giovedì 30 ottobre 2008

Italians


La ragione per la quale ho lasciato voi innumerevoli fan in solitudine per un po' è che mi sono messo a fare le cose sul serio.
Riconoscendo che le mie scarse doti di continuità mi impediranno di scrivere il mio primo romanzo ("Tutti i miei coinquilini") e ammettendo le mie scarse doti letterarie, ma non volendo comunque rinunciare a scrivere, mi sono messo a buttar giù racconti brevi.
In particolare, ho scritto un racconto per il concorso per la chiusura di Italians. Ci ho messo del tempo, l'ho letto, riletto, corretto, poi al momento di inoltrarlo ho scoperto che il limite non era 2000 parole, ma 2000 lettere. Accorciarlo era impossibile, così ho deciso di lasciar perdere e basta. Tipico, tipico, tipico.

Ok, ammetto di aver saltato un paio di passi nella spiegazione, quindi vediamo di riparare.
Cos'è Italians? Non ho idea di quanto noto sia in Italia, ma fra gli italiani all'estero si tratta di una specie di passaggio obbligato, anche per chi non ama Beppe Severgnini, il giornalista del Corriere che lo gestisce. Si tratta appunto di una rubrica del sito del Corriere della Sera, una specie di variazione sul tema del forum e del blog. I lettori mandano messaggi di poche centinaia di parole, su qualsiasi argomento di attualità o di non attualità, e ogni giorno ne vengono scelti dieci, alcuni dei quali vengono commentati dal giornalista in persona. La cosa bella a mio parere è il fatto che non sono ammessi commenti e repliche, così uno, invece di leggere mezzo post, inserire un commento offensivo o una cazzata giusto per manifestare la sua esistenza, è costretto a leggere pochi interventi selezionati e se proprio vuole può scrivere all'autore del paio di righe una bella e-mail con motivazioni e demotivazioni.
Già, perché qui niente Puffetta86 o peppe_da_molfetta, qui ci sono nomi, cognomi e indirizzi e-mail.
Come traspare dal nome, la rubrica è indirizzata soprattutto agli italiani all'estero. Spesso si trova qualche intervento volto all'autopromozione (soprattutto verso se stessi), del tipo "sono un Managing Director che abita a Londra dopo una laurea a Harvard e ho dei problemi con la mia personal shopper", ma non solo. Da Italians ci passano studenti, pensionati, turisti sessuali e perfino tanta gente che ancora abita in Italia. Recentemente si parla delle presidenziali americane, ma anche di stage malpagati nel trevigiano e donne che non capiscono gli uomini. Oltre ovviamente al caso dell'automobilista che si lamenta di aver preso la multa quando al mondo c'è chi commette reati ben più gravi, che è sempre un classico e torna periodicamente.

Come già annunciato, non tutti amano Severgnini. Se chiedete a me, scrive cose molto intelligenti, ma ha un gusto per giochi di parole e battute decisamente nerd, che ne tradisce le origini altoborghesi. Ma pazienza per le origini, uno mica se le sceglie, e poi, che c'è di male ad essere figlio di un notaio? Tutta invidia la vostra.

L'importante è che quello che scrive sia intelligente, e come già detto, per lo più lo è. Ed è anche uno decisamente al passo con i tempi, uno che conosce internet e sa ad esempio che mentre i giornali erano tutti a parlare di Second Life, usando parole care a noi giovani come "da sballo" e "lato b", tutti si iscrivevano a Facebook (già da mesi, fra l'altro. In realtà non conosco nessuno che frequenti Second Life. Tutti quelli che conosco, io compreso, si sono fermati alla complicata fase di iscrizione).

Severgnini poi è uno che gira. Proprio grazie alla sua estrazione sociale è stato uno dei primi italiani a poter usufruire di una vacanza-studio in Inghilterra, per poi studiare e lavorare a Bruxelles e negli Stati Unti. È proprio questa dimensione cosmopolita a farlo diventare il santo protettore degli italiani all'estero, anche di quelli che non lo amano.

E quelli che non lo amano sono tanti e qualche volta anche lui si diverte a pubblicare i soliti sempliciotti che vengono fuori con i loro "scommetto che non mi pubblicherai perché parlo male di te" o "sei il solito comunista". Che poi come fai a dare del comunista ad uno che è stato nel vivaio di Montanelli? Ma si sa che oggidì per essere comunisti basta dare contro a Lui. E molta gente non capisce che guardando l'Italia da fuori, senza due fette di San Daniele davanti agli occhi, è impossibile avallare Lui.
Su Italians si parla spesso di Lui. Severgnini non nasconde la sua scarsa passione per il personaggio, ma pubblica spesso lettere di Suoi grandi sostenitori. Lettere che fra l'altro sembrano portare sempre le stesse firme.

