Quant'è che non scrivo più in questa sede? Tipo un anno? È che sto smettendo di avere opinioni. Dopo aver deciso di non giudicare più la gente ho mantenuto fede al proposito e mi sono reso conto che, scavando a fondo, ognuno ha le sue ragioni. Quindi qualsiasi idea sui grandi temi della vita ne esce slavata da una doccia di "ma", "pensandoci bene", "sì però" e "prova a metterti nei suoi panni".
Poi però ci sono casi dove fatico ad avere sacrosanti dubbi. Uno è un articolo che va per la maggiore su Repubblica e Facebook: "Il sesso salverà la Danimarca: boom di nascite dopo uno spot".
Cito, per poi sorvolarlo, il primo commento che mi verrebbe da fare: "L'aumento della nascite è probabilmente la cosa più dannosa che si possa fare all'ambiente" (il che non significa che io un giorno non voglia concedermi l'egoismo di procreare, né che non mi faccia piacere quando un numero sempre maggiore dei miei amici lo fa).
Più che le considerazioni ecologiche, sono quelle sociali. Perché è un periodo di conquiste da questo punto di vista. Finalmente gli omosessuali si possono sposare, si parla di divorzi brevi, adozioni semplificate. Quando politica e chiesa parlano di famiglia fanno sempre più ridere. Potrebbe essere l'unico ambito sociale in cui si progredisce.
E poi c'è questa storia della Danimarca, che improvvisamente mi rende impossibile non giudicare. Perché mi fa pensare ad un'amica danese che è rimasta incinta più o meno quando il governo del suo paese ha incoraggiato i suoi cittadini a moltiplicarsi. Ora, io questa ragazza non la sento da un pezzo, ma dalle informazioni che lei stessa ha dato, risulta che abbia deciso di farlo da sola. Non all'insaputa del suo partner, ma proprio senza partner.
Ecco, a me dei sacri valori della famiglia non me ne frega una mazza. Ma questa cosa di fabbricare un bimbo per usma personale, mi dà una sensazione di gelo, mi mette a disagio. Io ci provo, a mettermi nei suoi panni, ma stavolta proprio non ce la faccio.
Ma soprattutto, mi viene da pensare: "Quanto sarebbe triste se lo avesse fatto per patriottismo?"
Improvvisamente mi viene in mente lei che all'estero beveva Carlsberg "per sostenere l'economia del mio paese", e tutte le bandierine nazionali che ho visto nei giardini del suo paese, e a quella storia di confiscare gli ori di chi chiede asilo sul suolo danese. Poi penso a quello che diceva Mussolini sulla procreazione, al valore delle bandiere nazionali da noi nei periodi extracalcistici, e per evitare di giudicare l'amica danese concentro tutta la mia attenzione su altro: ad esempio sul fatto che il patriottismo nordeuropeo sembra la versione democratica del fascismo.
Ecco, appunto, facciamo come facciamo di solito in Italia: parliamo di fascisti e comunisti, che è il modo migliore per evitare temi più spinosi.
venerdì 10 giugno 2016
martedì 5 gennaio 2016
Provocazioni
In occasione della vigilia del Santonatale, assisto come di
consueto alla Santamessa. Da noi si impara il sacrificio, e questa è quell’ora
di rituale sacrificio che apre le porte ad un mondo migliore, fatto di
cotechini, cioccolata e grappa gran riserva. È un’ora di limbo, in cui studi i
cappotti del Bepi di turno, oppure ti perdi in una psichedelia di pensieri
assortiti, cullato dai cori liturgici.
Dicono che verso la fine del Credo, il Bepi di turno,
coinvolto nella mia stessa routine, abbia visto la mia espressione marziale di
circostanza tramutarsi per 0,99 centesimi di secondo in un sorriso soffocato.
Quello è stato il momento in cui la mia mente si è improvvisamente
chiesta chissà cosa succede se proprio ora mi metto a gridare Allahu
Akhbar*.
Terminata l’operazione di contenimento della risata, il Bepi mi ha visto passare gradualmente dal divertimento ad un’espressione preoccupata. Questo è stato quando mi sono chiesto, in rapidissima successione, Sì, ma sarei capace di farlo davvero? e poi Sono una persona coraggiosa? e Se sì, perché non provo a farlo?
A questo punto ho cominciato a pensare davvero di essere sul punto di farlo, ma una volta convinto di avere questo coraggio ho deciso che la convinzione mi bastava e che potevo anche evitare.
