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lunedì 17 agosto 2009

Essere spesso soli in mezzo a mill'altri

In questa città ci sono centinaia di cose da fare, ma non c’è mai nessuno con cui farle.

Venerdì volevo andare a vedere gli Oneida. Ma in più di un anno qui non ho ancora trovato nessuno che si interessi della musica che dico io.
Come ultima risorsa ho chiesto alla mia collega francese, che aveva lo stesso problema. Voleva andare ad un cinema all’aperto e nessuno la voleva accompagnare, soprattutto perché il film sarebbe stato in tedesco. Così è finita che per solidarietà sono andato con lei, reclutando tra l’altro alcuni altri colleghi.

Poi alla birretta dopofilm è stata lei a parlarne, di come ci si senta soli, qui, in mezzo a migliaia di persone.

In Irlanda non era così. Vivevo in una città che era uno sputo, dove nonostante la fama e il paio di eventi clù non c’era molto da fare che non fosse prettamente legato all’ambito dell’alcolismo, così si tendeva a coinvolgere ogni nuovo arrivato nelle spire della nostra grande famiglia di zingari del pub e sbevazzarcela fra di noi, se proprio era sbevazzare che si doveva.

Tempo un paio di mesi e anche Od la francese timida era alcolizzata.

Qui invece ognuno ha le sue attività. Fra i miei colleghi c’è chi suona, chi bazzica le case occupate, chi fa volontariato fra froci e froce, chi tiene famiglia e chi gira per ristoranti. Poi si scopre che nonostante tutto ognuno si sente solo a modo suo.

In questo regno sottomarino ma asciutto, tutto si svolge all’aperto. Le case stesse hanno pareti intere di vetro, senza tende, attraverso le quali è possibile godere di teneri quadretti di vita famigliare.

‘Azzo c’entra? Direte voi.

È che in questo paese grande a malapena come tre o quattro Trentini con Suttirolo annesso ci abitano una quindicina di milioni di capi di esemplare umano.

‘Azzo centra? Dirà qualcuno che la grammatica l’ha imparata sul forum della Gazzetta.

Non capisci? Ribadirò io, pur conscio della comprensibilità di tale incomprensione. Tutti questi capi umani, per convivere, devono scendere a compromessi. Il compromesso è che ognuno svolge le sue funzioni proprie e private in pubblico, mentre chi gli sta attorno si impegna a far finta che non esista. Un po' come in quel film di Lars da Treviri, Dogville, dove i contorni delle case sono disegnati sul terreno, ma tutti si comportano come se fossero reali. Film che peraltro non sono mai riuscito a sforzarmi a guardare, dopo essere stato sottoposto ad un breve sunto della trama.

In pratica qui ognuno si fa i fatti suoi. Non per timidezza o riservatezza, ma per convenzione sociale.

Il mio amico Davide usa lo stile capitolino per attaccar discorso con la gente. Finisce ogni volta che le tipe pensano che ce stia a provà.

E i tipi fors’anche. In una paese dove l’omosessualità non ha nulla di strano, parlare ad uno sconosciuto lascia trasparire il desiderio di imbarcarsi insieme verso lidi sconosciuti a bordo di una nave con coperte e lenzuola.

Ma questa, signori miei, altro non è che l’esplicazione canonica della situazione. Quella che accontenta tutti anche quando nessuno ci crede davvero. Io mica ci credo, eh. Credo che la verità sia un’altra, anzi, forse un paio di altre.

Prima di tutto trattasi di grande città, popolata dai temibili (grandi) zitadini, gente che se favellasse l’italico idioma ripeterebbe spesso e con convinzione “cioè” e anche “voglio dì”. Gente che, noi valligiani lo sappiamo, se gli muori davanti non viene certo a disturbare la tua eterna quiete.
Quindi, un po’ è il vostro ragazzo di valle che si deve adattare.

Ma non del tutto. La lista di chi lamenta solitudine presso il vostro umile sputasentenze annovera membri provenienti da luoghi affatto circoscritti, quali le capitali delle repubbliche italiana e francese. Quindi non uscitemi ogni volta con questa storia del ragazzo di campagna, perché da un po’ avrebbe anche rotto.

E se trovate qualcuno che voglia venire a vedere lo zoo con me ditemelo. Pare che per i zitadini sia da sfigati interessarsi di bestie che non facciano le fusa o lecchino la faccia del padroncino.

E comunque occhio, che l’entrata costa diciassette euri. Meglio che ve lo dica subito.

domenica 9 agosto 2009

Vorrei leggere come magno

Nel centro di Amsterdàm c’è piazza Spui e a volte ci sono io che faccio il giro delle librerie.

Allo Spui c’è l’American Bookshop, con quattro piani di libri fotografici, riviste, tutte le guide turistiche esistenti, una parete intera di romanzi da mezzi pubblici e un piano di narrativa in edizione tascabile, tascabile ma nobile.
All’altro angolo c’è la concorrenza, che è Waterstone, libreria inglese, con saggi, sport, viaggi, rosa, design e lo stanzone panoramico con poltroncine per sfogliare le Taschen nell’ambientino che fa per loro.
Là di fronte, alla libreria universitaria, offrono saggi molto specialistici, che ti fanno venir voglia di essere ogni volta architetto, politologo, sociologo. Il tutto in un palazzino in stile De Stijl.

Le giro tutte e non compro niente. Appunti mentali e torno a casa. Con internet non si compete.