Così fra casalinghe di Tortolì e affaristi della City sono passati quasi dieci anni. Dieci anni nei quali il boss ha visitato le numerose comunità di Italians all'estero, organizzando ogni volta una pizza. Quando ero in Irlanda mi sono perso quella di Dublino e ora ho toppato anche quella de L'Aia, organizzata quando io ero in Olanda da 3 giorni.

Per il decimo compleanno della rubrica sono state da tempo annunciate sorprese. La prima è più che altro una sor-presa per il culo: la chiusura del forum. E ci sta. Dopo dieci anni a criticare l'immobilità della nostra società, un minimo di coerenza suggerisce l'autopensionamento.

La seconda sorpresa è un concorso di racconti brevi su un'ora della vita di un Italian. Proprio quello per il quale il vostro fedele scribacchino ha scritto 2000 parole invece di 2000 caratteri.
Ore e ore buttate nel cesso. Così ho detto, dai, pubblichiamolo sul blogghettino del cazzo, quello che non legge mai nessuno. Chissà, magari un giorno qualcuno lo leggerà e lo troverà, come un messaggio in bottiglia buttato nell'oceano dieci anni prima.

Tra l'altro ve lo dico subito, non è un gran racconto. O meglio, mi piace l'inizio, ma poi diventa un po' laconico e pieno di bei sentimenti. Un po' me ne vergogno, ma se i sentimenti che provo sono banali, tanto vale scrivere cose banali, no?

Comunque lo trovate qui.

giovedì 23 ottobre 2008

I Sonic Youth a Bolzano!

Dove eravamo rimasti? Ah sì, il concerto.
Come sottolineato nell'articolo di giornale uscito due giorni dopo sul Trentino, si tratta di un evento che unisce stili e generazioni.
La settimana prima del concerto il mio amico Franz mi manda una mail parlandomi del figlio quindicenne di una sua amica che vorrebbe andare a vedere i Sonic Youth, ma non trova un passaggio in macchina.
Con la mia mente torno alla sua età, quando ascoltavo solo e unicamente i Beatles e in tutta la Valle pochissimi conoscevano il panorama musicale che va oltre i soliti nomi. Quando c'erano i grunge che conoscevano solo i Nirvana, i punk che ascoltavano solo Rancid e i metallari adepti dei Metallica.
Certo, a quei tempi se volevi ascoltare qualcosa dovevi comprare il CD, anche sa da lì a poco sarebbe scoppiata la rivoluzione della masterizzazione, ma i miei amici e io siamo felici di fare questo piacere al ragazzino, sperando di portarlo ancora più vicino al verbo di sonorità diverse dal vascorossismo imperante.

Fra lui e David ci sono più di 20 anni di differenza ed è questo che intendo come unione di stili e generazioni. Si tratta di un evento storico per la musica trentina e altoatesina.
È vero che proprio quest'anno Bob Dylan ha suonato a Trento, ma Dylan lo conoscono tutti e molti sono andati a vederlo per il personaggio, non per la musica. I Sonic Youth invece attirano solo i cultori della musica non eccessivamente orecchiabile.
Si incontra tanta gente che si conosce, è il ritrovo di una comunità che è ristretta e minoritaria nei paesi dai quali proviene, ma che riunita in un unico luogo fa la sua porca figura. Siamo duemila, contro i mille previsti inizialmente, i biglietti sono esauriti e alcuni di noi hanno visto uscire Evol, altri come me sono nati pochi anni prima dell'uscita di Confusion is Sex. Ma la maggior parte è nata ancora dopo, diciamo circa in epoca A Thousand Leaves. C'è chi li conosce attraverso i Nirvana, chi segue la scena noise, qualche nerd appassionato di musica complicata, gente dei centri sociali, artisti pop, forzati dell'alternatività. Fra una cosa e l'altra però ci sono tutti.

Prima e dopo il concerto la comunità si avvicina, si conoscono amici di amici, si incontra l'alunno del famoso prof di religione che per hobby produce gruppi dai nomi satanici (a udienza: signora, dica a suo figlio che hanno ucciso il chitarrista dei Pantera), nella zona industriale di Bolzano si ha modo di meravigliarsi per il numero di persone che indossano la stessa maglietta che di solito ti piace perché ti fa sentire diverso. E si sa, il rock è fondato sulla maglietta.
È uno di quei concerti dove tutti i chitarristi frustrati incontrano un bassista e un batterista e fondano un gruppo. Con un po' di dedizione può nascere una scena locale anche in un posto dove la popolazione è così dispersa.