Terminata l’operazione di contenimento della risata, il Bepi mi ha visto passare gradualmente dal divertimento ad un’espressione preoccupata. Questo è stato quando mi sono chiesto, in rapidissima successione, Sì, ma sarei capace di farlo davvero? e poi Sono una persona coraggiosa? e Se sì, perché non provo a farlo?
A questo punto ho cominciato a pensare davvero di essere sul punto di farlo, ma una volta convinto di avere questo coraggio ho deciso che la convinzione mi bastava e che potevo anche evitare.
E così il coro ha cantato Stille Nacht, io mi sono unito
alla famiglia per un punch al mandarino al Bar e la vita nel Villaggio è
proseguita come da tradizione, ignara di aver rischiato per un attimo di finire su Studio Aperto. Per tutti tranne che per il Bepi di turno, che già da tempo aveva notato qualcosa
di sospetto in quel tipo che già in tenera età aveva abbandonato il suo piccolo
mondo antico per cercare fortuna nell'Estero selvaggio.
Io invece, mentre sorseggiavo il mio punch ho raggiunto la
coscienza che a volte basta cedere per un attimo alle autoprovocazioni per
rischiare di perdere il controllo di me stesso. E che forse il Bepi un po’
di ragione potrebbe anche averla.
*Ricordo agli amici delle forze dell’ordine eventualmente in ascolto che
la locuzione Allahu Akhbar© non assume in questo contesto alcuna valenza
ideologica, ma ha unicamente finalità di provocazione.
lunedì 13 luglio 2015
Un giretto qui intorno
L’estate arriva tutto d’un colpo, senza che neanche te la
preannunci la signora del meteo, che di solito qui fa le previsioni fino alla
settimana dopo e di conseguenza non ci imbrocca mai.
Dopo il lavoro è bello uscire di casa e sbucare sul molo
degli esuli catalani, che nel frattempo sono sbarcati da una sessantina d’anni
e hanno lasciato il posto a quel gruppo di profughi che ha occupato il
parcheggio. Che poi forse sono zingari, ma non posso mica andare là a
chiederglielo:
Sai, è per il mio blog
Fratello, ma tu lo sai dove te
lo devi mettere il tuo blog?
A volte mi ficco sotto una spalla un libro, proprio come i
francesi degli stereotipi tengono le baguette, e vado a leggermelo in riva al
fiume. Altre volte vado snello, che un libro bello è un peccato leggerlo troppo
in fretta.
Allora cammino fino alla fine della bancina, dove il fiume
forma una cateratta, dove c’è una lunga passarella di metallo, che quando è
aperta ti porta direttamente al parco del museo d’arte moderna. Per arrivarci
dalle vie cittadine ci vuole almeno un quarto d’ora, perché bisogna prima
aggirare l’ospedale col suo cupolone da chiesa, che se non lo sapessi, che è un
ospedale, diresti piuttosto un monastero. La passerella è uno dei miei posti
preferiti, perché sono sospeso sul fiume, con l’acqua che cade dalla cateratta
come vetro liquido, talmente forte che mi viene il riflesso di tenermi fissi
gli occhiali. Dalla passarella getto un’occhiata a un isolotto di sassi, con un
albero piantato in cima come una bandiera. Là l’anno scorso ho visto un martin
pescatore, quasi irreale nel suo frullo arancione vivo in mezzo a questi colori
di mattone. Quest’anno invece c’è una garzetta, un trampoliere così bianco che
ti chiedi come fa, senza manco potersi lavare. Dietro la nuca ha un riporto di
piume bianche che svolazzano al vento mentre lui se ne sta là col becco pronto,
aspettando che la corrente gli porti un pesce da fiocinare.
Arrivare al di là della passarella non importa più di tanto.
La vista sulla città è magnifica, ma lo è dappertutto attorno al fiume, con i
coni dei campanili che sembrano stalagmiti. Entro nel parco giochi e visto che per
una volta non c’è nessuno mi arrampico sulla parete da scalata per i bambini.
Abito in via del crocefisso, un nome che in questo paese
così laico fa ridere o lasciare increduli, ma soprattutto una parola che
nessuno sa scrivere. È una strada inutile all’occhio automobilistico, perché si
fa prima a fare il giro, troppo stretta fra alti muri che nascondono giardini
fitti di foglie che non ingialliscono mai. Il giardino che vedo dalla finestra
del mio salotto è curatissimo, nascosto da un albero fitto che emana lo stesso
odore della negritella, un’erba di montagna che profuma di cioccolato. Lilù e
io, per vedere cosa si nascondeva dietro l’albero, una volta abbiamo visitato
l’appartamento di fronte, fingendo di volerlo affittare. Cosa c’era? Un
albicocco, fiori, rampicanti. Un giardino segreto, insomma.