Fare il giro delle librerie è come levarsi di torno per un po’, trovare spunti, scoprire argomenti che non sapevi che ti interessassero, ti capita in mano il sapore del tuo prossimo mese, esci da te stesso per una mezz’oretta. Insomma, tutta roba che altri ottengono facendo yoga o buttando giù sostanze poco biologiche. È una cosa che ho imparato su in Irlanda, le domeniche grigionere a rifugiarmi da Charlie Byrne’s, che a volte uno crede sia stato concepito all’uopo.

Questi spunti sono meccanismi che si innestano per caso, secondo criteri censurabili, perché di solito i libri che capitano in mano sono quelli con le copertine più belle, e secondo percorsi ricorrenti, viaggi-saggi-sport-romanzi solo T, ché a forza di cercare Theroux e Thompson, quelli li conosco tutti e gli altri molto meno.

Ma la cosa che mi blocca è l’anglocentrismo. In tutti questi negozi la maggior parte dei libri in vendita sono in inglese e mentre entrando in una libreria italiana si trovano traduzioni di ogni genere, nel regno anglosassone vige l’autarchia. Librerie grandi il doppio delle Feltrinelli più monumentali, dove quasi tutto è opera di gente che parla inglese.

E qui vale il principio dello sciroppo Fabbri, che se lo allunghi troppo poi non sa più di niente.

Nella saggistica il dominio anglofono è assoluto. Fra la narrativa si trovano un paio di eccezioni. Gli autori italiani di solito sono Eco, i Wu Ming/Luther Blissett, che sono diventati popolari in Inghilterra come curiosità da trasmissioni sportive, un Saviano sempre in offerta, il Milione e il Decamerone. Manco Primo Levi.

Così l’altro giorno ho fatto una lista degli spunti e mi sono accorto di quanto le mie frequentazioni domenicali stessero anglificando il mio panorama. T.C. Boyle, Philip Roth, Eggers, Salinger, un Fante digerito male, Franzen, Redmond O’Hanlon, Hornby che è come un ragazzino che guarda Friends ma è sempre divertente da leggere, Coe, Zadie Smith, Kureishi, Safran Foer.

Parlando di musica, ho sempre teorizzato che il predominio angloamericano derivi dalla lingua. Le scimmie artiche e gli Oasis ci sono in tutto il mondo. E chi ha detto che la versione inglese sia la migliore? E allora capace che convenga allargare la banda e andare ad ascoltare un po’ da un'altra parte.

Lo dico perché ho come l’impressione che il discorso valga anche per i libri.

Ora, siccome nelle intenzioni sarei un uomo di azione e siccome culturalmente tifo Europa, starei cercando di leggere meno inglese.

È che è dura. L’altro giorno mi sono sfogliato il sito della Minimum Fax e ho scoperto che anche là è tutto angloamericano. In italiano, ma è angloamericano.

E allora la ricerca continua, accetto consigli, basta che nessuno muoia di morte innaturale e non ci siano di mezzo assassini e commissari. Intanto il prossimo mi sa che parlerà ancora inglese.

giovedì 6 agosto 2009

Cicli di cicli

…maggio, giugno, luglio, agosto, fra una settimana fanno quindici mesi qui in questa terra che è a pari livello con pesci e delfini.
E finché la matematica resta un’opinione ben sostenuta, quindici diviso tre fa cinque.

Cinque non è un numero magico, non ha le implicazioni religiose del sette o l’onnipresenza del tre. Al massimo gli si concede la virtù di essere tollerato dai precisini che amano le cifre tonde.
Comunque questo particolare cinque è il numero medio di mesi di sopravvivenza di una bicicletta di proprietà del vostro scribacchino in questo paese così quassù, così quaggiù.

Tre biciclette in un anno e un quarto dunque. E le ho amate tutte.
La prima era una Batavus Torino verde e viola. Cinque cambi, linea anni ’80, comprata al mercatino di Waterlooplein in un giorno piovoso di fine maggio, con il venditore isterico per la pioggia e per la mia indecisione. Perché scegliere una bicicletta non è mica facile, quando ti sembrano tutte uguali. Per fortuna che c'è K che ne conosce i punti critici.
Che poi uno dice “mercato” e pensa a roba da bancarella, e se sono biciclette, allora sono rubate. Qui invece no, i mezzi sono raccolti dai noleggi e sono grossi calibri dai capelli appena appena ingrigiti. Il mio Batavio era un George Clooney bello ed elegante nonostante l’età leggermente avanzata.

Mi era diventato fedele, docile ai miei comandi, nonostante la ruota giusto un po’ storta, lo facevo trottare verso l’ufficio, pensando a come trasformare la scritta “Torino” in “Trentino”. Era una bicicletta di campagna, non ha retto la città. Il 17 ottobre pioveva, ero stato in centro a vedere Heavy Metal in Baghdad, che è un documentario su sti ragazzi iracheni che suonano in un gruppo peso, sulla ciclabile è arrivato uno con un motorino dalla targa blu, di quelli che sono autorizzati a girare sulle ciclabili a patto che tengano una velocità decente, si è spaventato, ha inchiodato, ho inchiodato anch'io, lo ho visto al rallentatore, cadere, poi scivolare a terra per dieci metri per fermarsi solo contro la mia ruota posteriore. Bilancio: nessun ferito, ma la ruota posteriore del Batavio da buttare.