La Stahlbau Pichler, che non è il nome di un gruppo metal, ma un'acciaieria, alla faccia dell'acciaieria ha un'architettura che neanche Frank O. Gehry.
Oltre ai già citati, sono in compagnia di Daniele, un amico che si interessa di privacy e mi tocca quindi menzionare con il nome di battesimo, nonostante tutti lo chiamino per cognome.
Daniele, anzi, il Daniele, almeno questa concedetemela, conosce i sonicissimi solamente per sentito nominare dalla Fabry e me, ma fra i nostri è probabilmente l'orecchio più raffinato, vantando pluridecennale militanza come trombone nel corpo bandistico dal suo paese.
Varcata la soglia dell'acciaieria, gli immancabili stand di wurstel e birra Forst conferiscono al tutto un'aria più alpestre, per me aria di casa. È proprio in fila per la birra che ci perdiamo metà del gruppo spalla, Golden Juckle Age, che suonano tipo i Tangerine Dream, ma senza sintetizzatori, solo con basso e sassofono dritto (tenore?). A me piacciono. Solo a me, a quanto pare.

E poi attaccano i Sonic Youth. Steve Shelley è l'unico che sembra sentire la senilità, anche se è comunque un altro uomo rispetto a quello che il giorno prima si aggirava con l'aria persa per Bolzano. Anche la voce di Kim non è perfetta, ma come tutti quelli che non leggono Chitarre ben sanno, chissefrega di come suonano, l'importante è che creino un'atmosfera.
E l'atmosfera c'è, un amico di David, ultraquarantenne, parte a pogare. Il tipo vestito da truzzo davanti a me invece sembra spaesato, ma anche interessato.
Thurston si diverte come un bambino a giocare con le bacchette della batteria sulle chitarre (una diversa per ogni pezzo, ognuna con un'accordatura differente), fa quasi tenerezza.



C'è tanto Daydream Nation, compresa l'intera Trilogy, e molto dell'ultimo album. A dire il vero potrebbe sembrare che la memoria dei ragazzi si sia interrotta prima degli ultimi due tour (Rather Ripped e la replica totale di Daydream Nation), se non fosse per un paio di brani del primo album piazzati strategicamente all'inizio e alla fine.



Il bis inizia con due pezzi inediti, No Way e Mars, che mi rifiuto di giudicare prima di sentirli di nuovo, poi 100% è l'unica concessione a chi non conoscendo la band si aspettava i vecchi classici. Poi Kim canta Shaking Hell come farebbe Lydia Lunch e si levano le tende.



Siamo tutti soddisfatti, perché a dire il vero al fatto che i Sonic Youth suonassero davvero a Bolzano non ci credeva nessuno fino all'inizio del concerto.

Ah, dimenticavo, il tipo al basso era Mark Ibold dei Pavement.

mercoledì 15 ottobre 2008

I Sonic Youth a Bolzano?


Quando sei nato in un paese minuscolo in una valle alpina, il fatto che il tuo gruppo musicale preferito decida di suonare in prossimità di casa, per giunta nel giorno del tuo compleanno, non può che sembrare un segno del destino.
Non ci credevo quando ho scoperto che qualcuno aveva portato a Bolzano una mostra su artisti legati ai gloriosi Sonic Youth. Che poi il tutto sarebbe stato coronato con un concerto della band, nel giorno che avrebbe sancito per me l'impossibilità di morire a 27 anni come la maggior parte delle rock star, pareva quasi troppo.
Così dopo neanche troppi giorni di ponderazione ho comprato i biglietti aerei per una settimana a casa.

Un concerto dei Sonic Youth significa trent'anni di discografia fra gruppo e mille progetti collaterali e prima del concerto un ripasso è necessario per chiunque. Nelle settimane precedenti riascolto i primi dischi e l'ultimo, accentuando l'attesa.
Ma non sembro essere il solo ad essere impaziente come un bimbo prima di Natale (o come Pietro Maso in attesa di essere scarcerato). Nei giorni precedenti al concerto si avviano discorsi con altri appassionati su tutti i canali dell'internètt.
Così quando salgo sull'aereo per tornare a casa mi pare di partire io stesso per una tournée.

Quella di tornare a casa per il concerto si rivela una saggia decisione. Sembrava che in Trentino e Alto Adige tutti si fossero convertiti al verbo di Kim Gordon, Thurston Moore e Lee Ranaldo (accompagnati da una fitta ridda di batteristi). Perfino i miei genitori si sono preoccupati di risalire all'identità di questo misterioso gruppo, che poi così male non poteva essere, visto che gli hanno dedicato una mostra d'arte al Museion di Bolzano. Mia madre ha subito identificato la band come "chei da la majéta" (quelli della maglietta), memore di mille lavatrici.
E la mia amica Fabry, benedetta sia fra le donne, che lavora per i colleghi trentini di Museion, è riuscita addirittura ad imbucarmi nella conferenza stampa in corrispondenza dell'inaugurazione della mostra.

