Signori c'è speranza.
Il primo è stato San Paolo. Saulo era un gabelliere, esattore o qualcosa del genere, poi è stato fulminato sulla via di Damasco e ha cambiato idea e nome d'arte.
Poi è stata la volta di mille altri esattori illuminati, come tale Zaccheo o il più titolato San Marco Evangelista.
Dopo Millenni è arrivato Giovanni Lindo Ferretti, passato dagli Huligani Dangereux, fedeli alla linea anche quando la linea era già stata sniffata dal popolo incazzato, alla redenzione e al conseguente passaggio "dalle pere a Pera", come recita un famoso graffito spruzzato vicino a casa sua.
E che dire di Bill Gates che si dà alla beneficenza?
Qualcuno mormora che anche Gramsci si sia convertito al Bene in punto di morte, anche se per me boh.
Che sia ora il turno del Bassissimo? Che possa ancora raggiungere l'Illuminazione anche senza aggrapparsi al lampadario, riconoscendo di aver talvolta peccato, lasciando milioni d'italiani a chiedersi "E ora che faccio?"
In fondo spero di no, non sopporterei mai di vederlo lasciare il demonio per la casacca nerazzurra di suo cugino.
lunedì 5 gennaio 2009
venerdì 2 gennaio 2009
Quotidiani su internet: t*tt* e la*o B sotto la foto
Da quando vivo all’estero la mia Italia è confinata a qualche indirizzo internet: un paio di blog, Raiclick e tre quotidiani, in rigido ordine di consultazione: Gazzetta, Corriere, Repubblica.
I tre quotidiani mi servono per rimanere aggiornato su politici (da non confondere con politica), calcio parlato, stragi e polemiche, il curriculum minimo per potermi ancora presentare alla gente come campione del mondo.
Ora, risparmiamo la Gazza e parliamo di Repubblica e Corriere. Porto il massimo rispetto per le versioni cartacee, secondo me alcuni dei migliori esempi in Europa di compromesso fra qualità e roba che a nessuno piace ma tutti leggono.
Mi fa ridere la fama e l’autorevolezza dei quotidiani inglesi. Independent, Observer & Guardian hanno un'ossessione per quello che passa in televisione, oltre all'albionica abitudine di concentrarsi su personalità individuali, dalla quale nasce la passione dei sudditi di sua maestà (non a caso una personalità) per le chiacchiere, che lassù si chiamano gossip. Nelle rubriche di opinione si parla solo di celebrity cooks e altri inquilini del piccolo scherno. È difficile seguire queste rubriche senza conoscere quello che passa mamma Bibbiccì.
I tedeschi invece sono tedeschi, pensano che la vita sia una cosa seria e stampano questa filosofia nel testo fitto e nelle poche fotografie della Süddeutsche Zeitung. L'uso di tabelle esplicative o grafici svilirebbe di certo l'importanza di certi argomenti.
La lettura risulta tanto noiosa quanto informativa.
Glissando sugl’ispanici, che non conosco, La Repubblica, Il Corriere e Le Monde sembrano gli unici giornali dove si trova di tutto un po’ e che stimolano la lettura. E ribadisco che mi riferisco alle versioni in carta stampata.
Il discorso è molto diverso quando si passa ai siti internet, che sono notoriamente un cataplasma di mucillaggine, con qualche perla nascosta fra le alghe più irritanti. Severgnini sul Corriere è solitamente confinato a collegamenti a fondo pagina e gli articoli di Rumiz e Mura su Repubblica di solito vanno ricercati nel motore di ricerca o dalla pagina di Wikipedia relativa al giornalista.
Ma non voglio perdermi a parlare di contenuto. Da bravo italiano, è la forma che mi interessa.
È perché c'è una cosa che mi turba da un po': davvero in Italia la gente chiama il culo "lato b"? O sono solo i giornali, come sospetto? Temo che l'uso di questo termine possa diventare un fenomeno simile a quello che impone ai giornali di abusare del termine "sballo", nonostante sia uscito dal linguaggio parlato prima della diffusione dell’ecstasy, o peggio, chiamare le sigarette "bionde", metafora che deve aver fatto il '68 con i giornalisti di Repubblica, perché io non l'ho mai sentito pronunciare nell'arco della mia non più troppo breve vita.
Queste cose sembrano cazzate, ma ci mostrano quanto i giornalisti siano fuori dal tempo. Magari non tutti, ma sicuramente quelli che il convento passa nelle messe diurne.
Gli articoli poi sono pieni di tematiche e termini ricorrenti. Si parla di "vergogna" per uno "scandalo", per poi passare nel giro di una settimana alla constatazione dell'"equivoco", "fraintendimento", "malinteso" o "complotto", spesso "in mala fede" e terminare con "assoluzione" o "perdono". E vi consiglio di meditare sul numero di termini disponibili per la seconda fase.
L'importante è che alla fine si emerga come "vittima" o "martire", quest'ultimo chiamato anche "eroe". Notare lo spostamento semantico del termine "eroe" da "persona che per eccezionali virtù di coraggio o abnegazione si impone all'ammirazione di tutti" (Devoto Oli) a "persona che ha avuto la sfiga di morire in un paese in stato di guerra" (definizione personale).

Come promesso, da qui in poi si parla di tete e fiba. Se avete saltato la prima parte avete il dovere morale di smetterla di criticare la qualità degli articoli sui siti di Corriere e Repubblica.
Gli articoli sulle tatte (la fiva non è ancora stata sdoganata) sono quelli più esilaranti dal punto di vista linguistico. Il filone mammario si divide in quattro: "calendari", "protesta nuda", "body painting", e "moda", con l'occasionale aggiunta di "bagno nudo fra i ghiacci" e "Spencer Tunick".
Si tratta ovviamente di articoli fotografici, quindi il testo è poco, ma la parte interessante sono i titoli. Uno dei principi del giornalismo è il carattere di novità e originalità della notizia. In questi casi questi principî si fanno da parte in favore dell'erotismo e ci si trova ad aver già utilizzato tutti i titoli possibili per una notizia che si ripete sempre identica. Per questo motivo anche i titoli tendono ad essere ripetitivi.
Nel genere "calendari" si giustifica la scelta della notizia citando il lato artistico dell'operazione e se ne maschera la frivolezza usando il magico termine "trash", che giustifica qualsiasi eccesso dando l'idea che sia stato fatto con consapevolezza.
Un titolo molto diffuso è ad esempio "Il calendario di XYZ, fra eros e trash".
Il discorso è molto simile per "body painting", dove però stranamente si parla raramente di trash. A differenza del calendario, il regno del body painting sono fiere e saloni, dedicati e non. Nei titoli per i saloni appositamente ideati per pitturare la carne è sufficiente indicare il luogo, mentre per eventi dedicati ad altri temi si può concedersi qualche gioco di parole. Un titolo che appare ogni anno è "Bellezze e motori: body painting al MotorShow di Bologna".