È andata bene, ridendo trascino il biciclope ad una sola ruota fino a casa, una cosa come tre o quattro chilometri e poi vado a dormire pensando solo a sostituire la ruota.

Il giorno successivo giro una mano e qualche dito di negozi e tutti mi dicono che è un modello particolare e cambiare la ruota mi costa più del valore della bestia.

Bestemmio, mentre Dio pensa “Sai che novità”.

Comincio subito a cercare mezzi di seconda mano su internet. Uno mi porta a casa di uno di quelli che qui come in America chiamano gianchi. La bestia che mi propone si tiene a malapena su due ruote, è chiaramente rubata e se c’è una cosa che l’etica impone in questo fondale idrorepellente è “mai comprare biciclette rubate”.

Per un rampichino blu giro di bus in bus nel freddo di novembre. Lo vedo, lo provo, lo compro. Appena parto mi accorgo che è troppo piccolo per me. Lo uso lo stesso, ridicolo sulla mia bici palmare blu, che sembra la biemmeicchese dei ragazzini delle culture di strada, dopo una settimana si spegne la luce, poi la ruota posteriore mi cade in depressione e non c'è più verso di sollevarla. La ruggine arriva nell’arco di due settimane, nonostante il telo protettivo, e la palmare pedala da sola sul viale del tramonto.

Allora torno al mercato, dallo stesso personaggio, stavolta felice e disponibile, sarà il tempo. Sempre con il prezioso consiglio di K, allargandomi un po’ compro una meravigliosa Sparta verde scuro, che fila dieci volte meglio del Batavio e diventa presto la mia beniamina.
In sette mesi di vita, neanche una foratura.
Poi due settimane fa si incanta il cambio. L’eroica creatura sopravvive ancora un ritorno a casa dal centro e un’andata verso il lavoro, per poi cedere miserandamente sulla via del ritorno.

A Chiesavecchia, il villaggio dove lavoro, ci sono due negozi di biciclette. Uno è il temuto De Haan, in pieno centro, dieci metri dall’ufficio e prezzi degni del paesino di ricconi dove risiede, fra anziani matti e pittoreschi e giocatori dell’Ajax.

L’altro è Bas, che vive defilato e aggiusta biciclette per sportivi di livello vario. È uno che parla poco, ma è anche un ragazzo onesto. Un ragazzo onesto che è appena partito per tre settimane di ferie.

Bestemmio, e gli dei mi canzonano.

Porto la Sparta a De Haan, dove mi dicono che riparare la fedelissima mi costerà 120, mentre per riprendermela intonsa ne bastano 11 e cinquanta.
Pago 11, 50 e bestemmio. Gli dei continuano la mano di briscola.

E ora, dopo una settimana di bus mi attendono altri 15 giorni senza ciclo, roba che se fossi una ragazza, beh, la battuta fatela voi. Ritardi, deviazioni, biglietti, per chi gira in bus, sono cose da mettere in conto. Ma uno che è abituato ad essere il tassista di se stesso, uno che di pedivella, in centro ci arriva in mezz'ora, partendo quando vuole, andando dove vuole, libero, a queste cose non ci è più abituato. La bicicletta è il sogno americano del pendolare.

Anche perché qui si dà per scontato che uno abbia un paio di pedali sempre sottomano. Capita infatti che intorno a mezzanotte del venerdì uno proponga di andare dall’altra parte del centro a prendere una birra. Senza pedali non si fa. E poi va bene, ti caricano sul mezzo di un altro, rischi l’osso del collo almeno un paio di volte, fai partire raggi che manco i denti di chi si prende i pugni nei cartoni animati, ma alla fine ci arrivi, in centro. Poi però, dopo quella birra devi andare a caccia del 357 notturno, che per modici 3,50 ti concede un giro panoramico della periferia della durata di ore una, per poi lasciarti a un chilometro da casa.

Ed è bene che sia così scomodo, perché altrimenti uno, dopo essersi giocato sei ruote in un anno, avrebbe quasi voglia di lasciar perdere ed evitare ogni mezzo con meno di tre ruote alla volta.

Una domanda però resta: perché tutti i rampichini che ho avuto in Italia sono sempre durati decenni e queste utilitarie a pedali dopo pochi mesi si spaccano?
Forse perché, come si evince dal massiccio uso di componenti da sfigati quali copriruota, campanello e fanali, qui la bici non è sport, ma un mezzo di trasporto e pedalando con la fedele protesi musicale conficcata nelle orecchie i chilometri si macinano che è una meraviglia. Devo averne fatti, qui, in un anno, il triplo che in tutto il resto della mia vita, senza sentirli.

Ma non è valido. Sul piano son buoni tutti.

venerdì 12 giugno 2009

Chilometri di fabbriche e campi

Sarà pittoresco, sarà sfiga. Per me più la seconda. Oggi ho beccato due ponti alzati. E non lo dico con l’aria altezzosa del consumato viandante, ma con quella atletica dall’inguine in giù di uno che da quando ha traslocato si trova a passare più tempo sul sellino che su Facebook.

I ponti alzati sono belli. La chiatta che ci passa sotto è romantica. Ma la mattina alle nove e qualcosa devo essere in ufficio e la cosa più romantica che sono in grado di concepire lungo il tragitto è la barbetta caprina del mio omonimo collega, che sembra la paletta di un contrabbasso. Quindi la selva di bici incodate non è un interessante assembramento di destini paralleli, ma un tappo per la ciclabile. Della chiatta non mi saltano all’occhio i fiori alle finestre come un davanzale tirolese, ma all’orecchio l’assonanza con “chiappa”, e l’omino in uniforme che sorveglia il ponte dalla cabina di direzione non è un bonario marinaio d’altri tempi, ma la versione mallavàta del cpt. Findus.