L'inaugurazione avviene il giorno prima del concerto. Sulla Skoda bianca di David, il moroso della Fabry, c'è anche l'"inviato" di Rumore (virgolette rese necessarie dalla gratuità della prestazione), che ha prenotato un'intervista con Thurston Moore, suscitando l'invidia di tutti noi e il seguente imboscamento della Fabry, sottoposta per questo alla gogna davanti ai suoi datori di "lavoro".
Dal finestrone della sala conferenze di Museion lo sguardo attraversa l'alta Val d'Adige fino all'Austria, quando appaiono un cinquantenne allampanato, uno stagionato viveur dai capelli pepe e sale, una rispettabile signora e uno spaesato turista americano.
L'impatto con i propri idoli è spesso traumatico, ma la senilità sonica ne esce comunque quantomeno dignitosamente.
Meno dignitosamente ne esce invece il giornalista della tv nazionale austriaca, che appena si accorge che la conferenza viene tradotta solamente in italiano, la interrompe per dichiarare che non è necessaria alcuna traduzione, dall'alto della rispettabilità conferitagli dai suoi baffetti da tredicenne. Avevo già avuto modo di notare come gli austriaci si sentano sempre in dovere di confermare lo stereotipo. Benedetta l'organizzatrice francese della mostra, all'oscuro del prurito linguistico che impregna il Suttirolo.

Tra l'altro lo stesso giornalista pone a Thurston la domanda più stupida possibile, la cui risposta si rivela invece molto interessante.
"Vat zu yu zink of the current art situazio?" Mr Moore risponde che non ne ha idea, perché lui di arte non se ne intende e tutti gli artisti esposti sono stati scelti per amicizia o incontro casuale. Il che conferma quello che noi tutti sappiamo, che quelli famosi non sono per forza gli artisti migliori, ma quelli che per un motivo o l'altro hanno ricevuto maggiore esposizione. Solitamente si tratta di artisti appartenenti a scene, che traggono beneficio da stimoli e fama di chi gli sta vicino.
Sulla fama non mi pronuncio, ma quella degli stimoli offerti dalla scena locale sembra essere una tematica rilevante nella carriera dei Sonic Youth. Dal punto di vista musicale, quella di New York è una fucina di scene, che spesso si contaminano e uniscono nella scena più grande e longeva al mondo, partendo dal primo jazz, passando per la Factory, il free jazz, il punk e la no wave, sporcandosi di arte di ogni genere. Una scena sempre attenta alle avanguardie e alla sperimentazione.
Moore ricorda come nel 1977 tutti gli artisti gnuiorchesi ascoltassero solo la disco, per poi giungere inevitabilmente a contatto con l'allora vivissima scena punk/no wave.
Ricorda anche come si fosse meravigliato ascoltando per la prima volta un artista non musicale discutere di no wave invece che di ballare Disco Inferno. Si trattava di Dan Graham, un placido vecchietto con la barba bianca e un giubbotto milletasche che, anche lui presente, si diletta a parlarci di Teenage Jesus and the Jerks.

Finita la conferenza stampa, mentre aspettiamo che gli altri finiscano di intervistare Thurston Moore, David e io facciamo un giro nella mostra, ancora in via di allestimento.
Riduco al minimo i commenti, non essendo io un esperto. Comunque c'è tanta pop art, ovviamente (dieci anni prima dei Sonic Youth la scena di New York era quella di Andy Warhol), tanti colori, ma anche sangue, pistole, violenza, che sembrano essere inevitabili in qualsiasi manifestazione di americanità. Fotografie originali di supereroi beat (Lee ne è un cultore) e fumetti, installazioni in via di costruzione e una yurta con strumenti per consentire ai visitatori di metterci del loro. O per sottolineare ancora una volta che al posto dei Sonic Youth, potrebbe esserci qualcuno di noi.

Intanto Steve Shelley si aggira ancora per ore timido e sperduto fra il negozio della mostra e il bar sul retro, con un paio di cd in mano. Fa tanta tenerezza, è proprio uno di noi.

Ma mi sa che per oggi ho scritto anche troppo, quindi direi che del concerto ne parliamo alla prossima occasione. Un blog senza lettori può permettersi di aspettare, no?

martedì 7 ottobre 2008

Io e tanta bella gente

"È qui che va la bella gente." È bastato che Er Tinta profferisse queste magiche parole per farmi capire che sarebbe stata una serata difficile. E gli altri "Sì, dai, che è pieno di figa". Al fatto che anch’io sarei una gran figa sotto falde freatiche di trucco nessuno ovviamente ci pensa. Che poi uno usi il termine "bella gente" in senso non derogativo, mi spaventa non poco. Comunque di andare a casa non ne ho voglia, di fare l’asociale nemmeno, quindi che fare? Dai, ci andrò, facciamo sto sforzo, al massimo troverò qualcosa per il mio blogghetto che nessuno ha mai letto.