Per "protesta nuda" la giustificazione è nel fine della protesta, che è l'unico elemento che occorre specificare nel titolo. Il formato è semplice: "XYZ protestano nudi in favore/contro ABC", laddove XYZ sono studentesse, hostess, casalinghe e ABC è la causa.
"Moda" è l'unico dei quattro filoni nel quale non sempre appare nudità, perché si tratta dell'unico argomento che può destare interesse indipendentemente da tefte e culi. Per questo quando la nudità appare è importante specificarlo. La scusa più semplice e funzionale è la provocazione. Il titolo più gettonato "Provocazione in passerella: le modelle di XYZ sfilano nude ad ABC".
Se vi interessa avere la conferma di quanto ho scritto, oppure volete avere un'ottima scusa per guardare un po' di totte, ecco un elenco dei titoli disponibili in questo momento (purtroppo dovrete fare a meno del link, perché sono al lavoro):
www.repubblica.it
- A Bruxelles c'è un maniaco che fotografa solo le pance
- Le foto delle donne che allattano rimosse da Facebook: è protesta (il mio preferito)
- Sheyla, maggiorata al silicone, li misure sono da Guinness dei primati ("Guinness dei primati" è un altro filone secondario molto interessante)
- Bellezze, solidarietà, arte, amatoriali e trash, sfogliate i nostri 294 calendari (notare la presenza delle giustificazioni "arte", "trash" e "solidarietà"
www.corriere.it
- Facebook censura le foto delle mamme che allattano (più elegante della versione di Repubblica, senza la fastidiosa pausa creata dai due punti)
- Chi fa il bagno (gelato) a Capodanno...
- Immigrati in posa per il calendario clandestino (per donne!)
- Linda Santaguida, stile anni '70 (non la conosco, magari è una suora, ma chissà cosa mi dice di no)
I tre quotidiani mi servono per rimanere aggiornato su politici (da non confondere con politica), calcio parlato, stragi e polemiche, il curriculum minimo per potermi ancora presentare alla gente come campione del mondo.
Ora, risparmiamo la Gazza e parliamo di Repubblica e Corriere. Porto il massimo rispetto per le versioni cartacee, secondo me alcuni dei migliori esempi in Europa di compromesso fra qualità e roba che a nessuno piace ma tutti leggono.
Mi fa ridere la fama e l’autorevolezza dei quotidiani inglesi. Independent, Observer & Guardian hanno un'ossessione per quello che passa in televisione, oltre all'albionica abitudine di concentrarsi su personalità individuali, dalla quale nasce la passione dei sudditi di sua maestà (non a caso una personalità) per le chiacchiere, che lassù si chiamano gossip. Nelle rubriche di opinione si parla solo di celebrity cooks e altri inquilini del piccolo scherno. È difficile seguire queste rubriche senza conoscere quello che passa mamma Bibbiccì.
I tedeschi invece sono tedeschi, pensano che la vita sia una cosa seria e stampano questa filosofia nel testo fitto e nelle poche fotografie della Süddeutsche Zeitung. L'uso di tabelle esplicative o grafici svilirebbe di certo l'importanza di certi argomenti.
La lettura risulta tanto noiosa quanto informativa.
Glissando sugl’ispanici, che non conosco, La Repubblica, Il Corriere e Le Monde sembrano gli unici giornali dove si trova di tutto un po’ e che stimolano la lettura. E ribadisco che mi riferisco alle versioni in carta stampata.
Il discorso è molto diverso quando si passa ai siti internet, che sono notoriamente un cataplasma di mucillaggine, con qualche perla nascosta fra le alghe più irritanti. Severgnini sul Corriere è solitamente confinato a collegamenti a fondo pagina e gli articoli di Rumiz e Mura su Repubblica di solito vanno ricercati nel motore di ricerca o dalla pagina di Wikipedia relativa al giornalista.
Ma non voglio perdermi a parlare di contenuto. Da bravo italiano, è la forma che mi interessa.
È perché c'è una cosa che mi turba da un po': davvero in Italia la gente chiama il culo "lato b"? O sono solo i giornali, come sospetto? Temo che l'uso di questo termine possa diventare un fenomeno simile a quello che impone ai giornali di abusare del termine "sballo", nonostante sia uscito dal linguaggio parlato prima della diffusione dell’ecstasy, o peggio, chiamare le sigarette "bionde", metafora che deve aver fatto il '68 con i giornalisti di Repubblica, perché io non l'ho mai sentito pronunciare nell'arco della mia non più troppo breve vita.
Queste cose sembrano cazzate, ma ci mostrano quanto i giornalisti siano fuori dal tempo. Magari non tutti, ma sicuramente quelli che il convento passa nelle messe diurne.
Gli articoli poi sono pieni di tematiche e termini ricorrenti. Si parla di "vergogna" per uno "scandalo", per poi passare nel giro di una settimana alla constatazione dell'"equivoco", "fraintendimento", "malinteso" o "complotto", spesso "in mala fede" e terminare con "assoluzione" o "perdono". E vi consiglio di meditare sul numero di termini disponibili per la seconda fase.
L'importante è che alla fine si emerga come "vittima" o "martire", quest'ultimo chiamato anche "eroe". Notare lo spostamento semantico del termine "eroe" da "persona che per eccezionali virtù di coraggio o abnegazione si impone all'ammirazione di tutti" (Devoto Oli) a "persona che ha avuto la sfiga di morire in un paese in stato di guerra" (definizione personale).

Come promesso, da qui in poi si parla di tete e fiba. Se avete saltato la prima parte avete il dovere morale di smetterla di criticare la qualità degli articoli sui siti di Corriere e Repubblica.
Gli articoli sulle tatte (la fiva non è ancora stata sdoganata) sono quelli più esilaranti dal punto di vista linguistico. Il filone mammario si divide in quattro: "calendari", "protesta nuda", "body painting", e "moda", con l'occasionale aggiunta di "bagno nudo fra i ghiacci" e "Spencer Tunick".
Si tratta ovviamente di articoli fotografici, quindi il testo è poco, ma la parte interessante sono i titoli. Uno dei principi del giornalismo è il carattere di novità e originalità della notizia. In questi casi questi principî si fanno da parte in favore dell'erotismo e ci si trova ad aver già utilizzato tutti i titoli possibili per una notizia che si ripete sempre identica. Per questo motivo anche i titoli tendono ad essere ripetitivi.
Nel genere "calendari" si giustifica la scelta della notizia citando il lato artistico dell'operazione e se ne maschera la frivolezza usando il magico termine "trash", che giustifica qualsiasi eccesso dando l'idea che sia stato fatto con consapevolezza.
Un titolo molto diffuso è ad esempio "Il calendario di XYZ, fra eros e trash".
Il discorso è molto simile per "body painting", dove però stranamente si parla raramente di trash. A differenza del calendario, il regno del body painting sono fiere e saloni, dedicati e non. Nei titoli per i saloni appositamente ideati per pitturare la carne è sufficiente indicare il luogo, mentre per eventi dedicati ad altri temi si può concedersi qualche gioco di parole. Un titolo che appare ogni anno è "Bellezze e motori: body painting al MotorShow di Bologna".
