte la generosa porzione servita al Bar del Gianni. Prima d’ora, non ero mai riuscito ad ubriacarmi con un solo bicchiere.

In effetti, nelle città argentine si respira un’atmosfera da Vecchia Italia, con ristoranti che propongono la faina, la fugazza e la bondiola e servono l’acqua frizzante nei sifoni da seltz.

La prima parola che sento all’arrivo è un tassista che apostrofa un automobilista Estupido. In effetti, se in Italia all’inizio del ventesimo secolo si fosse parlato italiano, ora l’Argentina parlerebbe come noi. Invece rimangono solo alcune parole (me voy a laborar) e soprattutto l’accento: quando parla qualcuno di Buenos Aires, sembra di sentire un italiano che parla spagnolo, con quella voce tristanzuola che avevano gli attori dei film in bianco e nero. Questo in città, ma comunque un argentino su tre abita nella regione di Buenos Aires. 

In ogni caso, in Argentina basta avere un nonno italiano per acquisire il passaporto. In pratica, la metà di loro potrebbe giocare per noi ai mondiali. A chi dice che non esistono neri italiani, varrebbe la pena rispondere che gli indios italiani invece ci sono da cent’anni.

In Argentina ci si sposta in autobus. Sono autobus comodissimi, con i sedili che diventano quasi dei letti e fanno diventare i nostri tre spostamenti di 20 ore dei momenti di relax, non fosse per il risveglio a base di zombi che ululano dalle tv alle 7.30 di mattina e che ci fanno da colonna sonora lungo il drammatico paesaggio preandino della regione di Salta. Almeno per una volta la domanda del viaggiatore non è che diavolo ci faccio qui?, ma Brad Pitt è riuscito davvero a realizzare il film più demente della storia?

In Uruguay si beve il mate. Anche in Argentina, ma in Uruguay di più. A Colonia del Sacramento (che in noneso significa più o meno stramaledetta colonia) e Paysandú la gente gira per strada con il braccio sinistro a 90 gradi, una thermos incastrata fra spalla e avambraccio e una zucca essiccata con la cannuccia in pugno. La yerba mate ha una quantità di caffeina a metà fra il tè e il caffè e si beve rigorosamente in una zucca essiccata (il mate, appunto) con una cannuccia in metallo dotata di filtro (bombilla). L’impressione è che, più che un vizio, per loro sia un segno di identità nazionale. Negli autobus invece il matè è servito solo in bustina, per via dei numerosi casi di cecità provocata da cannucce conficcate negli occhi.

Le cascate di Iguazú, a metà fra Argentina e Brasile, sono così imponenti che pare di essere in un’enorme stanza con tappezzeria di gusto pacchiano nel mezzo della giungla tropicale.

Cerchi "tappezzeria pacchiana cascate" su Google e trovi proprio loro.
 
Dalle parti di Salta e Jujuy invece si sale sulle Ande, fra il Cile e la Bolivia. Guidiamo la nostra Volkswagen Gol (da non confondersi con il modello nobile con la F) per più di 1000 chilometri senza mai vedere due volte lo stesso panorama, fra montagne di 7 colori diversi, saline, lama, alpaca, guanachi e vigogne. Arriviamo più in alto del Monte Bianco, seminando anche i cactus più resistenti. Scopriamo vigneti in mezzo alla polvere gessosa e mastichiamo le foglie di coca che ci ha regalato una signora di San Antonio de los Cobres dopo averci cucinato pollo ed empanadas.

A Mendoza bevo vino di malbec, in attesa che le due sorelle francesi con cui viaggio guariscano dall’infezione allo stomaco che le colpisce per due giorni a testa. Intanto vedo l’Aconcagua dalla base, e non si direbbe che sia alto 7000 metri. E invece dall’aereo sì, volando al suo livello fino alla Patagonia, con il mare che spunta da lontano, oltre una sottile striscia di Cile.