Ed è subito sospiro di sollievo, perché pare che il buttafuori ci neghi il privilegio di accedere, credo grazie al mio vestiario colorato. Ma poi arriva Er Magnaccia, un deficiccio molto ciccio che prima di lasciarci per gli impegni di cui in seguito fa cenno alle guardie di farci entrare, cercando possibilmente di far notare il suo potere a chiunque nel raggio di svariate miglia marine.
Questo ovviamente solo dopo averci illustrato il suo problema: sarebbe dovuto uscire con cinque fighe, e almeno una gliela avrebbe data di sicuro. Però prima avrebbe dovuto portarle a ballare e la tipa avrebbe ceduto solo verso le 6 di mattina e lui è troppo vecchio poverino per stare in giro fino a quell'ora.
Il primo istinto è quello di indagare se anche uno solo di noi gli crede, o se lui stesso crede che noi gli crediamo, ma gli altri sono già passati al guardaroba e ora puntano già i loro tagli scelti.

È al bancone che capisco che il Veronese è con me. Ma è troppo buono per pensare male e troppo timido per commentare. Allora lui e io ci affidiamo ai simboli e ordiniamo della volgare bbira. I due romani invece solo roba che si serve nei tumbler.
"Qui sono tutte carine" esclama il candido Dà, "Ammazza quanta fregna", ribatte Er Tinta raggiante e si mette a puntare una bionda.
Dopo un po’ la bionda ricambia lo sguardo, così Er Tinta si spaventa e attacca col piano B, rivolgersi a noi per parlare di finanza, anticiparci con disinvoltura merger e acquisizioni.

Il Veronese sembra intuire la densità della situazione e mi chiede se ho voglia di fare un salto con lui in un altro bar a trovare alcuni suoi amici. Il sollievo si dipinge in rapida successione sul mio volto (luce in fondo al tunnel) quello der Tinta (con quelli appresso nun se rimorchia) e quello de Dà (me dispiace, ma sto a cercà l'anima gemella).
Sono sorpreso quando scopro che questi amici nell'altro locale non sono una scusa, ma esistono davvero. La sorpresa aumenta quando al Weber non li troviamo e raggiunge il culmine nel momento nel quale il Veronese proclama convinto di voler tornare al postaccio di prima.

Non dico niente, anche perché, che ci facciamo io e lui soli in un bar strapieno? Tanto stavolta Er Magnaccia nun c'è e sto cazzo che ce fanno entrà. Infatti è così, i buttafuori fanno passare tutti quelli intorno a noi, mentre noi attendiamo. Il Veronese si rivela più candido del previsto, non intuendo il motivo di tale attesa. Poi dopo una mezz'ora i manzi si commuovono per la nostra pazienza, tipo "quei due devono tenerci proprio ad entrare in questo esclusivo buco", e ci aprono le porte. Cerchiamo gli altri. Spero che siano fuggiti con due fighe, ma so che così non può essere.

Temporeggio bevendo spuma, diceva il saggio. Ma qui spuma non ce n'è e provo a ordinare birra, operazione più complicata del previsto. È calca: un'intera generazione di figli di papà, ancora sicuri di essere dei bimbi speciali, fanno prevalere il loro diritto spingendo e schiacciando il sottoscritto insieme ai figli di altri papà. Un trentenne con i capelli di Briatore tira fuori una mazzettona di biglietti da cinquanta e ne porge uno al barista.
Arrivano le birre, i romani non si vedono e allora meditiamo una per me dolce ritirata, che non si rivela facile, impantanati fra schiene nude e blazerini di Armani.

Siamo davanti alla porta, il Veronese è già quasi fuori, io mi giro per un secondo e in un fotogramma vedo dei capelli tinti di nero, seduti al tavolino all'entrata. Non so che mi prende, ma segnalo l'avvistamento e i romani, ormai arresi alla triste realtà, sembrano felici di vederci e ci fanno accomodare.

Nel giro di dieci minuti i romani però si ringalluzziscono e propongono la puntatina in disco. Stavolta non ce la faccio e mi congedo. Il buon Dà sembra non aver capito e insiste un po', ma riesco comunque a svignarmela.
Appena slego la bici mi sento sicuro, fra le vie del centro di Amsterdam. Nelle finestre senza tende degli appartamenti del quartiere dei musei si intravedono le sagome della bella gente, che ha lasciato il locale prima di noi per fare quello che a volte chiama amore. Io tiro dritto e mi fermo solo davanti al cortiletto di casa. Il giorno dopo esco con gli svaccati e andiamo in uno squat. Quando racconto della sera precedente si fanno tutti due grasse risate.

venerdì 26 settembre 2008

We dig repetion

La musica, per fortuna, non è una questione di cervello, ma di cuore o di panza. La si ascolta per motivi diversi, ballare, star meglio, svegliarsi, star peggio o addormentarsi. Sospetto che gli unici che non hanno capito un cazzo siano i maniaci della tennica, gli sportivi del rock’n’roll, quelli che se alle Olimpiadi mettessero l’assolo libero si fionderebbero, cronometro alla mano, a vedere quante note al secondo ci ficca lo Gnigni Malmsteen di turno.
Cazzate, insomma. Per fare qualcosa di bello non serve essere bravi, bisogna saperci fare e basta.