Da sotto le fronde,
ogni sera fra le 9 e le 10 si sente un fischio che sembra quello del richiamo
di un cacciatore. Non ho ancora capito chi sia, da dove venga e a cosa serva,
ma in queste sere tiepide i rumori sono ancora più vividi, come quello l’acqua
che precipita dalla cataratta, o le urla degli studenti che attraversano il
ponte per andare a bere. Eterno sociologo, mi chiedo se prima che arrivasse MTV
la gente per strada emettesse già quelle urla stridule che secondo me derivano
da sovraesposizione a quelli di Pimp My Ride quando vedono la macchina rifatta.
martedì 23 giugno 2015
Maledetto cazziatone
In questi giorni su Facebook ha imperversato "il cazziatone del medico a Slvn".
Secondo voi, che impressione ne ricava il Lettore?
1) Che Slvn è malvagio perché sfrutta la donazione del sangue per farsi pubblicità e - orrore - tiene la pallina dal lato sbagliato
oppure
2) Che Slvn è un cittadino responsabile e pure magnanimo, perché non disdegna di aiutare neanche gli esseri inferiori
Sì, lo so che voi siete decisamente per l'ipotesi 1 e ne siete usciti ancora più inorriditi da questo personaggio da commedia dell'arte. Ma non credete che la maggior parte dei lettori propenda per la seconda?
Io stesso per un attimo ho pensato ah, ma allora non è poi così razzista, prima di rendermi conto dell'astuta mossa pubblicitaria. Perché non escluderei che siano stati i suoi esperti di comunicazione a mettere in giro il suddetto, fastidiosissimo cazziatone.
Nel prossimo paragrafo vi spiegherò perché, ma intanto ci tenevo a scrivere che il cazziatone è un vivido esempio di una delle lezioni più importanti lasciate dal berlusconismo ormai in crisi: nel bene o nel male, se si parla di te ne trarrai vantaggio. Ovvero: chi già ti disprezzava ti odierà ancora di più, ma è anche probabile che qualcuno cominci ad apprezzarti.
Questo principio non si basa sulla stupidità della gente semplice. Io stesso (che non posso escludere di essere stupido, ma di sicuro non sono semplice), troverei il suddetto medico pedante e antipatico se fossi convinto che l'idea di andare a donare il sangue e scrivere che va bene anche se va ai negri non sia studiata a tavolino per accaparrarsi anche i voti degli indecisi con tendenze più sinistrorse. Parlo di gente che sostiene la donazione del sangue e non vede di buon occhio il razzismo. Gente che ha un pregiudizio di base nei confronti di Slvn, ma che con questo post potrebbe cambiare idea. Gente che probabilmente ha diversi contatti Facebook che detestano Slvn e che hanno scelto di condividere il fastidiosissimo cazziatone che rischia di fargli un gran favore.
Dopotutto, con tutto il male che voglio a Slvn, già la parola cazziatone ti fa venir voglia di dargli uno schiaffo. Non tanto a lui, ma a sto medico pedante.
Secondo voi, che impressione ne ricava il Lettore?
1) Che Slvn è malvagio perché sfrutta la donazione del sangue per farsi pubblicità e - orrore - tiene la pallina dal lato sbagliato
oppure
2) Che Slvn è un cittadino responsabile e pure magnanimo, perché non disdegna di aiutare neanche gli esseri inferiori
Sì, lo so che voi siete decisamente per l'ipotesi 1 e ne siete usciti ancora più inorriditi da questo personaggio da commedia dell'arte. Ma non credete che la maggior parte dei lettori propenda per la seconda?
Io stesso per un attimo ho pensato ah, ma allora non è poi così razzista, prima di rendermi conto dell'astuta mossa pubblicitaria. Perché non escluderei che siano stati i suoi esperti di comunicazione a mettere in giro il suddetto, fastidiosissimo cazziatone.
Nel prossimo paragrafo vi spiegherò perché, ma intanto ci tenevo a scrivere che il cazziatone è un vivido esempio di una delle lezioni più importanti lasciate dal berlusconismo ormai in crisi: nel bene o nel male, se si parla di te ne trarrai vantaggio. Ovvero: chi già ti disprezzava ti odierà ancora di più, ma è anche probabile che qualcuno cominci ad apprezzarti.