Bariloche (San Carlos de) è la città natale del nuovo Messi, ma questo non lo sapevo ancora. Sapevo che è la città della mia amica Valeria, che sono contento di rivedere dopo gli eroici tempi di Galway, più di 5 anni fa. Qui sulle montagne niente cactus, ma fiori gialli e tanti laghi. Qualcuno dice che sembra la Svizzera. Sì, ma con una vegetazione preistorica di araucarie e arrayan dal tronco rosso, che poi altro non sono che gli alberi di Bambi, che è stato disegnato copiando il paesaggio di qui. Ah, è anche la città di Priebke, che insegnava nello stesso collegio dove lavora il marito di Valeria.

Più in giù lungo la Patagonia non proviamo neanche ad andarci, per il sospetto che quello che la rende mitica non sia tanto Ushuaia e i suoi hotel e negozi di attrezzatura sportiva, quanto la lunga strada per arrivarci.

L’ultimo giorno, di ritorno a Buenos Aires, mi rendo conto di sentirmi a casa, appunto, come in una piccola Italia di 30 o 50 anni fa. Una grande metropoli extraeuropea che per una volta non è cresciuta a forza di grattacieli secondo il modello americano, ma con più personalità e cultura, secondo quello europeo. Dopo Kuala Lumpur, Singapore, Melbourne, Sydney e Auckland, è una cosa che rincuora.

lunedì 28 ottobre 2013

'Azzo guardi?



A me piace guardare la gente. A volte esco apposta per farlo. Non mi porta nulla, ma mi piace. Cosa osservo? Non lo so. Mi piacciono quelli vestiti strani. E le belle ragazze, ma anche quelle brutte, e anche i maschi, basta che abbiano una faccia particolare o dei vestiti originali. 

E la gente se ne accorge, che la guardo, mi sono reso conto. Le belle ci sono abituate, le brutte forse le faccio sentire brutte, le normali, che sono poi tipo sette su dieci, un paio di volte mi hanno anche sorriso, ma di solito sviano lo sguardo. I maschi mi guardano male e i pigmentati cerco di non fissarli, che non vorrei che pensassero che la gente ce l’ha con le tinte scure.

Poi, il fatto che non abbia ancora ricevuto un pugno, uno sputo, un cazzo guardi? mi dice che è tutta fantasia e che in fondo è proprio la fantasia che cerco, e le facce sono solo un pretesto.

E da domani lo spettro di tipi da osservare aumenterà. Vado in Argentina, per tre settimane e mezzo e una stima di 120 ore di bus. Sono anni che voglio vedere Buenos Aires, e sono così convinto che le attese provochino solo delusioni, che so per certo che mi piacerà un sacco.

giovedì 10 ottobre 2013

Poveracci noi


Il mio amico Federico è un buono. Un idealista. Gli vogliono bene tutti al mio amico Federico, alcuni perché di un buono ti ci fidi, altri anche perché da un buono spesso ci puoi ricavare qualcosa. 


Un buono non resta indifferente alla Tragedia di Lampedusa e compie il suo dovere di cittadino manifestando il suo cordoglio su Facebook.


Su Facebook però ci sono anche i cattivi. In particolare sta tipa che già tempo fa, quando Federico manifestava cordoglio per l'imminente guerra in Siria, aveva dichiarato sì, ma va detto che c'è gente che merita di essere sterminata. Io su sta frase ci avevo costruito sistemi di pensiero per una settimana e mi ero sforzato di non rispondere, perché chi ragiona a stereotipi non puoi convincerlo con la ragione, anzi, rischi di farci una figuraccia tu. Infatti poi avevano risposto un paio d’altri, con tanta arguzia per carità, ma pur sempre con l’effetto di mettersi sullo stesso piano di una che va per stereotipi.