È provato nei migliori laboratuar che qualsiasi variante con accordi di Mi, La e Re non può che suonare bene. Aggiungiamoci un Do e un Si e abbiamo l’intero repertorio degli Stones. Basta alzare il volume e nascono le hit. Quello che conta è spesso il contorno, la voce, la distorsione, il testo, ma anche l’atteggiamento e i vestiti. The singer, not the song, cantavano per l'appunto gli Stones, e direi che abbiamo anche capito perché.
Poi però ci sono anche quelli che oltre a suonare due accordi di numero, li suonano pure maluccio. Suonano canzoni da discount, con strumenti da discount e voce da distilleria. Eppure spesso queste canzoni sono memorabili, della serie che vale più una Louie Louie di mille Stairway to Heaven. Lo sapeva bene Frank Zappa, che ne era ossessionato e l’ha usata per dissacrare l’organo della Royal Albert Hall (non trovo la sua versione e allora vi metto quella dei Sonics).
Ah, a proposito di Led Zeppelin, lo sapevate che tutte le loro canzoni più famose sono in Mi La Re? Black Dog, Heartbreaker, Whole Lotta Love, e sì, anche Stairway to Heaven. Ma qui i semplici accordi vengono smembrati e il discorso cambia. Noi no, noi vogliamo solo quelli che i loro tre accordi non stanno là ad infiocchettarli più di tanto. Eccone alcuni.

Louie Louie, o Wild Thing, che è poi la stessa cosa, ma con l'organo Hammond = 96 Tears



Chi la spunta fra Beatles e Rolling Stones? Per me mille volte i Kinks, che già quando gli altri si rincoglionivano di sottomarini gialli la buttavano giù dura



I Ramones non sapevano suonare, ma lo facevano da dio



Dopo aver salpato i mari, il vecchio Louie si dà all’elettronica



Quando hanno rinfacciato al giovane Neil che le sue canzoni erano tutte uguali, lui ha risposto che per forza, è tutto una canzone sola.



I Fall sono quelli che cantavano "We dig repetition in music and we're never gonna lose it". Questa però è un'altra.



E la roba semplice va di moda anche oggidì. Ecco un gruppetto che ora va per la maggiore quando gioca la nazionale. A differenza di Mameli, anche Camoranesi li canta. Ma questa è di qualche anno prima.



E se ancora non vi siete rotti i coglioni vi ringrazio e vi faccio sentire anche questo, questo, questo e quest'altro

mercoledì 17 settembre 2008

L'Europa in verticale


Uno dei motivi per i quali mi definisco un bastian contrari è che a scuola ero solito studiare i capitoli dei libri di testo che il professore ci aveva concesso di saltare, ma non riuscivo a concentrarmi su quelli che facevano parte del programma.
Non era un impulso nato da razionale disobbedienza, ma una specie di riflesso incondizionato.
Ora che lavoro, le cose non sembrano essere cambiate: continuo a fare fatica a concentrarmi su quello che mi viene imposto di fare. Non si tratta di pigrizia, non passo il tempo a fare nulla, è più che altro una tentazione, costituita da mille blog e rubriche, aggiornati ogni giorno, da leggere sui siti di giornali e riviste internazionali.

Non serve un cervello per constatare che il contenuto dei siti dei maggiori quotidiani è giornalismo al botulino, grammatica scaduta, tematiche marce e linguaggio fermentato. Gossip, chiacchiere, cronaca nera, concorsi di body painting, donne che protestano nude e ogni scusa immaginabile per tentare i nostri istinti più naturali.
Ogni giorno però, per alzare il livello, o più probabilmente per attirare anche un altro tipo di pubblico, vengono pubblicati anche alcuni articoli tratti dal giornale cartaceo, solitamente di ottima qualità.

Ad esempio, su Repubblica è ormai tradizione consolidata riportare i reportage dei viaggi di Paolo Rumiz. Rumiz ha esordito per Repubblica negli anni ‘80 come inviato nei Balcani, posizione nella quale si è fatto un nome durante la guerra in Jugoslavia, per poi spostarsi ulteriormente verso Est durante la guerra in Afghanistan. E l’Est è una tematica ricorrente nei suoi servizi. Nel 2001, sotto l’influenza di birra di quella buona, ha organizzato una pedalata di 2000 km da Trieste ad Istanbul, in compagnia del vignettista Altan e di un certo Emilio Rigatti, cicloturista praticamente professionista. Repubblica ha poi pubblicato un reportage sul viaggio, suddiviso in puntate quotidiane corrispondenti ad ogni tappa.