Questo principio non si basa sulla stupidità della gente semplice. Io stesso (che non posso escludere di essere stupido, ma di sicuro non sono semplice), troverei il suddetto medico pedante e antipatico se fossi convinto che l'idea di andare a donare il sangue e scrivere che va bene anche se va ai negri non sia studiata a tavolino per accaparrarsi anche i voti degli indecisi con tendenze più sinistrorse. Parlo di gente che sostiene la donazione del sangue e non vede di buon occhio il razzismo. Gente che ha un pregiudizio di base nei confronti di Slvn, ma che con questo post potrebbe cambiare idea. Gente che probabilmente ha diversi contatti Facebook che detestano Slvn e che hanno scelto di condividere il fastidiosissimo cazziatone che rischia di fargli un gran favore.
Dopotutto, con tutto il male che voglio a Slvn, già la parola cazziatone ti fa venir voglia di dargli uno schiaffo. Non tanto a lui, ma a sto medico pedante.
martedì 19 maggio 2015
Lo sceriffo

Su Euronews intervistano lo sceriffo della polizia di Waco, in Texas, dove 9 motociclettari sono appena morti in una sparatoria e altri 18 sono rimasti bucherellati.
Con grande teatralità, il suddetto descrive la scena che ha trovato al suo arrivo, con abbondanti dettagli di carattere ematico. Per concludere dichiara:
È una delle scene più orribili alle quali abbia mai assistito.
Ecco, se la dichiarazione non vi dice nulla di strano, tornate indietro, rileggetevela e concentratevi sulla seconda e sulla terza parola.
lunedì 11 maggio 2015
Cruisin' with Elvis
Non so se in Italia si usi molto sta cosa di BlaBlaCar. Qui
sì. Un treno costa come un aereo, mentre un passaggio in macchina lo paghi un
quarto del prezzo. È comodo anche per chi guida, come me.
L’unico fastidio è di
carattere organizzativo, come quando esci a caselli sperduti per cercare il
passeggero e mentre cerchi il piazzale della stazione dove dovete trovarvi –
che è sbarrato causa lavori in corso – lui ha cominciato a telefonarti, perché
sei in ritardo di 2 minuti ed è terrorizzato che la tua non sia che una
fregatura. Solo che tu sei in macchina e non è che gli puoi rispondere. Comunque alla fine tutto bene, tanto sollievo su ambo i fronti, si fa il pieno
e si parte.
Così la volta dopo, per evitare che la situazione si ripeta,
al prossimo gli dici che si arrangi a raggiungerti. E Johann, voce svaccata, visibilmente in balia dei fumi del fumo, al telefono ti risponde di
star tranzollo che ci pensa lui. E tu il giorno dopo te lo trovi al casello sudato
e con le gote rosse, che gli fanno la pelle più scura dei capelli biondo crauto,
lui reduce da quindici chilometri a piedi, con uno zainone da viaggio e quattro
borse. Però lui è preso bene e ha un sorriso
positivo, non solo all’antidoping.
Poi c’è Antoine, che
è vestito tutto perbenino, appena uscito dal suo lavoro perbenino. Cominciamo
a discorrere cercando anche noi di mantenerci sul registro del perbenino. Poi
scopri che nella vita fuori dal lavoro Antoine è un metallaro impenitente e
così anche il tono del discorso si rilassa, che un metallaro può essere
perbenino finché vuoi tu, ma di sicuro almeno in segreto preferisce il male.
E poi naturalmente
c’è Elvis. O meglio, il passaggio lo prenota un tale Benjamin, che però ci
rivela che non è per lui, ma per suo nipote ventunenne. Elvis, appunto.
Passiamo due giorni ad immaginarcelo, Elvis. Ciuffo e giacca a frange. Invece
poi quando lo vedi, Elvis potrebbe venire sì da Memphis, ma da quella originale,
in Egitto. È vestito da rapper, ha un grigno duro e una pettinatura talmente da
calciatore che lo convocheresti in nazionale sulla fiducia. Il motivo per cui
non ha prenotato lui stesso è subito ovvio: è impossibile che sia maggiorenne.