A parte questo, sono ancora nella fase nella quale uni il paesaggio lungo il nuovo percorso in bici se lo gode. C’è tanta bella roba nuova da vedere, i primi giorni. Poi l’abitudine, la ruttìn (i francesi scrivono tchao, e io col cazzo che scrivo routine) e più tardi la noia di rivedere esattamente le stesse cose ogni giorno, il graffito sotto il cavalcavia che ora mi pare originale, mediterò di ricoprirlo di pece e piume, il ponticello rialzato tanto romantico mi verrà voglia di livellarlo per risparmiarmi quei due metri di salita e l’airone di gesso fuori dalla casa delle fate molto ignoranti (almeno a giudicare dalla chincaglieria in mostra), beh, quello non so proprio come lo vorrò trattare, ma probabilmente in modo scortese, sia chiaro fin da subito.

È un altro percorso agroindustriale, quello che mi schiaffa nel mio ufficio nel centro di Chiesavecchia sull’Amstel, una specie di tris di primi del paesaggio nederlandese. Un tracciato misto con placidi centri abitati nel verde con le loro brave Basilikumweg e centri industriali fatti di Kosmonautenstraat. Poi rimane un pezzo del vecchio tratto lungo l’Amstel, dall’altra parte del fiume stavolta, quella selvaggia, con le strade ruvide di asfalto smangiato e le barche ormeggiate dei pensionati di quassù, sempre in coppia, come lumache siamesi che aspettano il sole per uscire e piazzare il tavolino da pic-nic sui due metri due di strada fra la riva e lo stradone.
Sulla stessa riva sulla quale ieri ho visto un airone e un cormorano, a meno di un metro l’uno dall’altro, meno di due da me, posati su di una trave di legno sdraiata. E i soliti due svassi in amore, sempre in amore sti svassi, ma stavolta davvero a pochi metri da un potenziale obiettivo. E la macchina fotografica la porto sempre solo quando non serve.

La porto per fotografare i camion lungo quei duecento metri di zona industriale che attraverso. C’è un rimorchio da autotreno dipinto a mano con motivi esoterici egizi e la scritta “agape”. Dietro c’è scritto “Humanitarian transport – Romania - Holland”. Interessante. Dietro al rimorchio un furgone da film storico, con le fiancate di legno e dietro ancora uno strano camion anfibio. Una specie di mostra estemporanea di automezzi assortiti, solo che al momento di fermarmi e scattare la foto non ho voglia di frenare e vado avanti senza foto.

La porto per fotografare la pozza dello svincolo. C’è questa autostrada, che attraverso su di un ponte sopraelevato, dal quale si scende da una specie di svincolo ciclistico circolare, in mezzo al quale c’è uno stagno che neanche nelle pubblicità dell’Irlanda. Acqua blu di Prussia, erba alta, canne e ninfee. In mezzo ai pagafrati (it: giunchi) vive un cigno che ha fatto un nido in questo ambiente ancora incontaminato, ma circondato di viabilità massificata. E io ho provato a fotografarlo, sto stagno, ma non ho ancora trovato un’inquadratura che gli renda giustizia. Se inquadro la strada sembra una noiosissima pozza di città, se non la inquadro diventa il solito stagno da incantesimo, che se l’otturatore schioccasse nel momento in cui dall’acqua esce una mano di donna che impugna una spada ci potrei fare la copertina di un romanzo fantasy. Non riesco ad unire natura e carreggiata, ma un po’ è anche perché, ancora, non mi va di fermarmi nel mezzo della discesa e rovinare l’ebbrezza della rincorsa. Lo ammetto, manco di devozione alla causa.

La parte lungo l’autostrada è la più selvaggia. Basta non guardare la strada e il resto sono campi. Campi incolti, con fiori dal gambo peloso, piante d’anice e dappertutto erba alta due metri, che sembra di pedalare nei campi come il bambino di Io non ho paura. E poi sulla strada incassata fra le pareti d’erba mi aspetta sempre un airone che vola via a fatica solo quando ormai sto per investirlo, o le mie amiche folaghe, che al momento sono indaffarate a tirar su la prole, questi polli grigio temporale con la pancia bianca, così arruffati da sembrare più grandi dei genitori.

Credo che conserverò per un po’ l’immagine idilliaca con me che pedalo sull’asfalto ruvido, con le nuvole nere, l’acqua blu di Prussia e l'erba alta due metri, né troppo caldo, né troppo freddo, almeno qualora intabarrato e incanottierato, che ascolto musica intonata alla situazione meteorologica satinata. Seria, ma serena.