Rumiz ha poi la dote o il culo di essere sempre al posto giusto; il suo viaggio verso Istanbul ha come tema il contatto fra Europa e Oriente islamico e l’ultima puntata, nella quale Altan arranca verso il centro di Istanbul esclamando “Allah Akhbar” è datata 29 agosto 2001, alle porte del fatal settembre.

Da allora il reportage estivo diventa una tradizione. Io Rumiz l’ho incontrato, almeno metaforicamente, quando ha scelto di percorrere la distanza della Transiberiana in treno senza oltrepassare il confine italiano, accompagnandomi nelle pause pranzo durante un lavoro estivo come guida turistica in alta Val di Non. È stato là che mi sono lasciato coinvolgere dal suo stile descrittivo, lirico, ma dinamico, idealistico al punto da sembrare opera di un diciottenne. Rumiz descrive quello che vedono i suoi occhi e quello che vede la sua mente.

Quest’anno ad agosto la mia azienda ha perso il cliente principale e ho avuto così tutto il tempo necessario per seguire il nuovo reportage. La traversata dell’Europa in verticale, dal Polo ad Istanbul, sempre pochi chilometri al di là del confine dell’Unione Europea, in Russia, Bielorussia, Ucraina, incontrando gente e sovvertendo, fra regali dati e ricevuti, il contenuto di uno zainetto, unico riparo del viaggiatore leggero e senza pena.

Anche qui Rumiz è al posto giusto al momento giusto. Durante il viaggio, ben due persone gli preannunciano l’attacco della Russia in Georgia, avvenuto nel periodo fra la fine del viaggio e la pubblicazione degli articoli. È come se i russi avessero saputo che stava per succedere qualcosa. Le stesse persone che sembrano aver scelto Putin senza sapere che è un mezzo criminale, si rivelano tanto coscienti di quanto sta succedendo, quanto impotenti, proprio come avevano affrontato il mostro sovietico.

All’inizio della lettura mi chiedevo molto ingenuamente cosa ci sarà stato da raccontare di un viaggio attraverso luoghi non segnati sulle guide, poveri di abitanti e ricchi di natura. D’altra parte non si può scrivere per un mese descrivendo alberi e laghi. Invece il nostro eroe è un campione nell’intortare gli sconosciuti, attacca bottone con i passanti e spesso viene ripagato con una storia e un invito a cena. Ama mettere il culo fra le pedate e quando in Ucraina gli capita di seguire una rissa fra criminali locali, si porta ancora più vicino per sondare il terreno.

Così la storia scorre rapida, fra descrizioni dinamiche attraverso i finestrini del treno e incontri più o meno casuali, imprevisti e soluzioni altrettanto impreviste, attraverso Murmansk, la Carelia, le tre repubbliche baltiche fino a Kaliningrad, la Bielorussia e l’Ucraina lungo i Carpazi. Tradizione e modernità, inclusi ed esclusi, est e ovest. E alla fine tutto si unisce, fra treni, natura, gente.

sabato 6 settembre 2008

Please Kill Me: The Oral History of Punk


Ho una strana tendenza a conservare le cose che mi piacciono per godermele in futuro. Così capita ad esempio tutti gli anni che l’ultima stecca di torrone duro alla mandorla finisca verso la fine di giugno.
Il discorso vale ovvimente anche per i dischi: conservo i miei album preferiti per momenti speciali, perché non vorrei mai rovinare i ricordi a loro legati. Non ascolto mai i miei dischi preferiti. Ma ultimamente su questo versante sto migliorando. Mi concedo ampi ascolti di dischi prima intoccabili e, estendendo il discorso ai libri, ho finalmente ordinato, ottenuto e intaccato “Please Kill Me: The Uncensored Oral History of Punk”, di Legs McNeil e Gillian McCain.

L’avevo adocchiato anni fa in un negozio di roba di seconda mano a Colonia e un paio di mesi dopo l’avevo ritrovato, citato e lodato da Wu Ming I come grande ispirazione per il suo romanzo solista “New thing”, altro libricino che in meno di duecento pagine stipa una selva di ispirazione, idee e rimandi a tematiche reali, dal free jazz al black power.

All’epoca, di Please Kill Me non esisteva una traduzione italiana, così appena laureato, lo sbarbato neotraduttore che ero aveva scritto a Minimum Fax, che già deteneva i diritti di traduzione, per proporsi come traduttore per l'opera. Mi viene ancora da ridere a pensare che forse speravo davvero che mi rispondessero, o che addirittura accettassero la proposta. Fatto sta che un annetto e mezzo dopo esce sta benedetta traduzione. Ovviamente non ho la minima presunzione di aver fatto scattare io la molla, credo che Wu Ming I si battesse già da anni, e poi mica vanno ad ascoltare un ragazzino con la sua bella pergamena fresca in mano. Però ogni tanto il mio immodesto ego ama cullarsi fra i “c’ero prima io”.