Per "protesta nuda" la giustificazione è nel fine della protesta, che è l'unico elemento che occorre specificare nel titolo. Il formato è semplice: "XYZ protestano nudi in favore/contro ABC", laddove XYZ sono studentesse, hostess, casalinghe e ABC è la causa.
"Moda" è l'unico dei quattro filoni nel quale non sempre appare nudità, perché si tratta dell'unico argomento che può destare interesse indipendentemente da tefte e culi. Per questo quando la nudità appare è importante specificarlo. La scusa più semplice e funzionale è la provocazione. Il titolo più gettonato "Provocazione in passerella: le modelle di XYZ sfilano nude ad ABC".
Se vi interessa avere la conferma di quanto ho scritto, oppure volete avere un'ottima scusa per guardare un po' di totte, ecco un elenco dei titoli disponibili in questo momento (purtroppo dovrete fare a meno del link, perché sono al lavoro):
www.repubblica.it
- A Bruxelles c'è un maniaco che fotografa solo le pance
- Le foto delle donne che allattano rimosse da Facebook: è protesta (il mio preferito)
- Sheyla, maggiorata al silicone, li misure sono da Guinness dei primati ("Guinness dei primati" è un altro filone secondario molto interessante)
- Bellezze, solidarietà, arte, amatoriali e trash, sfogliate i nostri 294 calendari (notare la presenza delle giustificazioni "arte", "trash" e "solidarietà"
www.corriere.it
- Facebook censura le foto delle mamme che allattano (più elegante della versione di Repubblica, senza la fastidiosa pausa creata dai due punti)
- Chi fa il bagno (gelato) a Capodanno...
- Immigrati in posa per il calendario clandestino (per donne!)
- Linda Santaguida, stile anni '70 (non la conosco, magari è una suora, ma chissà cosa mi dice di no)
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giovedì 1 gennaio 2009
Il superclassificacchio
Stavo per chiosare sulle classifiche dei migliori dischi dell’anno, ma poi ho pensato che nessuno ha mai preteso di prenderle sul serio. E allora perché renderle serie ridicolizzandole? Stendiamo un pietoso velo di bianchetto e cominciamo da capo. Diciamo che anche se avessi ascoltato abbastanza roba nuova da poter buttar giù una classifica, credo che non avrei avuto la voglia di rovinarmi l’ascolto chiedendomi se un pezzo è meglio o peggio di un altro di tutt'altro genere.
Perciò cambiamo gioco. Una sola canzone, ma una per ogni mese. Spesso non la più ascoltata, ma quella più significativa, e qualche volta immagino ci scapperà qualcosa che manco mi piace. Una specie di calendario per impotenti, con gli spartiti al posto delle tette.
Gennaio è Bandiera bianca di Battiato. L’unico evento del mio ultimo inverno irlandese è stato incontrare Tomas a Dublino. In corriera, sul tragitto eterno che sega Ibernia in orizzontale, ho sviluppato una specie di ossessione per testo e musica di questa canzone. Battiato ha delle frasi fulminanti. Se provi a leggerle nel contesto della canzone di solito non significano una mazza, ma se le prendi singolarmente sono geniali. E poi anch’io a Beethoven e Sinatra preferisco l’insalata.
Febbraio è difficile. Ricordo solo che il 20 gennaio le radio dicevano che qualche ricercatore aveva stabilito che era il giorno più deprimente dell’anno e io pensavo che era vero. Cazzo dico? Ora ricordo! La prima metà di febbraio l'ho passata a Londra, in missione per conto dell'azienda. Lo avevo rimosso, ma quella è stata la fine del periodo deprimente. Tredici strani giorni, perso da solo nei musei la notte, dopo lavoro. Vicino a Covent Garden realizzo una volta per tutte di non sopportare più le isole grigie. E che comunque c’è isola grigia e isola grigia e anche nella più grigia c’è grigio e grigio. Sfiga vuole che sia capitato proprio nel punto più grigio. Piuttosto che l’Irlanda è meglio la Mongolia. È Tabula Rasa Elettrificata, ma soprattutto M’importa ‘na sega.
Marzo se lo aggiudica Please, please, please, let me get what I want degli Smiths. Giovedì sera dopo lavoro, ricerca veloce di altro posto di lavoro e partitella con i colleghi. Pioggia, neve, vento. Nulla ci ferma, siamo irlandesi. In macchina, solo, nelle campagne scure che separano la mia bucolica città dalla collina dei campetti, mi perdo ancora dopo un anno che faccio la stessa strada e canto l’unica canzone che la mia voce bassa mi concede. Non si sta così male qui, ma è comunque ora di levarsi di mezzo.
Ad aprile giunge la lieta novella. Ho trovato lavoro in Olanda. Passo da generale a soldato semplice, guadagno un bel po’ meno, ma la cosa non mi tange. Nell’ultimo mese di lavoro non sono concesse ferie, ma mi concedo la pazzia di rompere le palle ai miei boss perché mi lascino tornare in Italia per mettere una X sul simbolo di un partito che non ha speranza. “Non tornerò mai dov’ero già, non tornerò mai a prima mai” vale doppio per me. Aprile va ad Irata dei CSI, che ha anche la dose di malinconia adatta per un addio, per quanto atteso.
Il 9 maggio sono in Olanda. La mia musica diventa quella che ascolto nei 70 minuti quotidiani verso l’ufficio e di ritorno. Musica rapida per svegliarmi la mattina e qualcosa in italiano che mi racconti la storia della buonanotte al ritorno. Il nuovo disco dei Baustelle a tratti fa pena, ma spesso è geniale. La scelta di scendere di grado pur di levarmi dai coglioni paga fin dall’inizio e Il capitalismo ha i giorni contati.
Le giornate di giugno sono lunghe, verso le venitrè il sole concede all'elettricità la sua parte di luce ed è blues portare una sedia sul terrazzo, aprire una Palm e leggere Mark Twain ascoltando Heartattack and Vine di Tommaso Aspetta.
A luglio finalmente ordino quel libro che aspettavo di leggere da anni. Please Kill Me, the Oral History of Punk di Legs McNeil diventa un’ossessione (vedi svariati post precedenti) e, come direbbero i migliori viggei di Emtivì, ora ci becchiamo Love Comes in Spurts di Richard Hell e i suoi Vuotoidi.
Arriva agosto e cerco un po’ d’Africa in giardino. Dervla Murphy (Travels with Egbert) è irlandese e talmente alcolizzata da ubriacarsi spensieratamente ogni sera anche nell’entroterra del Camerun, sola con la figlia e il cavallo. Fra Bamenda e il deserto dei Tinariwen c’è qualche migliaio di chilometri, ma ho la scusa di prepararmi per il concerto. Il miglior concerto dell’anno. Amassakoul è la prescelta.