L’epilogo piacerebbe a Gianni Mura, è un tratto in pavè, anzi, in mattoni disposti a spina di pesce, una curva parabolica in leggera pendenza, che per intercessione di qualche santo è discesa quando sembra salita e discesa anche quando sembra discesa, chiusa fra casette di mattoni bruno-viola che trapassi da parte a parte se guardi dentro la finestra e alberi che la coprono con i rami, che a uno gli viene quasi da pensare di essere ad una corsa di altri tempi, tipo la Parigi – Rubè, visto il pavè. Il telaio ruotato che rimbalza sui mattoni mi fa intonare zazzarazzà, zazzarazzà, zazzarazzara zarà zazzà.

martedì 19 maggio 2009

Hè hè

La finestra è la mia, ma Bunny non sono io, mi raccomando, che ci tengo.
Bunny è Baldovino, detto Baldo, il coinquilino olandese che mi ha accompagnato per un anno destinato a terminare fra un paio di settimane.
Strano vederlo chiamare così, l’unico coniglietto che riesco ad associargli è il Tenerone. Al massimo quello di Donnie Darko, ma sono due accostramenti ingenerosi, uno troppo ridicolo e l’altro troppo dark.
Lui è Bunny come può esserlo uno che fa il fotografo e l’artista in generale e gioca a rugby in serie A (olandese). Uno alto due metri con un fisico da sabato fascista e una facciona buona, simpatica e facciosa, con uno spazio di qualche millimetro fra gli incisivi superiori che lo fa sembrare un comico da bei tempi andati.
Insomma, un coniglione di una discreta stazza.
Ma andiamo con ordine. Devo avergli portato fortuna in un coso che ho scritto un paio di mesi fa (il collegamento non ve lo metto, ché è uno dei peggio cosi che abbia mai scritto), dove descrivevo il suo rituale di corteggiamento, augurandogli che quella fosse la volta buona.
È stata la volta buona, poraccio, si è trovato sta ragazza portoghese, anche lei artistomane, che ha riempito la casa di statuette africane e manufatti di varia manifattura. Una tipa simpatica e intelligente, che ha conosciuto Baldo facendogli da modella per una sessione fotografica. Alché vi chiederete: “nuda?” E a me che non volevo toccare l’argomento toccherà fare svogliatamente cenno di sì.
Perché parlo di Baldo, oltre che per farmi i cacacci suoi? Perché Baldo ha due gatti. Quasi. Più che altro perché Baldo fa “hè hè”.
Ordine di nuovo. I gatti per primi, uno nero con la pancia e le zampe bianche, l’altro identico, tranne per il nero, che diventa viola come il vino in virtù di sapienti mescole di sfumature arancio, nere e brune.
Baldo, che in fin dei conti è un vero Bunny, vuole un gran bene ai suoi gattoni e gli si rivolge con frequenti “hè hè”.
Di questo “hè hè” se ne parlava con il mio collega italiano, dice che è la tipica interiezione della gente di questa mirabile città, da proferire nei contesti più vari, evidentemente quando ci si rivolge agli animali, ma soprattutto quando non si sa cosa dire.
Il fatto è che ha un suono ridicolo. Si pronuncia in due sospiri, distanziati da una pausa in tempo dispari, che conferisce dinamicità, allungando le “è” e alzando la voce quando le si pronuncia. Sembra il verso di qualche uccello di grandi dimensioni. Forse un airone, ma più probabilmente qualcosa di più sgraziato, tipo un tarabuso o un marabù.
“Ed è già ossessione”, come scriverebbero sul sito dei maggiori quotidiani italiani. Non riesco più a smettere di dire “hè hè”. I miei colleghi e K mi hanno già imposto il silenzio, ma la condanna a non parlare non fa che inasprire il desìo di proferir le bramate parole proibite. Appena sento silenzio, mi viene in mente “hè hè” e faccio una cagna immane a trattenermi.
Così capita che mi sfoghi quando sono completamente solo, ma non capita spesso. Ultimamente succede anche a casa, in presenza di Baldo. Chissà che ne pensa lui, se crede sia normale che un italico giovine proferisca le fatal parole o se si senta un ciccinino preso per il didietro.
Stasera comunque torno in Italia e sono arrivato al punto di attendere con ansia l’evento per poter finalmente dire “hè hè” senza che qualcuno reagisca violentemente. Almeno per le prime ore.

lunedì 4 maggio 2009

Baciami sull'elmo di Scipio

Qual’è il popolo più nazionalista d’Europa? Tutti insieme: “i franceeeesi”.
Ebbene, a girare per il centro di Amsterdam lo scorso weekend invece si sarebbe detto che semo noantri.
Era tutto un baluginio di scritte “Italia”, stemmi della nazionale e roba azzurra, bianca, rossa e verde. È che all’estero il vero italiano ci va con la tuta della nazionale. Più del francese, poco più dell’irlandese, più addirittura dell’inglese, che alla patria preferisce il club locale. La disegnano apposta per il gusto italiano, la tuta della nazionale, bianca con scritte e rifiniture in color oro. In alternativa, l’italiano può scegliere di indossare la felpona della Kappa, di quelle con il nome delle città scritto a caratteri cubitali a mo’ di sponsor, diviso a metà dalla cerniera. E ne vorrei una con scritto il nome di qualche paesino delle valli del Noce, che hanno tutti nomi meravigliosi (TERZ|OLAS, VER|VÒ, SFR|UZ), ma questo forse non c’entra più di tanto.

Pensandoci bene non è che l’italiano sia tutto sto gran patriota, gli piace ridere dei suoi difetti e non si sente superiore a nessuno che provenga da un paese con un reddito medio pro capite più alto del suo, più che altro l’italiano ci tiene a mostrare che è italiano. Ma perché? Come direbbero i francesi, “mais pour tromber, ça va sans dire!”