Ma se non ci rapina, a noi che ce ne frega dell’età? E che non ci rapinerà è
subito evidente. Al di là della lattina di beverone energetico in una mano,
della sigaretta che pende dall’altra e dello scorpione incazzato tatuato sul
braccio precocemente anabolizzato, Elvis è un ragazzo come non ne fanno più da
un pezzo. Educato, attento e gentile, ci dà del lei, chiede per favore e
ringrazia. Quando lo lasciamo là, alla stazione di Carcassonne, mentre la sua
sagoma da bambino muscoloso si allontana verso un tramonto ormai avanzato, a
mezza voce dico buona fortuna Elvis.
lunedì 13 aprile 2015
Cruisin' with l'amico mio de Roma
Io, quando sono all’estero, finisce sempre che lego con i
romani. Stavolta, l’amico mio di Roma è uno stimato ingegnere aeronautico che
ha diversi anni più di me. Un anno fa mi ha portato a fare un giro sui Pirenei
con un monomotore e poi ci siamo ritrovati di nuovo a diverse pizze fra
italiani. Ora le pizze ce le facciamo soprattutto in due, campioni di
teorizzazione sui massimi sistemi, a volte al massimo con la moderazione
dell’altro amico nostro, quello di Belgrado.
Girare con l’amico mio di Roma mi ha aperto le porte di un
nuovo ambito della vita, quello dei quarantenni single. La conclusione è che se sei un quarantenne single rimorchi che è
una meraviglia.
Tante sono infatti le controparti femminili del quarantenne
single, diverse di loro disilluse, impazienti o motivate quanto basta per
accettare di sobbarcarsi di buon grado il passo dell’approccio col maschio.
La prima era una
bella donna, che ci aveva intrattenuti sulle sue considerazioni filosofiche
sul fatto di essere in ritardo per diventare madre e sul divertimento che se ne
può riscuotere dalla vita come risarcimento. Io osservavo sociologicamente e
facevo la mia parte per aiutare l’amico mio de Roma, che però aveva presto
liquidato madame come rea d’eccessivo inebriamento.
La seconda era
un’insegnante di francese, un po’ meno bella, ma di maniere più garbate.
Noi però stavamo per annaccene e appena virati sull’argomento della politica
italiana non ci eravamo sentiti pronti a sostenere il peso della tematica.
La terza era
simpatica. Un tipo. Insomma, nun se poteva guardà. L’amico mio de Roma m’ha
rivelato più tardi che quando una è simpatica, poi ti dispiace darle un
dispiacere. Allora meglio telare subito.
Tutte queste signore, e non solo loro, mi hanno dato modo di
arricchire le mie osservazioni su come si trattano gli stranieri in Francia.
Perché qui capita che molti di quelli che noi italiche genti chiameremmo stranieri sono nati in città. E comunque
è convenzione che anche agli altri, quelli come me e l’amico mio di Roma, devi
sempre cercare di non farli sentire stranieri.
Così, quando nel più diretto dei casi ci si chiede di che
origine siamo, tocca a noi scegliere di non rispondere italiana, ma siamo italiani.
Spesso però nella domanda si cercano formulazioni ancor meno dirette, come
appunto nel caso della summenzionata Terza (quella che nun se poteva guardà,
come forse ricorderete), che ci ha balbettato intorno per un po’, per poi chiederci
semplicemente voi siete nati in questa
città?
A noi sarebbe venuto automatico dirle: ecche, nun se vede? Però poi un po’ ci devi pensare, che in quanto
straniero, prima di liquidare un locale come bizzarro, ti devi chiedere almeno
se il bizzarro non sei per caso tu. Allora se ci pensi un po’ ti accorgi che quando
leggi i titoli di coda di un film francese, ti accorgi che meno della metà dei
cognomi sono d’origine locale. Il fatto è che con buona probabilità, gli El
Hamdaoui, i Krajczek e i Ciccolelli, cosi come i Belmondo, i Michalak, i Zidane
e i Sarkozy, in questo paese ci sono nati.
Rischi di farci la
figura di quel pescarese che avevo conosciuto tempo fa a una serata, che
dopo aver chiesto a una bella ragazza arabeggiante da dove venisse, e averla
sentita rispondere che i suoi genitori erano d’origine tunisina, aveva
cominciato a parlare delle sue vacanze a Djerba e di come si fosse trovato bene
con voi tunisini. Halima aveva
ribattuto che può darsi, ma lei in Tunisia non c’era mai stata.
Magari a noi sembra ipocrita, ma se ci pensi bene, se la
gente continua a chiederti di che nazionalità sei quando ti trovi a casa tua,
poi al momento di cantare l’inno nazionale qualche dubbio ti viene. E da qui ad
Al-Baghdadi il passo è più breve di quanto sembri.
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