lunedì 16 gennaio 2012

Gente di campagna

Nelle campagne attorno a Perth, i villaggi devono trovarsi le loro ragioni di esistere, o come minimo attirare qualche cittadino nel fine settimana. Altrimenti si rischia di scomparire, e non è un rischio remoto. Così a Kulin hanno una strada bordata da centinaia di sculture di cavalli fatte con bidoni di latta, per celebrare le “bush races”, le corse campagnole. Una ragazza del luogo mi spiega che “ci sono dei cavalli che corrono. E si beve come pazzi”.

A Hyden invece hanno una roccia a forma di onda, e un’altra che sembra la bocca di un ippopotamo.

E a quelli di Corrigin rimangono solo i cani. O meglio, c’è questa sfida campanilistica con un villaggio dello stato del Victoria, che non sembra essere degno di essere citato per nome. È una sfida da Guinness dei primati, che va in scena ogni paio d’anni quando l’uno o l’altro villaggio fa sfilare la più lunga colonna al mondo di “dogs in a ute” (cani su pickup). Corrigin detiene il record con più di 1500 pickup in fila uno dietro l’altro. Immagino che i cani restino sul cassone posteriore e non siano alla guida, perché qui alla sicurezza sulla strada ci tengono. Se uno fa un incidente, non rimuovono il veicolo, ma lo lasciano ai bordi della strada a mo’ di scultura, con tanto di cartello didascalico tipo “ho alzato il gomito sotto le feste”.

Ma torniamo ai cani, perché a Corrigin c’è un cimitero apposito. Girando fra le lapidi con nome, dedica e qualche croce, salta all’occhio come i cani siano gli unici in Australia ad avere ancora nomi umani. Magari nomi da film americano, tipo Mandy o Sherry, ma pur sempre nomi da cristiano, o quasi. No, perché per i neonati non è così, perché quelli hanno un cognome al posto del nome. Roba tipo Riley o Jackson. O Jaxon. Trasferito sul suolo a noi patrio, è come avere due figli chiamati Scognamiglio e Localabro e battezzare il cane Gianfranco.

Come so di questa moda? È perché ogni australiano maschio ha un tatuaggio. E a quanto pare, l’ultimo grido è il tatuaggio sull’avambraccio col nome del figlio e la data di nascita, così capisci subito che Lexi non è un aspirapolvere. A dire il vero ci sono due altri indizi che fanno escludere l’ipotesi aspirapolvere: uno è il fatto che nessuno si tatuerebbe addosso il nome di un elettrodomestico. L’altro è che le marche degli elettrodomestici non sono scritte in carattere da metallaro. Tranne Zoppas, of course.

Un ragazzo che dormiva nella nostra camerata a Darwin aveva un figlio che si chiamava Cooper. E pensare che gli avevo chiesto se era un fan di Alice Cooper, perché il tatuaggio era scritto come sulle copertine dei suoi dischi. Roba che se solo il pargolo quando cresce rinnega il metallo, minimo minimo il braccio glielo taglia.

lunedì 2 gennaio 2012

Uno di Padova

Sei a 400 chilometri dalla città più vicina, che è Perth, la metropoli più isolata al mondo.

Viaggi su di una strada secondaria, verso il deserto, d’estate. Visiti città fantasma dove cento anni fa i minatori italiani mangiavano polenta e cacatua in assenza di osei*.

Incontri anche paesi senza fantasmi, ma anche quelli sono vuoti perché è Capodanno e i locali sono fuggiti verso il mare.

Dopo due giorni svolti a destra e guidi per altri 50 chilometri su di una strada sterrata, lungo un lago salato in secca.

Arrivi in fondo al lago e cosa trovi?

Uno di Padova.

*Trattasi di storia vera.

martedì 27 dicembre 2011

Il libraio di Carnarvon


A Carnarvon c’è una libreria. Dall’interno, mentre cerchi di disseppellire qualcosa che ti aggradi fra cumuli di thriller di seconda mano, puoi vedere la baia e la lingua di sabbia che protegge il paese dall’Oceano Indiano.

E c’è anche un libraio che più australiano non lo trovi: ha una faccia tonda di carne con un pizzo serio e nero, due spalle grosse come clave con tatuato il nome di un bambino, una data di nascita recente e un dragone alla cinese, che spuntano dalle spalline di una canottiera tesa sopra un cofano di muscoli ad alimentazione etilica. Ti aspetti un’occhiataccia del tipo “so che sei qui per ciularmi i tascabili” e invece, come succede spesso da queste parti, il pizzo nero si apre in un sorriso che ti chiede da dove vieni, butta giù tre parole in francese, ti racconta delle sue avventure di pesca e prepara un itinerario di posti che non puoi non visitare. Se non avesse da lavorare ti stapperebbe una Carlton, o più probabilmente due o tre, mentre ti parla dei libri che ha appena letto.