Questa tesi è avvalorata dalla constatazione che, con un po’ di attenzione ci si accorge che quelli che si adornano del tricolore sono sempre in comitive di soli maschi, che pasturano come buoi dalla carne ancora tenera, facendo sentire la loro voce profonda e la loro mascalzonità latina.
Le coppie e le famiglie non lo fanno. Di solito si aggirano educatamente per musei e ristoranti e spesso cercano addirittura di parlare piano.

Macchissenefrega. Quello che interessa a noi ggiovani in questa sede è sapere se è veramente più facile trombare qualora in possesso di nazionalità italiana legalmente certificata (*fanno eccezione brasiliani e argentini dotati di passaporto).

L’esperienza (di straniero, non di trombeur de femmes) dice che a volte è vero, altre è vero il contrario.

Che è vero lo dimostra quel tipo che ho incontrato a Göteborg, che girava con la maglietta di Del Piero. Quando gli ho chiesto se era italiano mi ha detto “sì, ciao, grazie, bello”. Dopo aver richiesto la perizia psichiatrica mi sono reso conto che si stava fingendo italiano per catturare l’attenzione delle damigelle.
E poi mi ero riproposto di non parlare di esperienze personali, ma non riesco a non citare una tipa che ho frequentato in Erasmus, che mi chiamava “mein Italiener”, “il mio italiano”, come se la mia presenza nella sua vita fosse perfettamente compatibile con quella contemporanea di un francese, un inglese e un tedesco. Tanto le barzellette insegnano che comunque vinciamo sempre noi.

Ma come si diceva, è vero anche il contrario. Tante sono le signorine che appena dichiari di condividere il suolo natio con Dante, Petrarca e Gattuso ti guardano con sospetto, come se intuissero in te il senso del dovere che ti impone di provare ad entrare nelle loro grazie. Il fatto che gli rivolgi la parola è già evidenza di reato.

Che poi queste pensano che gli italiani siano dei gran bastardi con le donne. Invece quelli che conosco dall’estero sono dei maniaci sentimentali in cerca della donna da sposare, che ci provano con più di una contemporaneamente solo per zelo nella ricerca di quella giusta.

Comunque io avevo una teoria, che poi la signorina Nina Cantina (come si dice “cantina” in tedesco?), proveniente dalla Città degli Uomini (questa è più difficile: Mannheim), ha confermato senza che io le esponessi le mie idee per primo: gli italiani piacciono per le avventure, ma non ispirano per rapporti duraturi. Sono la variante umana dell’Italia: ottima per andarci in ferie, ma troppo faticoso vivere fra mafie e treni che non arrivano in orario neanche ora che c’è Lui.

sabato 2 maggio 2009

Dio cosi la regina

Giovedì ho scoperto che la regina di sto posto qui si chiama Beatrix, in italiano Beatrice. Beatrice d’Arancio, perché se vuoi essere coerente, oltre al nome mi devi tradurre anche il cognome.
Fino a ieri credevo che si chamasse Margherita, beata ignoranza. È che qui con i reali non la smenano più di tanto. Non come in Italia, dove il re lo si nomina almeno ogni domenica, ma spesso anche più spesso.
E comunque della regina anche alla sua festa se ne parla molto poco. In realtà l’intera giornata è solo una scusa per vestirsi di arancione, che è poi come se i fan di Vasco e i tifosi di Valentino andassero a concerti e gran premi bardati di rosso. Il risultato è una tinta unita che neanche al carnevale di Ivrea. Chissà che effetto, facendo le fotografie per le mappe di Google proprio il 30 di aprile.

Comunque avrei detto che sarebbe stata una di quelle feste nordeuropee dove l'obiettivo principale è sbronzarsi e fare cose estreme tipo pisciare per strada o importunare le damigelle, ma no, niente St. Pat’s, niente carnevale di Colonia, niente Midsommer. Bar vuoti e tutti in giro per vicoli. Le lattine di birra per strada ci sono, tutte verdi, che con l’arancione è anche bello da vedere, tutte Heineken e tutte raccolte ordinatamente attorno ai cestini già colmi. A quanto pare, passando la giornata a camminare, l’alcol lo si smaltisce.

La vera tradizione per celebrare il colore più amato d’Olanda sembra essere quella di vendere roba per strada. La sera del via alle danze, ponti e marciapiedi erano pieni di spazi delimitati con il nastro isolante con scritto “bezet”, sempre con il nastro isolante, che in olandese vuol dire “occupato”. Il giorno dopo i bezet erano per l’appunto occupati, con gente che vendeva roba, probabilmente quella comprata l’anno prima nello stesso posto. Libri vecchi a 50 centesimi, birra al prezzo di cinque libri, succhi di frutta, un tavolino per le candele votive preso da una chiesa, che siamo stati sul punto di comprare per dieci euro. Comunque niente (quasi) hot dog-pizze-kebab e professionisti del catering su ruote. Qualcuno vende l'invendibile, carezze al cane (€0,50), infusioni di autostima da parte di una ragazza a scelta (€1), un tipo su un ponte si è inventato un gioco che consiste nel tagliare al volo una carota che scende ad alta velocità dal camino ricurvo di una stufa. Quando un ragazzo, probabilmente non abituato a perdere, ha lanciato la mannaia adibita all’uopo nel canale, è bastato comprare un set di coltelli dalla ragazza del bezet confinante, senza neanche insultare più di tanto il colpevole del misfatto, che dopo aver rischiato di mutilare l’occupante di qualche barca di passaggio ha scambiato un paio di parole in tono pacato con il direttore della bisca e se ne è andato felice di aver vendicato la malasorte.