A settembre la grande rimpatriata. Per il matrimonio di Tobias e per ritrovare Federico, vado in Francia, a Vesoul, già decantata da Jacques Brel nell’omonima canzone. Comunque pare che ci sia una Vesoul anche in Belgio.
Ottobre è per forza di cose il mese dei Sonic Youth. Decidono di suonare a Bolzano il giorno del mio compleanno. E che, non ci vado? Ci vado, ci vado. The Diamond Sea la spunta su The Empty Page e Disconnection Notice.
Fra una cosa e l’altra quest’anno ho ascoltato parecchio Capossela. Ma ci vuole del tempo per superare il mio pregiudizio verso uno che ai tempi dell'università era il grande idolo dei più stereotipati dei centrosocialisti. All’inizio mi sembra che scriva testi stereotipati su basi jazz e blues che sanno di standard. Ma a novembre mi accorgo di sbagliarmi di brutto, oh quanto mi sbaglio. La nomination va all’Accolita dei rancorosi.
Dicembre dovrebbe andare a Three Sisters di Jim Carroll. Invece no, va a Suds & Soda dei dEUS, indipendentemente dal fatto che li abbia visti in concerto in questo mese. Suds & Soda è la canzone dell’anno. È l’unico esempio a me noto di brano perfetto, la struttura varia di continuo con parti decisamente eterogenee, ma integrate perfettamente. I violini, il secondo chitarrista che ripete "Friday" ad libitum (qualcuno si è preso la briga di contare, pare che lo urli circa 250 volte), l’assolo di tastiera, il testo assurdo che parla di acqua minerale saponata che si miscela perfettamente con la birra, sono tutte trovate geniali per un pezzo che da solo è in grado di mettermi la tachicardia peggio di sette caffè corretto vecchia. Grazie agli dEUS, nel giorno che tutti noi secchioni musicali attendiamo, quello in cui qualcuno ci chiederà "qual'è la tua canzone preferita di sempre?" io sarò l’unico a sapere cosa rispondere.
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mercoledì 10 dicembre 2008
Laddove ci si diletta col trattar di calzature
Sarà che risaltano con i colori dell'iride, sarà che ci sto cadendo pur io, ma questa delle scarpe sta diventando un po' alla volta un’ossessione.
Giro da settimane per la Kalverstraat, cercando uno ed un solo irreperibile regalo di Natale e solo ora mi accorgo che metà dei negozi sono di scarpe. Scarpe colorate, Adidas, Onitsuka, Converse: sempre uguali di forma, di colori sempre diversi.
La stessa forma adattata per rapper tamarri da Foot Locker o per adolescenti fosforescenti nei negozi di marca. Per adulti responsabili disponibili modelli in pelle nero o marrone castagna. Per il figlio di Mario Rossi trovi le Converse rosse o blu, ma se vuoi puoi permetterti qualsiasi colore, perché Kill Bill ha sdoganato le scarpe colorate.

E ora l’ultimo grido, la Onitsuka le fa che somigliano alle Converse, a quando la restituzione del favore? Sempre nuovo, ma sempre ancorato alle radici, a quello che c'era già. Colore nuovo, ma rispetto per la forma originaria. È così che cambia la società? Forse che anche Barackobaldo si dovrà conformare a questa legge?
È il vecchio che torna nuovo, la casta delle scarpe. Le All Stars mi smottavano il pancreas quando avevo 9 anni. Le esibivano scucite già i Ramones, nel millenovecentosettantacippa. Poi pare che la gente abbia capito e che l’azienda sia stata sul punto di andare in crauti, per essere poi però acquisita e salvata con un’iniezione anabolizzante di marketing da parte dell'acquirente, che ha avuto la trillante idea di pagare gli Strokes per brandirle dal vivo. Su Wikipedia ci metterebbero un bel [Please verify source], ma a me vi tocca credermi sulla parola. E ora piacciono quasi pur a me, vent’anni mi ci sono voluti per adattarmici, ma ce l’ho fatta alfine.
Discorso parallelo per le Onitsuka, all’inizio buone solo per riconoscere i turisti italiani in giro per il centro di Galway, poi, quando ormai gli italiani non erano più gli unici ad indossarle, diventate anche per me un’ossessione, fino al punto in cui sto cercando il mio terzo paio (prima nere in pelle con striscine gialle, ora in jeans, verde chiaro con strisce e lacci bianchi, ma al negozio le ho viste viola shocking con striscia bianca o grigio opaco con striatura in viola lucido). E mica sono solo io. K è una ragazza di saldi principi, ha sempre disapprovato il mio primo paio, poi dopo un mese la trovo a Genova con quelle da donna, nere con motivo giallo e bianco.
E pensare che la qualità è infima. In caso di pioggia si scivola. E non solo se piove. Ricordo a Galway, in Eyre Square c’era una parte rivestita di pietra levigata, dove si rischiava sempre di cappottare. Chissà quanti turisti ci hanno lasciato le culatte. La suola poi è talmente fine che è come camminare a piedi nudi e dopo un paio di mesi la parte dietro il tallone finisce per venire a contatto con il suolo e si consuma fino a bucarsi. Così uno corre a comprarne un altro paio, uguali, ma di colore o materiale diverso.

Ora vedo che le sneakers, come le chiamano gli adolescenti fosforescenti, sono diventate oggetto cult. Un mese fa i primi libri fotografici (sorry, dovrei dire “book”) all’American Book Center, con tanto di presentazione. Poi il dilagare del fenomeno “Pimp my Sneakers”, dove uno porta le scarpe e gli artisti da marciapiede (street artist) gliele pimpano di gusto.
Risale a ieri la colonizzazione della libreria universitaria, che in vetrina esibiva in cartonato l'evoluzione delle Adidas dalle origini ai giorni nostri, sempre per presentare una nuova mirabile opera editoriale.
Nel negozio equo e pure solidale ho visto le Converse etiche, mentre designer meno equi e pure solidali si sbizzarriscono con le imitazioni. Il motivo caratteristico, le tre linee dell'Adidas, le righe intrecciate delle Onitsuka, vengono sottoposte a mille variazioni. Si sprecano le finte Adidas con due, quattro, mille linee, ci sono quelle con due righe incrociate a X, baffi della Nike e basette della Mike, N, V, Y , Z.
E così fra scarpine per bimbi, ibridi di "trainer" e "sneaker", scarpe da ginnastica e scarpette da finta ginnastica, versioni con caviglia alta, basse da ragazza, semiciabatte, stivaletti (!), uno fa della sociologia un gioco studiando il perpetrarsi della variazione di un unico modello.
Giro da settimane per la Kalverstraat, cercando uno ed un solo irreperibile regalo di Natale e solo ora mi accorgo che metà dei negozi sono di scarpe. Scarpe colorate, Adidas, Onitsuka, Converse: sempre uguali di forma, di colori sempre diversi.