Mi viene in mente Chatwin, Le vie dei sogni, il libro che ha scritto dopo aver visitato l’Australia per studiare le tradizioni degli aborigeni. Lo leggevo tempo fa, pieno di ammirazione per i personaggi incredibili che Chawin incontra. Spesso gente rude, poi lui ci parla un po’ e si scopre che sono intellettuali in borghese, come il poliziotto che passa le giornate a sollevare pesi e alla fine vuole solo discutere Spinoza.

Poi un giorno ho letto che Chatwin tendeva ad esagerare, e molti dei personaggi del libro sono caricaturali o inventati. In effetti, pensandoci bene, le descrizioni erano un po’ troppo inverosimili. Stupido io a fidarmi.

Da allora non sono più riuscito ad apprezzare il resto del libro, ma ai tempi non ero ancora in Australia. Dopo il libraio di Carnarvon e un paio di altre persone, a Chatwin non posso più dirgli nulla.

giovedì 15 dicembre 2011

Palpebre

Il sole secco e il vento che entra dal finestrino completamente abbassato mi seccano gli occhi e devo lavorare di palpebre, nonostante l’unica cosa che voglia fare sia stare immobile, tenere fermo il volante per assecondare rettilinei di chilometri e guardare strada e scenografia registrando appena.

Sto bene nei deserti. Malinconico, ma non triste, convinto ma senza inutile euforia, che una volta disillusa mi si rivolterebbe contro. Il sole è troppo caldo per eccitare la testa, la stordisce, la lascia in uno stato in cui ogni movimento significa sprecare energia. Neutrale, pareggio, X, e ci risiamo una volta ancora. Il deserto non prende posizione, e a quanto pare qualche volta ne ho bisogno anch’io.

sabato 3 dicembre 2011

Sogni e furgoni

Me lo avessero detto a sei anni, o a sedici, che un giorno mi sarei trovato a guidare un furgone camperato per le strade dell’Australia occidentale, con a fianco una ragazza che non parla la mia lingua. Ci penso mentre passo montagne a strati che sembrano viennette rosse, in direzione di Kununurra. Penso che il fatto che sia vero un po’ guasti la festa. E che mi toccherà trovarmi un nuovo sogno da realizzare, magari uno che faccia felice mia madre, per una volta.

sabato 19 novembre 2011

Katherine, NT

Alla fine mi sono convinto che “saccoapelisti” suona antiquato. Si dice “backpackers”, che con tutte quelle K suona giovane, dinamico e croccante. È che a me le K, le J, le Y e le X piacciono poco quando parlo italiano. Sul sito di Repubblica li chiamerebbero “il popolo del sacco a pelo” o “il popolo con lo zaino in spalla”, ma a questo punto mi arrendo e ricorro all’inglese.

Comunque a Katherine, Northern Territory, i backpacker li trovi al McDonald a succhiare internet gratis. In realtà la connessione non funziona mai, ma al Mcdò sono furbi e sanno che tanto la gente resta lo stesso e si connette pagando col modem a chiavetta, perché una volta che ti sei promesso un panino, la tua mente è in modalità panino e non ne esce senza violenza. E vale anche per i saccoapelisti, come me per dire, per quanto mi sforzi a non cedere.

A Katherine, “Birthplace of Cadel Evans”, non c’è niente. Neanche Cadel Evans, immagino, che per diventare campione del mondo di ciclismo non ti puoi mica allenare a 40 gradi, su strade piatte e dritte, popolate da camion con tre rimorchi e canguri, disponibili nella versione salterina e in quella spalmata su asfalto.

Quello che c’è da fare, a Katherine, è raccogliere manghi. Belli, buoni ed insidiosi, come tutta la flora e la fauna qui (sorvoliamo sul fatto che non sono endemici): quando li raccogli devi fare attenzione al sap, una linfa caustica, che se ti cade sul braccio ti scava un cratere. E anche se eviti il sap, solo toccando la frutta prima che venga lavata e trattata hai ottime possibilità di beccarti il rash, una reazione allergica che ti dipinge braccia e mani come la fronte di Gorbacioff.