Pochi venditori di musica dal vivo, nessun nipote dei fiori con chitarra o bongo, solo un gruppo di dodicenni con chitarra-basso-batteria più grandi di loro. Si presentano pieni di energia. Davanti a loro una cinquantina di persone. Fanno attendere il loro pubblico da brave rockstelle, finalmente cominciano, lanciatissimi. Puff. Questi giovani d’oggi, abituati ad avere tutto senza farsi un minimo di mazzo, i genitori non gli hanno insegnato che prima di esibirsi uno dovrebbe imparare a suonare.

Almeno hanno avuto le palle di farlo. Una cosa che invidio al Nordeuropa è questa capacità di organizzarsi in massa, senza discorsi del sindaco, finanziamenti pubblici e sponsor. Nel Jordaan nessun campione gratuito vietata la vendita, zero volantini, cartelloni, gadget arancioni marchiati o bancarelle sponsorizzate, se si eccettua lo strano monopolio dei beveraggi da parte della Heineken. Nella parte turistica del centro, fra la Spuistraat e il quartiere a luci rosse, invece i furgoncini dei souvenir arancioni c’erano, misti a venditori di magliette del Che e di Bob Marley, salsicce e patatine, foglie di maria, roba tibetana, celtica, tribbbale. Basta evitare.

L’unico problema è uno tipicamente olandese: la musica. L’Olanda è la partria della techno. A Rotterdam sono nati i gabber e la tradizione che in altri paesi si è felicemente estinta lasciando dietro di sé solo qualche traccia fosforescente, qui è rimasta ben salda. Non solo, ma si è sentita anche molta della peggiore musica da discoteca degli anni ’90, quella che andava forte nei paesi di campagna dieci anni fa e ormai la gente ha buttato via i dischi, perché trattasi di merce deperibile. Roba che dice “move your body” o “everybody dance”. Qui è inglobata nel concetto di techno e non mi stupirei se se la sparassero anche ai rave.
Ma gli olandesi non amano solo l’unz unz unz. C’è anche questa musica popolare che è presa pari pari da quella tedesca, per la quale se non sbaglio è stato coniato il temine “kitsch”, solo cantata in olandese, il che non può che peggiorare il risultato, con le S che scivolano e le R che sono U.

Ma forse è stato tutto solo un sogno. Il giorno dopo sul Corriere si diceva che la celebrazione è stata annullata dopo che un pazzo si è lanciato contro il bus della regina ad Apeldoorn.
O forse hanno annullato le celebrazioni ufficiali e le bevute. Così si spiega la spontaneità della cosa e il basso tasso alcolico. Altri hanno spiegazioni diverse. Pare che nei primi anni duemila ci siano stati scontri nei canali, arrembaggi e barche affondate. E qui, dove la giustizia non conosce ricorsi al TAR, se la polizia fa segno che ancora una volta e salta tutto, la gente si dà una calmata.

Ora, io lo so che fa figo dire che questo rispetto delle norme tutto nordeuropeo è noioso e privo di fantasia, ma qui tutti gli italiani che conosco se lo tengono molto volentieri, quello che alcuni chiamano “giustizialismo”.

martedì 28 aprile 2009

gente e anche musica

Fra le novità di oggi, un ragazzo dai capelli a tubo seduto con chitarra sulla panchina di Chiesavecchia sull’Amstel, ispirato da canoe di caratura variabile e quel mulino che nasconde stadio e megastòr. In un posto del genere, non può che comporre un idillio arcadico.
Un cigno da metro cubo immobile in mezzo all’Oranjebaan di Amstelveen, ad insediare la corsia del bus. Mi sono fermato a guardarlo e non si è mosso di una palmatissima spanna. Poi è passato il 300 snodato, costretto a strisciargli intorno come un serpente riverente. Alla fine sono andato a lavorare, perché la bestia nella sua immobilità non garantiva il flusso di eventi al quale i media ci hanno abituati, ma dovrebbe essere ancora là. Ah, e poi hanno coperto il Klein Kalfje di palloncini. Una trattoria mitteleuropea affogata di bolle bianche e viola-milka, con altre color dei lillà a disegnare un fiocco. Roba da fiction televisiva.