La stessa forma adattata per rapper tamarri da Foot Locker o per adolescenti fosforescenti nei negozi di marca. Per adulti responsabili disponibili modelli in pelle nero o marrone castagna. Per il figlio di Mario Rossi trovi le Converse rosse o blu, ma se vuoi puoi permetterti qualsiasi colore, perché Kill Bill ha sdoganato le scarpe colorate.

E ora l’ultimo grido, la Onitsuka le fa che somigliano alle Converse, a quando la restituzione del favore? Sempre nuovo, ma sempre ancorato alle radici, a quello che c'era già. Colore nuovo, ma rispetto per la forma originaria. È così che cambia la società? Forse che anche Barackobaldo si dovrà conformare a questa legge?
È il vecchio che torna nuovo, la casta delle scarpe. Le All Stars mi smottavano il pancreas quando avevo 9 anni. Le esibivano scucite già i Ramones, nel millenovecentosettantacippa. Poi pare che la gente abbia capito e che l’azienda sia stata sul punto di andare in crauti, per essere poi però acquisita e salvata con un’iniezione anabolizzante di marketing da parte dell'acquirente, che ha avuto la trillante idea di pagare gli Strokes per brandirle dal vivo. Su Wikipedia ci metterebbero un bel [Please verify source], ma a me vi tocca credermi sulla parola. E ora piacciono quasi pur a me, vent’anni mi ci sono voluti per adattarmici, ma ce l’ho fatta alfine.
Discorso parallelo per le Onitsuka, all’inizio buone solo per riconoscere i turisti italiani in giro per il centro di Galway, poi, quando ormai gli italiani non erano più gli unici ad indossarle, diventate anche per me un’ossessione, fino al punto in cui sto cercando il mio terzo paio (prima nere in pelle con striscine gialle, ora in jeans, verde chiaro con strisce e lacci bianchi, ma al negozio le ho viste viola shocking con striscia bianca o grigio opaco con striatura in viola lucido). E mica sono solo io. K è una ragazza di saldi principi, ha sempre disapprovato il mio primo paio, poi dopo un mese la trovo a Genova con quelle da donna, nere con motivo giallo e bianco.
E pensare che la qualità è infima. In caso di pioggia si scivola. E non solo se piove. Ricordo a Galway, in Eyre Square c’era una parte rivestita di pietra levigata, dove si rischiava sempre di cappottare. Chissà quanti turisti ci hanno lasciato le culatte. La suola poi è talmente fine che è come camminare a piedi nudi e dopo un paio di mesi la parte dietro il tallone finisce per venire a contatto con il suolo e si consuma fino a bucarsi. Così uno corre a comprarne un altro paio, uguali, ma di colore o materiale diverso.

Ora vedo che le sneakers, come le chiamano gli adolescenti fosforescenti, sono diventate oggetto cult. Un mese fa i primi libri fotografici (sorry, dovrei dire “book”) all’American Book Center, con tanto di presentazione. Poi il dilagare del fenomeno “Pimp my Sneakers”, dove uno porta le scarpe e gli artisti da marciapiede (street artist) gliele pimpano di gusto.
Risale a ieri la colonizzazione della libreria universitaria, che in vetrina esibiva in cartonato l'evoluzione delle Adidas dalle origini ai giorni nostri, sempre per presentare una nuova mirabile opera editoriale.
Nel negozio equo e pure solidale ho visto le Converse etiche, mentre designer meno equi e pure solidali si sbizzarriscono con le imitazioni. Il motivo caratteristico, le tre linee dell'Adidas, le righe intrecciate delle Onitsuka, vengono sottoposte a mille variazioni. Si sprecano le finte Adidas con due, quattro, mille linee, ci sono quelle con due righe incrociate a X, baffi della Nike e basette della Mike, N, V, Y , Z.
E così fra scarpine per bimbi, ibridi di "trainer" e "sneaker", scarpe da ginnastica e scarpette da finta ginnastica, versioni con caviglia alta, basse da ragazza, semiciabatte, stivaletti (!), uno fa della sociologia un gioco studiando il perpetrarsi della variazione di un unico modello.
martedì 9 dicembre 2008
Oi nemo a veder i Deerhoof
Stavolta non sono il solo ad essere da solo. Penso che tutti gli estimatori dei Deerhoof siano soggetti alla mia stessa sindrome, quella da allergia verso il gruppo da parte di tutti gli amici.
Provate a farli ascoltare ad amici e conoscenti e se passano indenni oltre alle basi veloci, dissonanti e frammentarie, ci pensa sicuramente la voce melodiosamente stridula della giapponesina portatile a farli fuggire.
The human version of Hello Kitty, scrive l’Amsterdam Weekly, e sembrerebbe una metafora triste e stereotipata, se non corrispondesse perfettamente alla verità. Più bassa del suo basso a violino stile Paul McCartney, la Satomi è simpatica come uno di quei personaggi dagli occhi enormi.
“’Cazzo c’entra la statura?”, direte voi. Beh, c’entra perché la sua voce è quella di una che è bassa, ma che ci tiene a farsi sentire, altre scuse mi sa che non ne trovo. Comunque è proprio bassa.
Invece Greg Saunier è alto come un pilone dell’ENEL. È il leader indiscusso, che porta la batteria in primo piano sul palco, esegue di persona saluti e ringraziamenti alzandosi dal sediolino, raggiungendo Hello Kitty e chinandosi sul suo microfono.
Attaccano con Milk Man e si capisce subito che sono un gruppo che si esprime al meglio sul palco. Anche Saunier lo sa e per tutto il concerto ha il sorriso di chi conosce il proprio valore, come quei ragazzini americani che crescono con i genitori che gli fanno ripetere davanti allo specchio "io sono speciale".
Ma nonostante ciò è simpatico, perché si contorce sulla sua batteria fragile come un cestista in una Y10, fa smorfie di concentrazione e fatica e aggiusta continuamente la posizione del suo sonoro ambaradan. Una volta tira perfino le pelli dei tamburi. Si vede che la ama, la sua batteria.
E va bene così, perché il gruppo è costruito attorno a lui, con i due chitarristi che sembra stiano facendo una gara per servire al meglio il loro signore. Una potenza enorme. Tutte le canzoni, dal vivo, assumono una carica stratosferica, tanto da farti pensare che avevi sbagliato a giudicarle. Non solo perché pompano di più, ma addirittura la qualità è migliore.
La batteria detta i tempi, le chitarre si sfidano fra arpeggi da ritiro della patente e riff stralunati, con parti melodiche cucite qua e là, giusto per dare un aiutino all’ascoltatore. Per fortuna c'è la Satomi a ricordare ai ragazzi che non sono i Melt Banana e canta con la sua voce fragile, che è la fortuna, ma soprattutto la maledizione, della band, perché riesce a renderli unici, ma soprattutto indigesti per le masse.