Sapevo che Sta Tipa non avrebbe potuto non commentare sulla Tragedia. E infatti non ho dovuto aspettare a lungo. Nel corso dei seguenti 50 e passa commenti non sono state risparmiate parole come vergogna, tutti a casa loro, buonismo e svegliatevi (che poi è anche il titolo della rivista dei Testimoni di Geova). Per aprire un minimo di dialogo, i più concilianti fra i buoni sono stati costretti ad ammettere che sì, magari la signora Kyenge è una troia, ma non si può certo generalizzare.


Fra i Buoni, si sono distinti due commentatori, con la strana coincidenza di essere stati entrambi miei coinquilini. C’era Cristiano il Pagano, già noto su queste pagine, che ancora oggi professa l’Estremo Comunismo e utilizza la sua grande arguzia per demolire la povera semplice Tipa in nome della giustizia. Sempre parlando di Giustizia, Cristiano il Pagano ancora non ha saldato i 200 euro di affitto che avevo anticipato sulla fiducia e che aveva promesso di ripagarmi durante l’estate del 2002, salvo poi non rispondere più alle mie telefonate.


L’altra era l’autodefinitasi Rebel, che dell’appartamento che condividevamo era anche la proprietaria e in quanto tale poteva permettersi di essere sgradevole con me e i due slovacchi che abitavano con noi. Grazie a lei, io e gli slovacchi eravamo diventati buoni amici, come solo chi è sulla stessa barca (sperando che non affondi) può diventare. Dai suoi commenti, oltre alla rinnovata fede nell’Amore per il Prossimo, ho potuto scoprire che l’Autodefinitasi è emigrata in zona Concacaf, dove gestisce un ostello, le hanno bruciato la casa perché ha salvato un cane dalla tortura, ma è comunque l’unica bianca rimasta perché sono l’unica di cui si fidano. Ah sì, e ha tipo salvato un immigrato somalo, ma questa non sono stato là a leggerla tutta.


A questo punto in me montava forte la simpatia per Sta Tipa, che probabilmente si era inacidita per frustrazione, perché è ovvio che certi commenti non possono che essere i rosicamenti di qualcuno che è senza lavoro e in grossi guai. E infatti, in risposta ad un commento dell’Autodefinitasi arriva anche quello dove Sta Tipa parla di sé, disoccupata in quanto costretta a licenziarsi (?), e altre cose che non ricordo, mentre – vale la pena di ricordarlo – i marocchini si prendono i sussidi e gli danno anche casa e medicine gratis


Ecco, a questo punto ho sorriso a pensare che fra tutti i commentatori, l’unica anima pressoché salva è probabilmente quella di Sta povera, semplice, ingenua - ma certo non candida - Tipa.

giovedì 3 ottobre 2013

Rosicando



Lo sapevate che i francesi non ci odiano? Anzi, a me ne capitano tanti che gli stiamo simpatici. C’è anche gente che gira con la maglia della nostra nazionale di calcio. Si è mai visto in Italia uno con la maglia della Francia?


Alché giunge la mia conclusione: perché noi odiamo loro e loro non odiano noi? Occhio, che la risposta è la seguente: perché rosichiamo di brutto.


Rosichiamo perché noi e loro facciamo esattamente le stesse cose, ma loro ci riescono meglio.


Per dire, lo sapevate che produciamo tanto formaggio quanto loro, e che i nostri vini non raggiungono i loro apici, ma hanno una qualità media superiore[richiede verifica]? Eppure, se chiedi a un inglese o un americano, ste robe se le compra qui. Un olandese uguale, e forse forse anche un tedesco, con tutto l'amore incondizionato che ha per Bella Italia. E che dire del fatto che ogni anno il Louvre da solo ha più visitatori tutti i musei italiani messi insieme? Certo, la Gioconda è roba nostra, ma se fosse esposta a Firenze sarebbe il quadro più famoso al mondo?


Dicendo ste cose rosico pur io, anche se in realtà il loro bene equivale al mio, visto che qui ci abito. Ed è proprio così che dimostro il mio patriottismo all’italiana: sarei pronto ad andarci di mezzo di persona purché il mio vicino stia peggio di me.