E questo era l’angolo arcadico del lunedì, ma il fine settimana per una volta è stato invero mondano. Sabato ad esempio c’era sto concerto, anche se il primo gruppo era talmente normale che mi sono messo a guardarela gente intorno a me. Una tipa magrissima che tipo Kate Muschio, ma con lo sbiancante in testa, con addosso un poncho fatto a mano del colore dell’imbottitura del divano. La solita coppia lesbica, una con le scarpe del commissario Basettoni, ma con su lo Union Giacomo. Non è tanto l’unione, né il Giacomo, è che il rosso e il blu piacciono a grandi e piccini. Un’altra coppia, etero, sui tardi quaranta, lei abbigliata come una coetanea inglese, vestito lungo verde a fioroni bianchi e rosa, occhiali rossi bislunghi. Roba che ti chiedi se il batterista si è trascinato dietro la famiglia, finché non vedi i due anelli conficcati sul lato della narice destra. Il moroso di questa sembra un messicano da film americani, coi baffoni e la pettinatura india, piuttosto preso dal sacro fuoco rocchenrolloso, lui. Poi esco a fumarmi dell'aria fresca e ci sono sti due ceri oblunghi e in nero, coordinati dal centro da una candela sciolta e bianca, che parlano una lingua che può essere albanese o rom, ma in versione orecchiabile, soprattutto dopo i venti minuti del secondo gruppo, sti tre ragazzi che battono sintetizzatori e drammascìn facendo il verso ai leoni marini quando cantano i Sigur Ròs. Il tutto con un tipo tracagnotto vestito da rapper sobrio che copre la musica urlando al gruppo di pompare. Roba tipo chiedere il bis al parroco dopo un funerale.
E poi dal bar di fianco esce in strada la cantante dell’ultimo gruppo, uno spettacolo in sé, giapponese, ciglia extralunghe, cerata rigida semitrasparente satinata tipo abat-jour con una lampadina fatta da bichini e fusò arancio fosforescente. Quasi più una medusa che un’abat-jour. La candela le chiede qualcosa, lei le dice che non capisce come lo dicono i giapponesi, montando una faccia da cielo mio marito e salta nel locale e direttamente sul palco, dove si unisce ai sui chitarristi ungheresi. Immagina un tipo vestito da calciatore degli anni Settanta, tipo Socrates stempiato e un altro con le braghe alla zuava, i calzettoni lunghi bianchi e le Converse. Intenti a suonare sti riff in stile surf simpatici come le loro facce, ma con il suono di una rondella di ferro che si fa tutta la tromba di una scalinata d’emergenza, quando arriva la giapponese e attacca a cantare come ti aspetti che canti una giapponese, ma più Deerhoof che Testarossa Bionda. Chissà se a tutti i giapponesi piace la musica confusa, perché a uno a un certo punto gli viene da credere di sì.
Comunque si chiamano Agaskodo Teliverek, non comprate il disco, ché non rende, ma andate pure a vederveli se capita.

lunedì 20 aprile 2009

Varie ed eventuali in giro per il centro

Solito giro per la mia personale Venezia del Nord e trovo la risposta a uno dei grandi quesiti esistenziali. Che fine fanno i pandori e i torroni che non vengono venduti durante le feste? E la risposta è che finiscono allo Xenos.
Lo Xenos in Olanda (ma anche in Frisia, Limburgo, Gheldria e tutti gli altri paesi bassi) è culto ed è una catena di negozi dove trovi tutte quelle piccole cose che quando ti servono non sai mai dove trovarle. L’olandese è fortunato, perché c’ha lo Xenos e pure l’Hema, che ne è il cugino boro. Ci trovi roba da tutto a mille lire, tipo la molletta di metallo con i due filtri per metterci il tè sfuso, contenitori di ogni genere e tazze, ma anche roba da più di mille lire, scopini per il cesso e zerbini, roba “divertente”, come la carta igienica con sopra gli euri e cibo assortito. Caramelle al ginseng bonificato, che sono caramelle con dentro pezzi di ginseng, succo all’aloe vera con pezzi di aloe per farti vedere che è appunto vera, bastoncini di liquirizia, senza i quali non sarei più in grado di lavorare, falso wasabi, che in realtà è rafano, ma visto che il sapore è lo stesso, tanto vale comprarlo, e la meglio roba italiana in città.
Ho sparso la voce fra i connazionali e ho anche scoperto di non essere l’unico che si compra la piada, gli gnocchi del Pastificio Bolognese e i tortellini di Mamma Lucia. La pasta lasciamola perdere, è la stessa che si trova al Conad in Italia, ma quella che vendono con il marchio dei supermercati Albert Heijn e De Boer è molto migliore.
Da un po’ avevano portato anche i pandori. Sono arrivati a fine febbraio e sono stato più volte sul punto di comprarli alla modica cifra di €3 o 4. Se non li ho presi è per non rovinarmi il prossimo Natale abbreviando l’astinenza da pandoro, ma oggi sono stato più tentato del solito. C’erano i torroni Pernigotti duri alla mandorla, i miei preferiti. Prezzo, poco più di un euro.
Se non li ho comprati è solo perché ne ho ancora di quelli che mia madre ha usato per riempirmi la borsa dopo le ultime ferie.


Prosegue il giro e noto una cosa che in realtà avevo già mezzo notato da un po’.
Due eleganti signore giapponesi si fotografano davanti alla vetrina di un negozio di moda. Non i canali, non i ponti, non il negozio di formaggio adiacente. Un negozio di vestiti.
Così ora uno crede che il consumismo sia una malattia orientale, invece no, non è una malattia e non è neanche orientale: tempo fa un’italica amica ha messo sul Facebook le foto di un viaggio. Un paio erano davanti a vetrine di negozi. Le due più commentate.
Come minimo uno giunge alla conclusione che corrono tempi bui e corrotti, ma questo è un ragionamento che si sente fare da sempre e la verità è che signori miei, potendo, nessuno tornerebbe indietro nel tempo (ma tutti si dichiarerebbero pronti a farlo, ammessa l’impossibilità dell’operazione e quindi l’impossibilità di ottenere una smentita pratica).
Quindi ci deve essere un motivo per il quale fare le foto alle vetrine dei negozi sia un simbolo di progresso. Forse perché favorisce gli acquisti in questi tempi di crisi?
Sarà, ma io nonostante abbia appena perso il lavoro, per la crisi ci tifo ancora.