Ma proprio per questo l’atmosfera al Melkweg è più familiare, come spesso accade ai concerti dei gruppi meno noti. Familiare e rarefatta, visto che la sala si è riempita in modo sospettoso solo a dieci minuti dall’inizio. Talmente familiare che il leader del gruppo spalla può permettersi di cantare in mezzo al pubblico, dopo aver cantato il primo pezzo nascosto, per poi sbucare dietro la mia schiena. Bravi i Parenthetical Girls, electro rock con un cantante che è la versione alternativa di Mika e ha tanta, tanta voglia di mettersi in mostra, con colpi di teatro come la scena finale, dove tutti i membri del gruppo terminano uno alla volta con il suonare un elemento della batteria.
Provate a farli ascoltare ad amici e conoscenti e se passano indenni oltre alle basi veloci, dissonanti e frammentarie, ci pensa sicuramente la voce melodiosamente stridula della giapponesina portatile a farli fuggire.
The human version of Hello Kitty, scrive l’Amsterdam Weekly, e sembrerebbe una metafora triste e stereotipata, se non corrispondesse perfettamente alla verità. Più bassa del suo basso a violino stile Paul McCartney, la Satomi è simpatica come uno di quei personaggi dagli occhi enormi.
“’Cazzo c’entra la statura?”, direte voi. Beh, c’entra perché la sua voce è quella di una che è bassa, ma che ci tiene a farsi sentire, altre scuse mi sa che non ne trovo. Comunque è proprio bassa.
Invece Greg Saunier è alto come un pilone dell’ENEL. È il leader indiscusso, che porta la batteria in primo piano sul palco, esegue di persona saluti e ringraziamenti alzandosi dal sediolino, raggiungendo Hello Kitty e chinandosi sul suo microfono.
Attaccano con Milk Man e si capisce subito che sono un gruppo che si esprime al meglio sul palco. Anche Saunier lo sa e per tutto il concerto ha il sorriso di chi conosce il proprio valore, come quei ragazzini americani che crescono con i genitori che gli fanno ripetere davanti allo specchio "io sono speciale".
Ma nonostante ciò è simpatico, perché si contorce sulla sua batteria fragile come un cestista in una Y10, fa smorfie di concentrazione e fatica e aggiusta continuamente la posizione del suo sonoro ambaradan. Una volta tira perfino le pelli dei tamburi. Si vede che la ama, la sua batteria.
E va bene così, perché il gruppo è costruito attorno a lui, con i due chitarristi che sembra stiano facendo una gara per servire al meglio il loro signore. Una potenza enorme. Tutte le canzoni, dal vivo, assumono una carica stratosferica, tanto da farti pensare che avevi sbagliato a giudicarle. Non solo perché pompano di più, ma addirittura la qualità è migliore.
La batteria detta i tempi, le chitarre si sfidano fra arpeggi da ritiro della patente e riff stralunati, con parti melodiche cucite qua e là, giusto per dare un aiutino all’ascoltatore. Per fortuna c'è la Satomi a ricordare ai ragazzi che non sono i Melt Banana e canta con la sua voce fragile, che è la fortuna, ma soprattutto la maledizione, della band, perché riesce a renderli unici, ma soprattutto indigesti per le masse.
Ma proprio per questo l’atmosfera al Melkweg è più familiare, come spesso accade ai concerti dei gruppi meno noti. Familiare e rarefatta, visto che la sala si è riempita in modo sospettoso solo a dieci minuti dall’inizio. Talmente familiare che il leader del gruppo spalla può permettersi di cantare in mezzo al pubblico, dopo aver cantato il primo pezzo nascosto, per poi sbucare dietro la mia schiena. Bravi i Parenthetical Girls, electro rock con un cantante che è la versione alternativa di Mika e ha tanta, tanta voglia di mettersi in mostra, con colpi di teatro come la scena finale, dove tutti i membri del gruppo terminano uno alla volta con il suonare un elemento della batteria.
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giovedì 4 dicembre 2008
Tutti gli dEUS del Paradiso
Ieri sera ho finalmente visto i dEUS. Finalmente perché ho comprato il biglietto a luglio. Suonano per tre giorni consecutivi al Paradiso e i biglietti sono andati come il pane, o come l’ultimo modello dell’iPhone.
Questo è il primo della mia serie di concerti in solitaria, che si concluderà sabato con i Deerhoof. K non è venuta, dice che dei dEUS le piace solo Worst Case Scenario.
Considerando che non ha mai sentito In a Bar Under the Sea, è difficile darle torto.
I primi due album, che sono proprio quelli che ho appena nominato, sono diversi dagli altri. Melodie articolate intrecciate con parti più rock, ma intrecciate in modo nervoso, in modo da darsi il cambio al momento più inatteso. Prendete Via, che parte come una canzone per chitarre, per poi interrompersi al culmine con un ponte che non c’entra niente, con gli strumenti che si bloccano, anche se per due secondi la chitarra si ribella. Poi tutto ricomincia.
C’è del jazz: oltre al violino, che i dEUS hanno sempre avuto in formazione, ci sono violoncelli, xilofoni e strumenti più classici, che addolciscono le tinte. C’è una chitarra che sa di Marc Ribot. C’è del cubismo, sia sulle copertine dei dischi che negli spigoli delle melodie e nei testi; surreali, ma senza troppa facile serietà, più degni di Picasso che di Ernst o Tanguy.
Poi due dei chitarristi se ne vanno, uno per creare i Zita Swoon e l'altro per suonare jazz sperimentale. Rimane il leader Tom Barman, ma viene a mancare l’ala eclettica. The Ideal Crash e il nuovo Vantage Point sono dolci, piatti, normali. Senza difetti, ma soprattutto senza pregi. Per fortuna fra i due esce Pocket Revolutions, un disco dilatato, di canzoni in crescendo, roba che piace agli appassionati di post punk. Freddo fuori, ma caldo a sentirlo bene.
E allora andiamoceli a vedere, anche da soli. E lasciatemi dire una cosa banale, ma da soli si notano meglio i particolari. Ad esempio sapevo che il Paradiso in un’incarnazione precedente era stato una chiesa, ma non ricordavo le vetrate nell’abside ristretta, proprio dietro il palco, che per giunta vengono illuminate a ritmo di musica durante il concerto, in un lampo di gusto per l'atroce totalmente nordeuropeo. E non avevo notato le navate con piloni in ferro e decorazioni tipo stazione ferroviaria. Una chiesa in stile Art Deco non l’avevo mai vista, ma l'idea non sembra cattiva come può sembrare.
E comunque non sono l’unico che è arrivato da solo. Una volta però sarei stato in grado di attaccare discorso con chiunque, ma qui non si usa e uno stupido pudore mi blocca, così mi accontento di stringere un’alleanza formale mettendomi vicino ad un altro ragazzo in solitaria, che per lo più assomiglia alla versione magra del mio amico Philipp, il primo a convincermi ad ascoltare i dEUS.
Stendo un pietoso doppio velo sul gruppo spalla, gli Expatriate, australiani vestiti da Vasco che cantano canzonette che fanno “baby I love you” e roba simile per far colpo sulle ragazze e vengo direttamente ai dEUS, che attaccano con i brani più melliflui degli album che mi piacciono meno.