Legs McNeil è uno che nella scena punk americana c’era immerso fino al collo, avendo lavorato per diverse riviste della scena locale e inventato il termine stesso “punk”. Di racconti memorabili deve averne sentiti raccontare diversi. Tanto è vero che decide di raccoglierli e scrivere la sua versione della storia del punk, mettendo in fila dichiarazioni fatte da diversi protagonisti e lasciando parlare anche chi stava dietro al palco, il che fa sì che i musicisti vengano descritti in modo più naturale, togliendo l’aura di mito e immergendoli nella vita quotidiana.

Emerge fra tutti sto Danny Fields, l’uomo che facendosi della droga del momento è partito dai Velvet Underground (speed) e ha scoperto Doors (whisky), MC5 (marijuana) e Stooges (eroina). Uno che a giudicare dalle sue parole da frocione incallito, questa gentaglia l’ha selezionata più per l’aspetto esteriore che altro.

E questo è tutt’altro che un aspetto marginale. Fields ammette che la musica degli Stooges, prima di incidere album, fosse una cosa assolutamente marginale. Quello che contava era che Iggy vomitasse sul pubblico. Poi è arrivata anche la musica, un buon produttore in uno studio decente può fare miracoli. Per i New York Dolls il discorso è ancora più evidente, sono stati scritturati perché si vestivano da donne (ah, a proposito, erano tutti talmente eterosessuali e Johnny Thunders era terrorizzato dal fatto che la gente potesse pensare che fosse gay) e non per la loro musica.

Non che mi aspettassi che la realtà fosse differente, ma è veramente triste leggere la conferma che praticamente chiunque dotato di una presenza scenica decente (ma forse un bel culo aiuta di più) possa diventare un musicista importante. In pratica quello che conta è il produttore. Stop. Come se nel calcio un buon allenatore potesse portare la Reggina allo scudetto.

Partendo da queste basi, il nostro bel libercolo procede a demolire diverse biografie di cantanti celebri. In pratica, almeno nelle prime 200 pagine, tutti i leader dei gruppi nominati fanno la figura degli egomaniaci. Pare ad esempio che il ruvido Iggy sia in realtà molto più colto dell’intellettualoide Lou Reed, solo che il secondo ama credersi e porsi come uno che sa, per poi pregare uno sconosciuto di cagargli in bocca, ma qui fermiamoci, se no entriamo nel gossip. Soprattutto Jim Morrison, quello a petto nudo, che allarga le braccia sulle magliette, ne esce demolito. Jim è un alcolista fin dai primordi, passa le serate pisciando sul pavimento dei bar perché non riesce neanche a trascinarsi al bagno, si dimena fra le acque di scolo ed è vero che alcuni suoi concerti sono memorabili, ma solo uno su dieci, tanto che ci vuole un po’ per convincere i dirigenti dell’Elektra a scritturarlo. Ah, dimenticavo, pare addirittura che il vecchio Jim non fosse neanche tutto sto grande letterato dopotutto.

Ok, ammetto che da questa descrizione pare che stia leggendo un libro scandalistico. In realtà si parla soprattutto di musica, ma per descrivere al meglio la musica bisogna conoscere il musicista, possibilmente immerso nel suo habitat. In pratica la storia personale e la personalità dei musicisti vengono usate per spiegare il loro stile e la loro attitudine. E il punk è un genere che più di ogni altro nasce dalla personalità del musicista, perché, lo vogliate o no, il punk è immagine ancora prima che musica. Quello che risalta nel punk non è tanto la musica, quanto la personalità. Chi conosce i New York Dolls? Vedo tante mani alzate. Chi conosce le loro canzoni? Così pochi? Chi sa dirmi il titolo di una canzone degli MC5 che non sia quella che tutti sappiamo?

E qui torniamo a Danny Fields. Il punk ha bisogno di un magnaccia come lui, o come l’infame Malcolm McLaren, uno al quale interessa solo l’immagine, uno che della musica se ne frega fino ad un certo punto.
Fino alla fine degli anni ’60 il rock era tutto sommato basato sulla musica. La personalità degli artisti contava fino ad un certo punto. Dei Byrds, degli Animals, dei Jefferson Airplane, si conoscono le canzoni, non la biografia. Elvis, i Beatles, gli Stones sono i primi a costruirsi un’immagine, ma dai Velvet Underground in poi la cornice comincia a contare più del contenuto. E non sto qui a dirvi che così non dovrebbe essere, perché non sta a me. Anche lo stile ha la sua importanza, non lo nego.

Il succo del discorso è che al musicista punk non basta cantare canzoni, le deve anche vivere fuori dal palco.

Detto questo, che pare molto romantico, Legs ci insegna anche che per farlo bisogna essere dei bei cazzoni. Sul musicista come testa di cazzo sentenzierò a breve.