Io però sono fuori pericolo, perché i manghi mi arrivano impilati su quelli che in noneso si chiamano pelez e in italiano non so. Il mio compito è legare le cassette sul pelez con quattro giri di nastro di plastica, sigillato a pressione con una staffa di metallo. Per chi lavora al negozio è solo roba fastidiosa da tagliare e buttare via. Nessuno immagina che ci sia un essere umano dietro a quel nastro di plastica nero, che ognuno dei quattro giri attorno alle cassette di cartone sia unico, con la sua storia e i suoi problemi. C’è quello che ho dovuto rifare perché il cavo si è sfrangiato, quello con due sigilli perché il primo è riuscito male, quello storto perché mentre lo facevo parlavo col ragazzo francese che mi aiuta. Ognuno di quei giri di nastro è unico e ha i suoi come-dove-quando, proprio come ognuno dei backpacker che lavorano con me ha una provenienza, una destinazione ed una modalità di trasporto, uno, più o nessun compagno di viaggio, una nazionalità e una mamma sua, che si chiama Luisa, Gudrun o Paulette, o Catherine, se sei fortunato come Lilù, così le puoi mandare la cartolina col suo nome, che è sempre cosa apprezzata.

martedì 25 ottobre 2011

Ciao Darwin

Arrivi quasi in fondo al mondo, ci rimani un paio di mesi e alla fine ti ci abitui. Così poi è strano prendere un volo che ti porta ancora più lontano e trovarci case come la tua e gente che parla inglese. In un ambiente tutt’altro che inglese. C’è un mare azzurro come il Coccolino, che sfocia in un cielo ingiallito di sole. Rocce arancioni che col blu dovrebbero fare a pugni, ma si sa, la Natura è un'artista affermata e nessuno oserebbe criticarla. In effetti devo ammettereo che il risultato è tutt’altro che malvagio.

Poi ci sono gli indigeni, quelli che sono qui da prima degli aborigeni: la prima persona che ci fissa negli occhi, appena arrivati all’ostello, è un opossum dagli occhi rossi attaccato a un tronco come una salama all’albero della cuccagna. E poi anche il parco cittadino è pieno di cosine strane, tipo alberi completamente rossi, uccelli giallorossi e lapwing, che sono gabbiani, però con il cappello del tipo baffuto di Mythbusters, solo giallo e fatto di carne. E invece dei soliti passeri, ibis bianchi e neri che ripassano il manto erboso col becco a forma di falce.

Insomma, trovare gli inglesi qui è come trovare un gruppo di schützen sull’Aspromonte. La prima cosa che salta all’occhio è tutta sta pelle bianca sotto sto sole a carbonella.

Darwin è una città grande come Faenza, che raccoglie la metà degli abitanti del Territorio del Nord, che pare sia grande quanto la Francia. Le città più vicine sono sulla costa orientale, a diverse migliaia di chilometri. Ieri, sul giornale del Territorio del Nord, la notizia del giorno era un ragazzo di 13 anni che guidava un pickup trainando un asino morto. Con tanto di foto dell’asino morto. Il punto focale era il fatto che il baldo giovine tenesse al suo fianco un fucile carico.

L’altro giorno invece c’era la storia di una donna che è sopravvissuta nel deserto bevendo il suo piscio. E poi il tizio che guidava ubriaco e nudo e ha preso a pugni un poliziotto e quello era il cocktail perfetto dei tre temi topici: macchine, risse e tanto ma tanto alcol. Il resto è tutto sport, ma niente calcio. Solo discipline di squadra con varie combinazioni di violenza per aggiudicarsi la palla. Tranne il mondiale di rugby, che non sembra essere molto popolare, a meno che non si tratti di sfidare i rivali delle isole accanto.

A Darwin abbiamo comprato un camper. In realtà è un furgone riconvertito con letti e mobilia, un Ford Econovan del 1994. Ce lo hanno venduto con dentro tutto: tavoli, chitarra, frigo portatile e fornelli da campo. Sto pomeriggio ero nel parcheggio dell’ostello che provavo a montare la tenda cantando Certe notti e fermandomi ogni tanto per pudore che qualche turista italiano mi sentisse. Anni di militanza indie snob non si cancellano facilmente.

Conteremmo di muoverci verso sud, fermandoci in qualche posto selvatico e dormendo nel furgone. Fino a Perth ci sono cinquemila chilometri, ma noi abbiamo ancora tempo, speranza e qualche soldo olandese. A Perth toccherà lavorare, ma pare che paghino bene.

Intanto ho cambiato la targa: pare che la vecchia con scritto “Nuovo Galles del Sud, verso il 2000” fosse un po’ antiquata. Invece quella nuova ha scritto “NT”, che vuol dire Northern Territory. La mia prima macchina aveva scritto “TN” (che vuol dire Trento, non Taranto o Terni), e questo potrebbe essere un segno del destino. O della mia decadenza da indie snob a nerd. Vedete voi.