Sul palco non c’è traccia degli archi dei primi dischi. Per i pochi pezzi vecchi usano tracce registrate e il tastierista/violinista sembra confuso e si accontenta di strimpellare le corde del violino senza archetto. La qualità del suono è infima ed è perfino impossibile capire cosa dice Tom Barman quando si rivolge al pubblico. Mauro Pawlowski, nonostante il suo nome che sembra fatto apposta per un musicista, stona spesso, così come il vecchio Tom.
Poi a metà concerto le cose cambiano improvvisamente. Escono i pezzi vecchi e con questi la voglia di suonare. Ci sono Roses, Serpentine e infine arriva Suds & Soda, che è da anni uno dei primi tre titoli che sparo quando mi si chiede quali sono le migliori canzoni di tutti i tempi, praticamente senza tastiera e con una parte che non capisco se è un’improvvisazione giocata su rumori e silenzi o un vuoto da assenza di assolo di tastiera.
Ma poi, a cosa serve suonare bene se si riesce già a comunicare qualcosa? Il pubblico è entusiasta e mi lascio coinvolgere pur io.
Questo è il primo della mia serie di concerti in solitaria, che si concluderà sabato con i Deerhoof. K non è venuta, dice che dei dEUS le piace solo Worst Case Scenario.
Considerando che non ha mai sentito In a Bar Under the Sea, è difficile darle torto.
I primi due album, che sono proprio quelli che ho appena nominato, sono diversi dagli altri. Melodie articolate intrecciate con parti più rock, ma intrecciate in modo nervoso, in modo da darsi il cambio al momento più inatteso. Prendete Via, che parte come una canzone per chitarre, per poi interrompersi al culmine con un ponte che non c’entra niente, con gli strumenti che si bloccano, anche se per due secondi la chitarra si ribella. Poi tutto ricomincia.
C’è del jazz: oltre al violino, che i dEUS hanno sempre avuto in formazione, ci sono violoncelli, xilofoni e strumenti più classici, che addolciscono le tinte. C’è una chitarra che sa di Marc Ribot. C’è del cubismo, sia sulle copertine dei dischi che negli spigoli delle melodie e nei testi; surreali, ma senza troppa facile serietà, più degni di Picasso che di Ernst o Tanguy.
Poi due dei chitarristi se ne vanno, uno per creare i Zita Swoon e l'altro per suonare jazz sperimentale. Rimane il leader Tom Barman, ma viene a mancare l’ala eclettica. The Ideal Crash e il nuovo Vantage Point sono dolci, piatti, normali. Senza difetti, ma soprattutto senza pregi. Per fortuna fra i due esce Pocket Revolutions, un disco dilatato, di canzoni in crescendo, roba che piace agli appassionati di post punk. Freddo fuori, ma caldo a sentirlo bene.
E allora andiamoceli a vedere, anche da soli. E lasciatemi dire una cosa banale, ma da soli si notano meglio i particolari. Ad esempio sapevo che il Paradiso in un’incarnazione precedente era stato una chiesa, ma non ricordavo le vetrate nell’abside ristretta, proprio dietro il palco, che per giunta vengono illuminate a ritmo di musica durante il concerto, in un lampo di gusto per l'atroce totalmente nordeuropeo. E non avevo notato le navate con piloni in ferro e decorazioni tipo stazione ferroviaria. Una chiesa in stile Art Deco non l’avevo mai vista, ma l'idea non sembra cattiva come può sembrare.
E comunque non sono l’unico che è arrivato da solo. Una volta però sarei stato in grado di attaccare discorso con chiunque, ma qui non si usa e uno stupido pudore mi blocca, così mi accontento di stringere un’alleanza formale mettendomi vicino ad un altro ragazzo in solitaria, che per lo più assomiglia alla versione magra del mio amico Philipp, il primo a convincermi ad ascoltare i dEUS.
Stendo un pietoso doppio velo sul gruppo spalla, gli Expatriate, australiani vestiti da Vasco che cantano canzonette che fanno “baby I love you” e roba simile per far colpo sulle ragazze e vengo direttamente ai dEUS, che attaccano con i brani più melliflui degli album che mi piacciono meno.
Sul palco non c’è traccia degli archi dei primi dischi. Per i pochi pezzi vecchi usano tracce registrate e il tastierista/violinista sembra confuso e si accontenta di strimpellare le corde del violino senza archetto. La qualità del suono è infima ed è perfino impossibile capire cosa dice Tom Barman quando si rivolge al pubblico. Mauro Pawlowski, nonostante il suo nome che sembra fatto apposta per un musicista, stona spesso, così come il vecchio Tom.
Poi a metà concerto le cose cambiano improvvisamente. Escono i pezzi vecchi e con questi la voglia di suonare. Ci sono Roses, Serpentine e infine arriva Suds & Soda, che è da anni uno dei primi tre titoli che sparo quando mi si chiede quali sono le migliori canzoni di tutti i tempi, praticamente senza tastiera e con una parte che non capisco se è un’improvvisazione giocata su rumori e silenzi o un vuoto da assenza di assolo di tastiera.
Ma poi, a cosa serve suonare bene se si riesce già a comunicare qualcosa? Il pubblico è entusiasta e mi lascio coinvolgere pur io.
lunedì 1 dicembre 2008
Lessons learned from Berlusconi II to Berlusconi III
Sempre in vena di filosofia da €0,99, riconsideravo tempo fa il mio status di italiano da due anni e mezzo all’estero.
Lasciai il patrio suolo alpestre il 23 aprile 2006. Era tempo di grandi eventi. Il governo Berlusconi stava finendo un’intensa legislatura e si era preparato alle elezioni con una formazione che il boss avrebbe calcisticamente disapprovato: un albero di Natale con il suddetto come prima punta e Casini e Bossi, reduce da un lungo infortunio nei panni di mezzepunte arrugginite e poco affiatate. Dietro di loro una mandria di difensori veloci a marcare attentamente a uomo, per poi ripartire in attacco a sostegno del bomber appena possibile.
Dall’altra Prodi era tornato da una serie di stagioni all’estero instaurandosi subito come regista di un attento catenaccio e ideatore di un mercato scoppiettante, che aveva registrato l’acquisto dell’attaccante Bertinotti e del discusso Mastella, spesso accusato di sapersi esprimere al meglio solo giocando in casa (nella provincia di Benevento).
La compagine sinistrorsa aveva accumulato subito un cospicuo vantaggio in classifica, spinta dall’entusiasmo per il ritorno del vecchio capitano, per poi asserragliarsi attentamente nella propria area. Gli altri avevano passato il resto del campionato ad attaccare, avvelenando l’aria per i tifosi delle due compagini, sempre più divisi ad ogni parola del bomber azzurro, che nel corso della partita decisiva era andato molto vicino al cartellino rosso dopo aver insultato la curva dei tifosi ramettati.
Ora ci sto scherzando, ma ai tempi l’atmosfera non faceva affatto ridere. Ne succedeva ogni giorno una, nei bar si parlava solo di politica da bar e la maggior parte di noi attendeva il giorno delle elezioni come a Roma ai tempi della guerra avevano atteso i cioccolatai a stelle e strisce.
Tanto più che Prodi aveva poi sì vinto, ma proprio per un pelo, e sarebbe stato soggetto alle usme dei rappresentanti delle varie sfumature del “non ci sto”. Così stavano le cose al momento della mia partenza.
Poi nel giro di tre mesi mi era quasi venuta voglia di tornare a casa. Prodi teneva, il nuovo presidente della repubblica era un ex partigiano, la Juve era passata dallo Scudetto alla Serie B ed eravamo campioni del mondo. Battendo la Francia e trasformando l’addio di Zidane in estrema unzione.
Tempo due anni però eccoci da capo. La Juve torna in A, Le prendiamo dalla Francia nella prima partita dopo il Mondiale e soprattutto torna l’Innominabile.
A queso punto però avevo iniziato a concepire la politica come nel resto d’Europa, come una cosa piacevolmente, confortevolmente, rinfrescantemente noiosa. Niente imitazioni in televisione, niente urla, opinionisti preparati e comunque sempre chiedere un’opinione a chi è in grado di esprimerla, non ai passanti o a Crepet. Ma soprattutto la prima. L’assenza delle imbarazzanti imitazioni della Guzzanti e degli epiteti di Psicogrillo implicano già una riduzione significativa dell’esposizione mediatica del nostro odiato eroe.
Niente “I am Italian and President Berlusconi in NOT speaking in my name", ché tanto lo sanno tutti che non lo abbiamo votato e comunque nel loro paese a votare ci va sì e no il 50% degli aventi diritto e vi assicuro che se il nostro president non sanno neanche chi sia.
La ricetta è semplice. Basta non votarlo. Per il resto fai finta di non vederlo, proprio come ti dicevano di fare i genitori con il ragazzino bullo nella cassetta della sabbia.
E magari, prima di lamentarti che sono tutti ladri, smettila di stracciarmi metaforicamente il cazzo e vai a pagare quella multa, invece di dire che vivi in un paese di ladri e i caramba se la prendono solo con chi non è in grado di difendersi.
Questo ho imparato, ma forse no, visto che io che a ste cose ci tengo tanto l’ultima volta che sono stato dal barbiere, quando il buon Umberto mi ha chiesto di fare una ricevuta sola fra me e mio fratello, non sono stato in grado di dirgli di no. Io che affitto appartamenti per le vacanze in Val di Sole per conto di uno che è costretto a farlo in nero perché deve pagarsi ancora le multe per l’evasione della sua attività precedente.
Lasciai il patrio suolo alpestre il 23 aprile 2006. Era tempo di grandi eventi. Il governo Berlusconi stava finendo un’intensa legislatura e si era preparato alle elezioni con una formazione che il boss avrebbe calcisticamente disapprovato: un albero di Natale con il suddetto come prima punta e Casini e Bossi, reduce da un lungo infortunio nei panni di mezzepunte arrugginite e poco affiatate. Dietro di loro una mandria di difensori veloci a marcare attentamente a uomo, per poi ripartire in attacco a sostegno del bomber appena possibile.
Dall’altra Prodi era tornato da una serie di stagioni all’estero instaurandosi subito come regista di un attento catenaccio e ideatore di un mercato scoppiettante, che aveva registrato l’acquisto dell’attaccante Bertinotti e del discusso Mastella, spesso accusato di sapersi esprimere al meglio solo giocando in casa (nella provincia di Benevento).
La compagine sinistrorsa aveva accumulato subito un cospicuo vantaggio in classifica, spinta dall’entusiasmo per il ritorno del vecchio capitano, per poi asserragliarsi attentamente nella propria area. Gli altri avevano passato il resto del campionato ad attaccare, avvelenando l’aria per i tifosi delle due compagini, sempre più divisi ad ogni parola del bomber azzurro, che nel corso della partita decisiva era andato molto vicino al cartellino rosso dopo aver insultato la curva dei tifosi ramettati.
Ora ci sto scherzando, ma ai tempi l’atmosfera non faceva affatto ridere. Ne succedeva ogni giorno una, nei bar si parlava solo di politica da bar e la maggior parte di noi attendeva il giorno delle elezioni come a Roma ai tempi della guerra avevano atteso i cioccolatai a stelle e strisce.
Tanto più che Prodi aveva poi sì vinto, ma proprio per un pelo, e sarebbe stato soggetto alle usme dei rappresentanti delle varie sfumature del “non ci sto”. Così stavano le cose al momento della mia partenza.
Poi nel giro di tre mesi mi era quasi venuta voglia di tornare a casa. Prodi teneva, il nuovo presidente della repubblica era un ex partigiano, la Juve era passata dallo Scudetto alla Serie B ed eravamo campioni del mondo. Battendo la Francia e trasformando l’addio di Zidane in estrema unzione.
Tempo due anni però eccoci da capo. La Juve torna in A, Le prendiamo dalla Francia nella prima partita dopo il Mondiale e soprattutto torna l’Innominabile.
A queso punto però avevo iniziato a concepire la politica come nel resto d’Europa, come una cosa piacevolmente, confortevolmente, rinfrescantemente noiosa. Niente imitazioni in televisione, niente urla, opinionisti preparati e comunque sempre chiedere un’opinione a chi è in grado di esprimerla, non ai passanti o a Crepet. Ma soprattutto la prima. L’assenza delle imbarazzanti imitazioni della Guzzanti e degli epiteti di Psicogrillo implicano già una riduzione significativa dell’esposizione mediatica del nostro odiato eroe.
Niente “I am Italian and President Berlusconi in NOT speaking in my name", ché tanto lo sanno tutti che non lo abbiamo votato e comunque nel loro paese a votare ci va sì e no il 50% degli aventi diritto e vi assicuro che se il nostro president non sanno neanche chi sia.
La ricetta è semplice. Basta non votarlo. Per il resto fai finta di non vederlo, proprio come ti dicevano di fare i genitori con il ragazzino bullo nella cassetta della sabbia.
E magari, prima di lamentarti che sono tutti ladri, smettila di stracciarmi metaforicamente il cazzo e vai a pagare quella multa, invece di dire che vivi in un paese di ladri e i caramba se la prendono solo con chi non è in grado di difendersi.
Questo ho imparato, ma forse no, visto che io che a ste cose ci tengo tanto l’ultima volta che sono stato dal barbiere, quando il buon Umberto mi ha chiesto di fare una ricevuta sola fra me e mio fratello, non sono stato in grado di dirgli di no. Io che affitto appartamenti per le vacanze in Val di Sole per conto di uno che è costretto a farlo in nero perché deve pagarsi ancora le multe per l’evasione della sua attività precedente.
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